Cosa Sono Le Foibe? - [] 2024: HoyHistoriaGT Hoy en la Historia de Guatemala

Cosa Sono Le Foibe?

Che cosa sono le foibe riassunto breve?

Foibe: definizione – Fonte: ansa Tutti gli anni, nel giorno del ricordo del 10 febbraio, torniamo a parlare di foibe, Ma cosa sono? Perché le ricordiamo? Le foibe sono delle grandi caverne verticali tipiche della regione carsica del Friuli Venezia Giulia e dell’Istria. Tuttavia, con il passare del tempo, il termine foibe è divenuto sinonimo dei massacri subiti dai cittadini italiani tra il 1943 e il 1947 da parte dei partigiani jugoslavi.

Guarda anche : Le foibe, analisi e riassunto degli eccidi della II Guerra Mondiale

Quella degli eccidi delle foibe è una storia dai connotati tragici, a lungo rimasta nel silenzio e solo negli ultimi anni portata alla luce. Per commemorare le vittime dei massacri delle foibe, nel 2005 è stato istituito il Giorno del Ricordo, giornata commemorativa che si celebra ogni anno.

Per quale motivo ci furono le foibe?

Che cosa sono state le Foibe Con i massacri o eccidi delle Foibe si fa riferimento alle migliaia di italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe dalle milizie della Jugoslavia di Tito verso la fine della Seconda guerra mondiale. Le foibe altro non sono che delle grandi feritoie o inghiottitoi carsici, talvolta di dimensioni spettacolari, tipici della regione Giulia.

Nell’Istria se ne conterebbero circa 1700. Il termine è almeno parzialmente improprio dato che solo una minima parte delle vittime fu occultata nelle foibe, mentre la maggior parte perse la vita in altro modo (nelle prigioni o nei campi di concentramento iugoslavi, o nelle marce di trasferimento). La prima ondata di violenze seguì l’8 marzo 1943 e lo sfaldamento delle forze armate italiane seguite al crollo del regime mussoliniano.

I tedeschi occuparono i centri strategici di Trieste, Pola e Fiume, mentre nell’interno dell’Istria il potere venne assunto dal movimento di liberazione jugoslavo. Il quadro divenne presto estremamente confuso tra l’insurrezione dei contadini e arrivo delle formazioni partigiane croate.

Si instaurarono ‘poteri popolari’, l’Istria venne annessa alla Croazia e subito cominciarono gli arresti. I partigiani dei Comitati popolari di liberazione di Tito istituirono tribunali che emisero centinaia di condanne a morte. L’intenzione almeno inziale era quella di vendicarsi dei fascisti accusati di aver amministrato quei territori nell’intervallo tra le due guerre, con durezza e imponendo una italianizzazione forzata.

Ma le vittime non furono solo gerarchi fascisti, o esponenti politici e istituzionali, ma anche semplici personaggi in vista della comunità italiana, considerati un ostacolo per l’affermazione del nuovo corso politico. Fonti croate del tempo parlano di come uno dei compiti prioritari affidati ai poteri popolari in Istria fosse proprio quello di ‘ripulire’ il territorio dai ‘nemici del popolo’: formula che, nella sua indeterminatezza, si prestava a comprendere tutti coloro che non collaboravano attivamente al movimento di liberazione.

La cittadina di Pisino divenne il centro della repressione: vi fu creato un tribunale rivoluzionario e nel castello fu concentrata la maggior parte degli arrestati provenienti da altre località dell’Istria. La maggioranza dei condannati fu gettata nelle foibe o nelle miniere di bauxite, alcuni mentre erano ancora in vita.

Le uccisioni, secondo alcuni racconti, avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, costretti a sopravvivere per giorni nei fondali delle foibe. Ansa Foibe a Trieste, immagine d’archivio A maggio del 1945 partì la seconda fase del fenomeno, quella che diede luogo al più alto numero di vittime. Gli jugoslavi con al comando della 4 armata il generale Petar Drapšin puntarono verso Fiume, l’Istria e Trieste.

  • L’ordine era di occupare la Venezia Giulia nel più breve tempo possibile, anticipando quindi gli alleati anglosassoni.
  • Centinaia di militari della Repubblica sociale italiana caduti prigionieri furono passati per le armi (lo stesso accadde a quelli tedeschi) e migliaia di altri furono avviati verso i campi di prigionia – fra i quali particolarmente famigerato fu quello di Borovnica – dove fame, violenze e malattie mieterono un gran numero di vittime.

L’obiettivo dell’azione repressiva era la liquidazione di qualsiasi forma di potere armato non inquadrato nell’armata iugoslava. Esplicite sono al riguardo le indicazioni presenti nelle fonti, che sottolineano la preoccupazione dei dirigenti del Partito comunista sloveno per l’esistenza a Trieste di strutture politiche e di forze militari non soltanto non disponibili a rendersi subalterne nei confronti del movimento di liberazione iugoslavo, ma pure impegnate a cercare un’autonoma legittimazione antifascista agli occhi della popolazione e degli anglo-americani.

  1. Conseguentemente, a essere perseguitati furono anche i combattenti delle formazioni partigiane italiane.
  2. Le autorità iugoslave diedero il via a un’ondata di arresti che diffuse il panico tra la popolazione italiana, soprattutto a Trieste, Gorizia e Pola.
  3. Parte degli arrestati venne subito eliminata, molti di più vennero deportati e perirono spesso in prigionia, si parla di sparizioni e uccisioni di centinaia di persone, alcune delle quali gettate nelle foibe ancora vive.

Obiettivi delle retate erano tutti coloro che non accettavano l’egemonia iugoslava. I baratri venivano usati per l’occultamento di cadaveri con tre scopi: eliminare gli oppositori politici e i cittadini italiani che si opponevano (o avrebbero potuto opporsi) alle politiche del Partito Comunista di Jugoslavia di Tito.

Le violenze nelle zone attualmente sotto il confine italiano cessarono solamente dopo la sostituzione della amministrazione jugoslava con quella degli alleati, che avvenne a partire dal 12 giugno 1945 a Gorizia e Trieste; A Fiume gli alleati non arrivarono e le persecuzioni e le violenze continuarono.

Al massacro delle foibe seguì l’esodo forzato della maggioranza dei cittadini di etnia e di lingua italiana in Istria e nel Quarnaro, dove si svuotarono dai propri abitanti interi villaggi e cittadine. Nell’esilio furono coinvolti tutti i territori ceduti dall’Italia alla Jugoslavia con il trattato di Parigi e anche la Dalmazia.

  1. Da Pola, così come da alcuni centri urbani istriani partì oltre il 90% della popolazione etnicamente italiana.
  2. Si stima che l’esodo giuliano-dalmata abbia interessato un numero compreso tra i 250 000 e i 350 000 italiani.
  3. Le dimensioni del fenomeno Foibe hanno da sempre rappresentato un argomento molto complesso, le stime sono a volte molto discordanti e sono rese problematiche dalla natura delle fonti, tenendo presente che le autorità dei paesi appartenenti alla ex Jugoslavia solo recentemente hanno voluto collaborare alla ricostruzione storica.

Ipotesi parlano di circa 600-700 vittime per il periodo del 1943 e di un ordine di grandezza generale che sta tra le 4 e le 5000 vittime; altre stime inevitabilmente di parte politica avversa arrivano a conteggiare fino a oltre 20000 morti. Il dramma delle Foibe si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947, quando nella conferenza di Parigi venne deciso che per stabilire i confini tra Italia e la Jugoslavia si sarebbe seguita la linea francese.

Chi ha fatto la strage delle foibe?

Massacri delle foibe

Massacri delle foibe massacro
Responsabili Partigiani jugoslavi, OZNA
Motivazione Eliminazione di soggetti e strutture ricollegabili al fascismo, al nazismo e al collaborazionismo Epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali al comunismo titino.
Conseguenze

Cosa sono le foibe e le doline?

Nella regione istriana, grande conca chiusa, originata da doline, al fondo della quale si apre un inghiottitoio. fig.

Quanti italiani sono stati uccisi nelle foibe?

Storia Quale Resistenza ha avuto più vittime? – La fine della guerra. Nel 1943, dopo tre anni di guerra, le cose si erano messe male per l’Italia. Il regime fascista di Mussolini aveva decretato il proprio fallimento con la storica riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943. Dove si trovano le principali foibe. La vendetta di Tito. Qui avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia “Tito”, che avevano finalmente sconfitto i famigerati “ustascia” (i fascisti croati agli ordini del dittatore Ante Pavelic che si erano macchiati di crimini), e i non meno odiati “domobranzi”, che non erano fascisti, ma semplicemente ragazzi di leva sloveni, chiamati alle armi da Lubiana a partire dal 1940, allorché la Slovenia era stata incorporata nell’Italia divenendone una provincia autonoma.

La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza, imponendo un’italianizzazione forzata e reprimendo e osteggiando le popolazioni slave locali.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe. Morirono, si stima, circa un migliaio di persone. Le prime vittime di una lunga scia di sangue. Durante il fascismo l’italianizzazione della Dalmazia e della Venezia Giulia venne perseguita seguendo, nelle intenzioni, il modello francese (attraverso una serie di provvedimenti aventi forza di legge, come l’italianizzazione della toponomastica e dei nomi propri, e la chiusura delle scuole bilingui); nei fatti, il modello fascista. Tito e i suoi uomini, fedelissimi di Mosca, iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia – di fatto annesse al Terzo Reich – senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

Il freno dei nazisti. Fino alla fine di aprile del 1945 i partigiani jugoslavi erano stati tenuti a freno dai tedeschi, che avevano dominato Serbia, Croazia e Slovenia con il pugno di ferro dei loro ben noti sistemi (stragi, rappresaglie dieci a uno, paesi incendiati e distrutti). Ma con il crollo del Terzo Reich nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, irreggimentati nel IX Korpus, e la loro polizia segreta, l’OZNA ( Odeljenje za Zaštitu NAroda, Dipartimento per la Sicurezza del Popolo).

L’obiettivo era l’occupazione dei territori italiani. Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria (fino ad allora territorio italiano, e dal ’43 della Repubblica Sociale Italiana) e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della Prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.

  1. La liberazione degli alleati.
  2. Non aveva fatto i conti, però, con le truppe alleate che avanzavano dal sud della nostra penisola, dopo avere superato la Linea Gotica,
  3. La prima formazione alleata a liberare Venezia e poi Trieste fu la Divisione Neozelandese del generale Freyberg, l’eroe della battaglia di Cassino, appartenente all’Ottava Armata britannica.

Fu una vera e propria gara di velocità. Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste. Schema di una foiba tratto da una pubblicazione del 1946 del CNL istriano. La Divisione Neozelandese del generale Freyberg entrò nei sobborghi occidentali di Trieste nel tardo pomeriggio del 1° maggio 1945, mentre la città era ancora formalmente in mano ai tedeschi, che, asserragliati nella fortezza di San Giusto, si arresero il 2, impedendo in tal modo a Tito di sostenere di aver “preso” Trieste.

La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919. I numeri delle vittime. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra.

Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila. Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» e indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi». Recupero di resti umani dalla foiba di Vines, località Faraguni, presso Albona d’Istria negli ultimi mesi del 1943. Come si moriva nelle foibe. I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Soltanto nella zona triestina, tremila sventurati furono gettati nella foiba di Basovizza e nelle altre foibe del Carso. La stratificazione della foiba di Basovizza. Il dramma di Fiume e il destino dell’istria. A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia.

Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni. La conferenza di pace di Parigi. Alla fine del 1946 la questione italo-jugoslava era divenuta per molti un peso che intralciava la soluzione di altre e ancora più importanti questioni: gli Alleati volevano trovare una soluzione per Vienna e Berlino; l’Unione Sovietica doveva sistemare la divisione della Germania.

L’Italia era alle prese con la gestione della transizione tra monarchia e repubblica. In sostanza bisognava determinare dove sarebbe passato il confine tra Italia e Jugoslavia. Gli Stati Uniti, favorevoli all’Italia, proposero una linea che lasciava al nostro Paese gran parte dell’Istria.

  1. I sovietici, favorevoli ai comunisti di Tito, proposero un confine che lasciava Trieste e parte di Gorizia alla Jugoslavia.
  2. La Francia propose una via di mezzo, molto vicina all’attuale confine, che sembrava anche l’opzione più realistica, non perché rispettava le divisioni linguistiche, ma perché seguiva il confine effettivamente occupato dagli eserciti nei mesi precedenti.

Il dramma delle terre italiane dell’Est si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla fine, alla conferenza di Parigi venne deciso che per il confine si sarebbe seguita la linea francese: l’Italia consegnò alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia. Giovane esule italiana in fuga trasporta, insieme ai propri effetti personali, un tricolore. L’esodo. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma. Questo causò due ingiustizie. Prima di tutto l’esodo forzato delle popolazioni italiane istriane e giuliane che fuggivano a decine di migliaia, abbandonando le loro case e ammassando sui carri trainati dai cavalli le poche masserizie che potevano portare con sé.

E, in seguito, il mancato risarcimento. La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada e negli Stati Uniti. Interesse politico in atti d’ufficio. Tanti riuscirono a sistemarsi faticosamente in Italia, nonostante gli ostacoli dei ministri del partito comunista che – favorevoli alla Jugoslavia – minimizzarono la portata della diaspora.

Emilio Sereni, che ricopriva la determinante carica di ministro per l’Assistenza post-bellica, e sul cui tavolo finivano tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico e rappresentare all’opinione pubblica la drammaticità della situazione minimizzò la portata del problema.

Rifiutò di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste con la scusa che non c’era più posto e, in una serie di relazioni a De Gasperi, parlò di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenne la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermò che le notizie sulle foibe erano “propaganda reazionaria”.

Il giorno del ricordo. Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni? Tanti, infatti, ne erano passati tra quel quadriennio 1943-47, che vide realizzarsi l’orrore delle foibe, e l’auspicato 2004, quando il Parlamento approvò la “legge Menia” (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta) sulla istituzione del “Giorno del Ricordo”.

  1. La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra.
  2. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l’autoestinzione del comunismo sovietico) che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.

Il 3 novembre 1991 l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò in pellegrinaggio alla foiba di Basovizza e, in ginocchio, chiese perdono per un silenzio durato cinquant’anni. Poi arrivò la TV pubblica con la fiction Il cuore nel pozzo, interpretata fra gli altri da Beppe Fiorello.

  1. Un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, si era recato, in reverente omaggio ai Caduti, davanti al sacrario di Basovizza l’11 febbraio 1993.
  2. Così, a poco a poco, la coltre di silenzio che, per troppo tempo, era calata sulla tragedia delle terre orientali italiane, divenne sempre più sottile e finalmente tutti abbiamo potuto conoscere quante sofferenze dovettero subìre gli italiani della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia.

Luciano Garibaldi Alla tragedia delle foibe, l’autore, Luciano Garibaldi, giornalista e storico, ha dedicato, assieme a Rossana Mondoni, quattro libri editi dalle edizioni Solfanelli: Venti di bufera sul confine orientale, Nel nome di Norma, dedicato al ricordo di Norma Cossetto, studentessa triestina tra le prime vittime della violenza rossa, Il testamento di Licia, approfondito dialogo con la sorella di Norma Cossetto, e Foibe, un conto aperto,

Chi erano e cosa facevano i partigiani?

Protagonista di una scelta – Letteralmente significa di parte, ovvero persona schierata con una delle parti in causa. Nella nostra storia partigiani sono stati i protagonisti della Resistenza contro il nazifascismo e in particolare contro le truppe tedesche di occupazione e i fascisti della Repubblica di Sal.

Quando si ricordano le vittime delle foibe?

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno, che ricorda i massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n.

Chi ha istituito la Giornata delle foibe?

Chi ha istituito il Giorno del Ricordo – Il giorno del ricordo è stato istituito dalla Repubblica italiana con la legge n.92 del 30 marzo 2004. Con questa giornata di commemorazione, oltre a ricordare le uccisioni di italiani e italiane avvenute nelle foibe delle zone carsiche di Friuli-Venezia Giulia e Istria, si ricorda l’ esodo di massa che coinvolse la componente italiana della popolazione istriana tra il 1945 e il 1956: si stima che furono almeno 250mila le persone che lasciarono l’Istria, perdendo le loro proprietà e ritrovandosi esuli in Italia nel Dopoguerra.

Che cosa sono le foibe e dove si trovano?

CHE COSA SONO LE FOIBE – Fonte: getty-images Cosa sono le foibe? Sono profonde spaccature naturali del terreno tipiche delle montagne del Carso, diffuse in Friuli-Venezia Giulia. Le foibe furono il palcoscenico di un orrendo spettacolo che si svolse tra il 1943 ed il 1947 : migliaia di uomini furono gettati all’interno di queste fosse,

La tragedia delle foibe è stata analizzata e documentata dal giornalista e storico Gianni Oliva. Egli ha scoperto che le foibe non erano solo luoghi di esecuzioni, ma anche di disperazione, poiché i soldati nemici, i cristiani e i partigiani arrestati erano detenuti nelle foibe prima di essere uccisi.

L’obiettivo principale di questa tragedia era quello di cancellare un intero gruppo di persone dalla storia, ed è una tragedia che non può essere facilmente dimenticata.

Tutto Storia: schemi riassuntivi e quadri di approfondimento Per conoscere e ricordare i concetti, gli eventi e i principali avvenimenti della storia dalle origini a oggi.

Quanto sono profonde le foibe?

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Foiba di Basovizza
Stato Italia
Regione Friuli-Venezia Giulia
Provincia Trieste
Comune Trieste
Altitudine 377 m s.l.m.
Profondità 228 m
Coordinate 45°38′03.43″N 13°51′50.99″E  /  45.634286°N 13.864163°E Coordinate : 45°38′03.43″N 13°51′50.99″E  /  45.634286°N 13.864163°E ( Mappa )
Foiba di Basovizza
Modifica dati su Wikidata · Manuale

La cosiddetta “foiba” di Basovizza è una cavità artificiale che si trova in località Basovizza, nel comune di Trieste, nella zona nord-est dell’ altopiano del Carso a 377 metri di altitudine. Scavato all’inizio del XX secolo per l’estrazione del carbone e poi abbandonato per la sua improduttività; fu una concessione di ricerca dell’ A.Ca.I.

( Azienda Carboni Italiani ). Profondo oltre 200 metri e largo circa 4, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale divenne un luogo di esecuzioni sommarie per prigionieri, militari, poliziotti e civili, da parte dei partigiani comunisti jugoslavi, dapprima destinati ai campi d’internamento allestiti in Slovenia e successivamente uccisi a Basovizza.

A ricordo di tutte le vittime degli eccidi sull’area è stato costruito un Sacrario. Nel 1992 il presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro ha dichiarato il pozzo monumento nazionale,

Dove sono avvenuti i massacri delle foibe?

Le foibe L’armistizio dell’8 settembre 1943, cui seguono il repentino sfaldamento delle istituzioni e il disfacimento dell’esercito italiano, crea nell’area istriana un vuoto di potere che non viene immediatamente colmato dalle forze tedesche. Per qualche settimana il pieno controllo del territorio è assunto invece dalle formazioni partigiane slovene e croate legate al Movimento di liberazione jugoslavo, che proclamano l’annessione dell’Istria alla Jugoslavia e, parallelamente, procedono all’eliminazione fisica dei «nemici del popolo», categoria generica e simbolica nella quale sono fatti rientrare gli oppositori di un progetto politico che ha come fine la jugoslavizzazione dell’area giuliana.

Un progetto che, ancora in fase embrionale nell’autunno del 1943, esploderà due anni dopo, nel maggio del 1945, in tutta la sua drammatica chiarezza. Le foibe, cavità naturali molto diffuse nei terreni carsici, diventano dunque il simbolo delle stragi jugoslave perpetrate a danno di militari e civili, in larga parte italiani, nelle aree dell’Istria e della Venezia Giulia nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945.

Il termine, utilizzato per indicare la totalità degli italiani scomparsi, porta con sé più di un’ambiguità, dal momento che tra le vittime, soltanto una minima parte finisce i propri giorni nelle cavità del Carso. Il numero più elevato morirà durante la deportazione verso i campi di prigionia jugoslavi, nei campi stessi o nelle acque del mare Adriatico (prassi quest’ultima molto diffusa in Dalmazia); anche ad esse, utilizzando quindi una definizione convenzionale, è spesso dato l’appellativo di infoibati.

  • La prima stagione delle foibe, che coinvolge in modo particolare l’Istria, si verifica nel clima di generale confusione seguita all’armistizio del 1943.
  • Un passaggio caratterizzato da arresti, processi sommari ed esecuzioni di massa, nel quale le dinamiche politiche e nazionali si fondono con rancori personali ed elementi di lotta di classe e dove sembrano mescolarsi tra loro differenti forme di violenza: «quella calda, che si esprime nei casi (in realtà piuttosto limitati) di stupri di gruppo, linciaggi e nelle efferatezze perpetrate contro le vittime e quella fredda, che giudica, condanna e poi non esibisce i corpi delle vittime, ma li occulta».

E ancora, violenza spontanea che trova la propria valvola di sfogo nell’incendio dei catasti comunali e dell’erario, dei municipi, degli archivi e dei tribunali, silenziosi simboli dell’oppressione dello stato italiano, diventato oramai indistinguibile da un regime, quello fascista, colpevole di aver pesantemente vessato la popolazione slava, e violenza organizzata che, «decisamente prevalente, stila le liste dei soggetti da colpire, li scova, li arresta senza chiasso, possibilmente di notte, e poi li ammassa, li sposta e li elimina con rapidità»,

Una terribile forza d’urto che individua nei possidenti italiani, nei rappresentanti del partito fascista, nei podestà, nei carabinieri, ma anche nei postini, nei farmacisti, nei maestri e nei messi comunali i bersagli da colpire. L’ondata di violenza dura circa un mese e causa tra la popolazione italiana tra le 500 e le 700 vittime.

Il crollo del regime nazista e l’occupazione della Venezia Giulia da parte delle truppe titine, nei primi giorni di maggio del 1945, rappresentano la cornice che fa da sfondo alla seconda ondata di infoibamenti che, oltre all’Istria, colpisce in maniera massiccia le province di Trieste e Gorizia, nelle quali si registra il numero di esecuzioni più elevato.

Rispetto a quanto accade nell’autunno del 1943 vi sono due differenze di fondo: il maggior numero di morti e il preciso svelarsi della chiara volontà politica che sta dietro a tali fatti, e cioè la jugoslavizzazione dei territori. Seguendo un ragionamento spesso fondato sulla responsabilità collettiva piuttosto che su quella individuale, la scure dei nuovi poteri popolari jugoslavi si abbatte non solo contro elementi più o meno collusi con il passato potere nazifascista, ma anche contro militari italiani identificati come nemici in quanto non disposti a rispondere alle autorità jugoslave, corpi collaborazionisti e semplici cittadini, tra i quali vi sono anche rappresentanti del Comitato di liberazione nazionale e antifascisti, comunisti e non, rei di opporsi al disegno annessionistico di Tito.

Un’operazione spesso basata soltanto su sospetti, più o meno fondati o delazioni, che colpisce gli italiani per due motivi di fondo: una sorta di resa dei conti come conseguenza del fascismo, e la contrarietà manifestata al nuovo potere jugoslavo dalla maggioranza degli italiani, che rappresentano quindi per Tito una categoria nazionale a rischio.

Nella primavera del 1945 muoiono nelle cavità carsiche tra le 4.000 e le 5.000 persone che, unite a quelle perite nei campi di prigionia allestiti in Jugoslavia (su tutti spicca quello di Borovnica, uno dei «più bestiali campi di concentramento di tutta la Jugoslavia» che, attivo fino all’ottobre del 1946, «inflisse le più alte perdite agli italiani prigionieri in Jugoslavi» ) o annegate nelle acque dell’Adriatico (emblematica in tal senso appare la vicenda le della famiglia Luxardo, proprietaria a Zara dell’omonima fabbrica di Maraschino), fanno salire a circa 10.000 i mortitra la popolazione italiana.

ne abbiam sentito parlare poi qui, quando sono uscite fuori, Una decina di anni fa, quando poi è scoppiata la bomba che è uscito fuori tutto sto can can, ma prima no, io non ho mai sentito di qualcuno che avesse detto qualcosa. Da piccolo poi assolutamente no, non ho mai sentito.

  1. Elvio N. Mio padre non è mai stato troppo, perché sa, sono quelle cose.
  2. Era uno molto pacifico, una persona buona, però mi parlava delle foibe.
  3. Che si sapeva, perché noi ne avevamo parlato e lui ne aveva sentito.
  4. Era un metodo anche molto normale, non ti sparano ma ti gettano giù.
  5. Erano usate anche per delitti normali, le foibe erano un metodo piuttosto brillante.

E lui vedeva questa crudeltà, diceva che ogni tanto spariva della gente e loro andavano anche a cercarla. Come è iniziata la guerra e quando ha cominciato a girare, c’erano anche queste cose qui, si sentivano. Io ero più ragazzino, ma poi me ne ha parlato dopo: io chiedevo, cosa sono le foibe? E lui mi diceva, sono dei canaloni, noi andavamo anche in perlustrazione.

Che poi io sono andato anche a vederle, non fanno impressione, sono proprio piccole, una roba un po’ così, insomma. No, no, ma me ne ha parlato delle foibe, mi ha detto che erano molto crudeli, che lì ne son successe da vendere e da appendere, e ci è andata bene, che abbiamo conosciuto questi slavi qui,,

Giorgio G. Delle foibe? Si, s io so lo sapeva. Sapeva anche lui che buttavano giù sta gente e quelle cose lì. Che poi, oltretutto, le foibe – adesso che io posso capire – prima di Rovigno c’è un canale, il Canale di Lemie, e lì sopra ci sono delle foibe e venivano usate, li buttavano già giù.

Cioè io dico quello che diceva mio padre che lo sapeva, eh! Giuseppe S. No, io no,, Adesso non so quelli più grandi me, ma noi come bambini no, come ragazzini di queste cose non si parlava. quando sono venuta fuori, prima no. Quelli che erano già adulti quando c’era la guerra, ma noi come ragazzini no, lì non l’ho sentito mai.

Dopo ho sentito qualcuno che diceva, e poi quello che mi diceva «La Voce di Fiume», ma molti anni dopo, una cosa di circa vent’anni fa. Uh, molto tardi. non se ne parlava, assolutamente. Secondo me alla base di queste cose c’era come sempre la politica, l’odio perché se tu uccidi il mio, io uccido il tuo.

  • La rivalsa uno con l’altro e queste cose qui. Livia B.
  • Mio papà lo volevano portare via, mio papà e un guardiacaccia.
  • Li avevano presi, legati col fil di ferro, portati sulla corriera, che allora c’era la corriera.
  • Allora mio papà apre il finestrino prima di partire e fa: viva l’Italia! Mamma mia.
  • Poi li han portati via – non so dove l’avessero portati- e io sono andata intanto a Pola da un signore che conosceva mio papà e mio zio a chiedere se intanto poteva fare qualcosa.
You might be interested:  Cosa Fare A Verona?

Guardi, avevo un vestito rosso, tutto a pois, rosso e bianco, e a forza di andare in bicicletta Dignano – Pola, mi si erano bruciati tutti i puntini sulle spalle, mamma mia quante corse ho fatto! Poi, finalmente, non li hanno buttati nelle foibe, perché lì allora buttavano in foibe, eh! Chissà perché, forse perché voleva l’Italia.

Che da noi, diversi sono finiti in foiba. Tanti, che non son più tornati. Quando arrivavi nella foiba eri finito, perché la foiba andava a finire in mare. Noi non le vedevamo quelle foibe, perché erano distanti da noi. Non le conoscevamo, lo abbiam saputo dopo, dopo che è finita sta guerra abbiam saputo che c’eran ste foibe.

Tutti poi andavano a vederle, ma io no, mai. Maria D. Io non ricordo di queste foibe, anche perché in casa se ne parlava poco, forse mai. So che esistevano, ma è solo adesso, ultimamente, che abbiamo scoperto il tutto. Ma, probabilmente, anche la gente che non tornava, avranno capito che da qualche parte li avevano portati, perché li prendevano a caso dietro segnalazione oppure per ripicche, come capita dappertutto quando c’è la guerra.

  • Li portavano via e non tornavano più.
  • Credo che delle foibe ne sapessero di più all’inizio dell’Istria, dove proprio ci sono queste cave,
  • Intorno a Dignano, essendo campagna piatta non esistevano e perciò li portavano proprio verso Basovizza o verso quelle foibe famose che ci sono.
  • Oppure anche a Pisino, che mi pare ci siano delle foibe.

E lì, chi è di quei paesi sa tutto, credo, perché avran sentito strilla, avranno visto. A Dignano credo ci siano stati pochi casi, perché non ho mai sentito dire ai miei quello è finito nella foiba o l’hanno portato via. Credo che Dignano sia stato forse più fortunato rispetto ad altri paesi.

  • Bisognerebbe però chiederlo a chi è più vecchio di me, perché essendo bambina queste notizie non le conosco.
  • Assunta Z.
  • Ne avevamo sentito parlare e infatti c’era un detto popolare tra di noi che quando uno commetteva qualche cosa, le nostre donne dicevano: buttalo in foiba! Cioè, sapevamo che erano delle profondità, ma fino ad allora non sapevamo che la foiba fosse veramente un luogo di far finita una certa popolazione.

Quindi la foiba c’era, e ce ne sono parecchie in Istria. Anche a Dignano c’era una piccola foiba, in Santa Lucia, vicino alla chiesa di Santa Lucia, ma di foibe, cioè di questi orrori, non si era mai sentito parlare. Le foibe, come orrore, si sono presentate a noi solo con la venuta di Tito.

  • Cioè Tito voleva, praticamente, annientare l’Istria dall’italianità, e quindi, come dire, la colpa più grande per quelli che venivano infoibati era perché erano italiani.
  • Non perché avessero commesso chissà cosa.
  • Con avvento di Tito ha detto: beh, qui vogliamo far fuori tutti gli italiani.
  • Noi abbiamo avuto paura delle foibe, visto e considerato che le truppe titine venivano da noi e manifestavano tutto il loro odio.

Che poi noi non avevamo fatto assolutamente niente! Venivano di notte, bussavano alle porte col fucile, e quindi era terribile. Può capire il terrore che vivevano le nostre famiglie. Un terrore, immagini. Come dire: adesso vengono a prendere i nostri uomini.

Eh, insomma.Va ben, noi eravamo giovani, però prendevano tutti, eh! Dai diciotto anni in su. Hanno preso, ad esempio, due miei cugini. Due miei cugini, un certo F. e un certo B. Però questi, nessuno mai ha più saputo dove sono andati a finire. Poi, dopo tanti anni, abbiamo visto in un registro degli infoibati compilato da un certo L.P., un bel libro spesso, dove c’erano questi due nomi.

Due miei cugini: presi, portati e buttati nelle foibe. Luigi D. Sapevamo che sparivano, sapevamo che non c’erano più, perché sparivano le persone e non sapevi che fine facevano. Non si sapeva più niente: ti dicevano, guarda non c’è più. Subito, dopo no, quando sono arrivati gli inglesi – e li abbiamo avuti per più di due anni – le cose si sono normalizzate abbastanza.

Solo che noi eravamo chiusi, a dieci chilometri c’era già Tito e ogni tanto, anche in quel periodo, sparivano. Sparivano le persone. Maria G. Io nel mio piccolo, anche se ero giovane,, Perché a Vineis, vicino a Santa Domenica d’Albona, han buttato dentro il fratello di una mia professoressa di computisteria e il marito di un’altra professoressa.

Poi a Pisino sapevamo, perché in quel ritrovo nel bosco che mi volevano con loro, che mi chiamavano, avevano preso il marito di una mia amica di Pola, che l’avevano preso giù in Dalmazia. Maria Man. ne ho sentito parlare forse una o due volte. La gente diceva: ma, ei g’han butà quei là in un buco, ei g’han butà in quell’altro, ma io non è che andavo a pensare dove l’ha buttato.

Magari l’han buttato dietro casa mia, ma non era possibile, perché son tutti fuori, son dietro a Basovizza, sulle colline. Come il senatore Gigante, lo hanno maltrattato e dove l’han portato? A Castua. E Castua era Croazia, e dove c’era un buco. Era come buttare la spazzatura, capisce? ci sono stati, ma io non ci pensavo, ero forse troppo tranquilla, non lo so.

Io l’ho saputo dopo. Le vere, vere storie le ho sapute poi da grande. Che poi sono andata anche a Basovizza a vedere, e poi si vedono anche alla televisione, anche se qualche cosa calcano un po’! Amedea M. abbiamo saputo anche noi in questi ultimi anni, perché quando eravamo ragazzine sentivamo parlare di questi buchi, ma non sapevamo tutta la storia.

Mia mamma diceva che conosceva delle persone che erano state gettate dentro solo per il fatto di essere italiane. Perché noi chiedevamo: ma perché le hanno buttate dentro? E niente, anche se non facevano niente, solo per il fatto di essere italiani venivano buttati in questi buchi. E quello ci faceva orrore, ci faceva paura.

Però quando chiedevamo anche scuola, che eravamo ragazzine, nessuno sapeva niente. Ma no, ma cosa sono le foibe, cosa dici? Non sapevano proprio niente. Poi adesso negli ultimi anni hanno fatto la Giornata del ricordo e allora anche i miei figli hanno iniziato a sentire il problema, perché altrimenti neanche loro sapevano niente.

  1. Noi lo abbiamo saputo dai nostri genitori.
  2. Poi, certo, che i miei genitori lo sapevano e noi lo sapevamo perché ce lo hanno detto i genitori.
  3. Venivano di notte, lo prendevano e il giorno dopo sapevamo che lo avevano buttato nelle foibe.
  4. Così sentivamo dire.
  5. E da noi in paese qualcuno ci è rimasto, come no, si, si.

Irene V. intanto ha cominciato a mandare la polizia segreta, a far fuori tutti quelli che avrebbero potuto contestare l’annessione alla Jugoslavia. Ecco perché non c’è bisogno di speleologi, si sa benissimo chi è finito in foiba, va ben? E si sa benissimo anche perché,

Ci sono stati parecchi odi personali, ma quello è un altro discorso. Ma quelli son già venuti con l’elenco da far fuori quelli che potrebbero essere gli oppositori all’annessione alla Jugoslavia, va bene? Io delle foibe ne ho sentito parlare quando c’erano gli inglesi, perché c’è stata in piazza Porta Aurea, dove c’è l’Arco dei Sergi, tutta una mostra.

Perché, tra le altre cose, i primi infoibati sono andati a tirarli fuori i vigili del fuoco di Pola, protetti dai tedeschi, e allora tutte queste foto così, quando son venuti gli inglesi, han fatto una mostra a Porta Aurea con tutte queste belle fotografie: volti tumefatti.Ma non è soltanto stato per questo, perché Pola in quel periodo era una città amministrata dagli inglesi, però ogni via d’accesso – che so, due o tre chilometri fuori dai sobborghi – c’erano i posti di blocco, perché tutta l’Istria era in mano amministrativamente – e han fatto il bello e il cattivo tempo – agli jugoslavi.

  1. Per cui, voglio dire, gli jugoslavi facevano quello che volevano.
  2. E chi conosceva quelle persone, non le vedeva più, è ovvio, insomma.
  3. E le famiglie che correvano di qua e correvano di là per cercare i parenti e poi dopo,
  4. Che loro son rimasti quarantacinque giorni, dopodichè sono subentrati gli alleati, gli inglesi.

E allora tutto si è risolto che cercavano di capire dove erano finiti. Il fatto è che però la mostra di cui parlo io, riguardava gli infoibati del ’43, dopo l’8 settembre, perché gli slavi sono entrati subito e i tedeschi sono arrivati dopo. Intanto gli slavi si erano ritirati, e avevano fatto la loro brava pulizia, hai capito? Etnica! Otello S.

  • La colonia italiana di quelli che son rimasti lì, li avevano fatti fuori nelle foibe.
  • E invece quelli che erano riusciti a muoversi per tempo, o protetti, o cosa, erano andati via abbandonando tutto.
  • Mi ricordo ancora dei grandi amici di mio papà, che loro sono stati fortunati: la moglie si chiamava Svenka, ed era slovena, lui invece si chiamava Marco S., era triestino ed era il banchiere esattore del comune.

Ed è riuscito a salvarsi perché parlando la moglie slavo – anche lui parlava slavo e anche il Veneto -, è riuscito a venire via prima che lo facessero fuori. E ci siamo rintracciati verso la fine degli anni Cinquanta, inizio anni Sessanta: loro erano a Genova, e son venuti qui a casa nostra e son stati qua.

Noi dovevamo andare a Genova, ma poi mio papà si era ammalato e non siamo più andati, e ci hanno raccontato tutte le peripezie di tutta la gente che era stata uccisa. Io là non ne ho sentito parlare, anche perché non c’erano ancora. Io ne ho sentito parlare per la prima volta nel ’54. Perché noi qui abbiamo avuto il governatore di Trieste – Diego De Castro – che ha vissuto qui a Luserna.

Poi io ho avuto notizie di quelle cose lì dai miei zii, i fratelli di mia mamma. Tutti e due: uno in Jugoslavia che è rientrato salvandosi non si sa come dai partigiani e ha fatto tutta le ritirata insieme ai tedeschi e ha detto che ne ha visti di tutti i colori e ci ha raccontato che ne stavano facendo fuori a centinaia.

  1. L’altro mio zio, è riuscito a scappare a casa ed era vicino a Gorizia, e anche lui aveva avuto notizie di queste cose.
  2. Ecco, quelle sono le cose raccontatemi dai miei zii, che sono poi state rincarate dopo.
  3. Alla base delle foibe c’era che loro non hanno mai accettato l’italianità, mai.
  4. Secondo me mai.
  5. E non c’è nient’altro.

Cioè se fossimo andati lì invece di fare i colonizzatori con un altro spirito, probabilmente sarebbe stato ancora peggio, perché non ci accettavano. Siamo onesti, gli altri con l’italiano non hanno niente a che fare. Tolto la Dalmazia, una zona che è stata Venezia che l’ha fatta, così come la costa, l’Istria, che lì erano italiani, la maggioranza era lì.

Nell’interno eran slavi: l’interno era diverso. Loro non hanno mai accettato, e se leggi Betizza lo capisci bene. Antonio P. Dopo che si era sposato da Rovigno arriva a mio padre l’offerta di direttore dell’ Istituto di biologia marina. Era il 1923. E lui ha accettato, è andato in questo avamposto, che era l’Istria, per prendere la direzione dell’istituto.

Mio padre va via da Rovigno nel 1943, all’8 settembre. è stata una fuga avventurosa! Io non c’ero già, ero a Quittengo, tra l’altro. E’ stata avventurosa perché lui aveva pianificato di fuggire a bordo di un grosso motoscafo chiamato Belhoe. L’Istituto aveva due mezzi di navigazione: il San Marco, che era un peschereccio e questo Belhoe.

E aveva pianificato di fuggire con una dottoressa tedesca e forse qualche altro impiegato dell’acquario o scienziato, non lo so, Nella notte precedente, si vede che qualcuno ha parlato, hanno fatto saltare in aria questo motoscafo. E allora lui, questa dottoressa e altri, sono partiti in bicicletta e sono andati a Trieste in bicicletta su queste strade che c’erano, molto disastrate allora.

Da Trieste poi han preso un treno e sono arrivati a Biella. Questo per dirle solo la fuga. perché la situazione era gravissima! Ammazzavano. Cioè, facevano la pulizia etnica in previsione dell’arrivo del governo di Tito! Basta aver letto certi libri per saperlo! Mio padre è fuggito perché è stato ben consigliato a fuggire, perché sebbene lui fosse amatissimo da un grande raggio di persone, anche all’interno, ma non erano le forze interne, ma erano quelli che venivano da Belgrado che agivano per preparare il terreno, e quindi è fuggito per quello.

Io non lo so come lui l’abbia saputo, ma per fortuna! Rischiava di andare nella foiba! Le faccio un piccolo dettaglio, le dico un piccolo dettaglio: la baronessa Hutterott, detta Barbelis, quella con cui aveva scoperto la miniera dei tartufi nell’interno dell’Istria – che anche questo è un argomento bellissimo – era sfollata con l’aiuto di mio padre a Vigliano Biellese.

Lei che era proprietaria di queste isole, friggeva dal desiderio di andare a vedere che cosa succedeva, e nel ’46, quando ancora non era stato deciso il destino della Zona A e della Zona B, dell’Italia eccetera, ha voluto tornare. E mio padre – e lo so questo – le diceva: non andare Barbelis! E’ pericoloso! Lei è andata, era una donna molto volitiva ed energica che difendeva le sue cose, era tedesca.

  • E’ andata e l’hanno ammazzata, annegata davanti alla sua isola di Sant’Andrea, oggi chiamata Cvreni Otok,
  • E bisogna accettare anche i fatti così come sono avvenuti: Cverni Otok, che vuol dire Isola Rossa, Otok è isola. Selina S.
  • Allora, mia mamma le disse a mia zia: non andare a casa, perché si sente che ci saran delle ronde.

E mia zia ha detto: ma perché non posso andare a casa? Io non ho fatto mica niente. E perché questo? Mia zia aveva un fidanzato carabiniere, e allora chissà quello che avrà lavorato nei cervelli di questa gente. Questa qua sarà una spia, sarà così, sarà cosà, ed è stata prelevata da uno.

  • E’ andato a prelevare, perché mia zia viveva a Canfanaro non a Dignano.
  • L’ha presa da uno che era fascista e che dopo è diventato un partigiano, nel 1945.
  • Per dirle, che prima era un fascista, e che poi è diventato un partigiano, quindi comunista.
  • Che lui poi era a Brioni – ha sentito Brioni, dove c’era la residenza di Tito -, lui ha fatto la guardia di Tito.

Per dire. E le dirò ancora oggi, io non so dov’è mia zia. Che mio papà non ha mai voluto dire in che foiba è. Perché non penso che l’avranno portata a Pisino in quella più grande che c’è, perché nei dintorni di Dignano e nei dintorni del paese di mia zia c’è n’erano anche delle foibe.

Che è riuscito a venire fuori vivo, perché si è salvato con i corpi, che quando l’hanno buttato giù che l’hanno fucilato o pugnalato – ma si vede che non era morto – è caduto, e si è salvato sopra i corpi. E’ lui che è andato a dire a mio nonno: guarda che Maria l’hanno violentata, pugnalata e lei si è buttata da sola nella foiba.

E le ha detto dov’è, ma poi non l’hanno trovata, perché son delle voragini che si andava in mare, e va a sapere. E però mio papà lo sapeva, ma non ha mai detto dove, in quale foiba, Aveva diciotto anni mia zia, era giovanissima. Però non si parlava mai delle foibe, non si sapeva di queste voragini che ci sono.

  1. La gente ha cominciato a sparire, e si diceva: oh dio, no se vede più Toni, non se vede più Menigo, le han portati via.
  2. Diversa gente tutta di un colpo mancava.
  3. Delle foibe, no.
  4. Quando mia zia è mancata – che sentivo mia mamma che lo diceva quando son venuta un po’ più grande – mia mamma non sapeva neanche cos’era la foiba.

Dopo si è sentito di questi buchi, di queste voragini dove buttavano dentro. Si sapeva della foiba grande a Pisino, perché è grandiosa quella, di Basovizza, perché quelle son più grandi. Ma si è saputo dopo, perché i paesani nostri penso che non sapevano.

  • E poi c’era una foiba del padrone di casa dove stava mia mamma che chiamavano la foiba del Ton, la foiba di Santa Lucia, ma non pensando mai più che potessero servire per far sparire la gente.
  • E invece son servite proprio per far sparire la gente. Anita B.
  • Ora ti racconto un episodio.
  • Allora, il primo cugino di mia madre – Miro si chiamava – è stato il primo,

Lui lavorava in prefettura, e lui andava spesso giù all’isola, è logico, perché suo padre era capitano. Mia madre lo chiamava capitano, ma era il sindaco della città, e una volta il sindaco del paese si chiamava capitano. E lui lavorava in prefettura – mi sembra che era viceprefetto quella volta – e gli hanno teso un tranello: qualcuno gli ha fatto la spia e i partigiani l’hanno cuccato.

  • E’ logico, loro sapevano tutto, perché sapevano chi era e chi non era, e aveva anche dei parenti.
  • Allora, mio cugino era un partigiano nell’isola, quella volta.
  • Perché noi avevamo in famiglia partigiani, insomma era una famiglia mista etnicamente, ma anche mista di idee politiche e tutte queste cose! Allora l’hanno portato davanti a lui e gli hanno detto: lo conosci? E mio cugino: no, non lo conosco.

Cercava di, perché tra parenti, insomma. Loro volevano che lo aizzasse, insistevano, e dicevano: va beh, se nessuno lo conosce, allora adesso lo fuciliamo. E lui era quello che doveva sparare, che doveva fucilarlo. E hanno insistito tanto, che allora lui ha dovuto dire si, lo conosco.

  • E ha dovuto dire che lo conosceva e quindi lo hanno fucilato.
  • E insomma, queste cose le sapevamo già in famiglia.
  • Sapevamo già che succedevano queste cose, che c’erano questi ammazzamenti.
  • Si aveva questo sentore che fuori succedevano questi ammazzamenti.
  • Antonio V.
  • Lo sapevano tutti che c’erano : è piena di buchi l’Istria! Sotto sotto lo sapevano, perché lì dentro hanno trovato di tutto.

Non c’ erano solo fascisti dentro, o per lo meno quando è successo il fatto di Tito. Perché tutta quella gente lì, è impossibile. L’Istria non è grande. C’era di tutto dentro: c’era ancora gente della prima guerra mondiale dentro, e poi anche gente che spariva e che non arrivava più a casa.

Al mio paese non ci sono stati tanti casi. Io non ho conosciuto nessuno, però c’è stato il padrone di Bembo – quello del castello -, che poi era quello che comandava di mezzo a Valle e che aveva tanta terra. C’è stato poi un altro segretario politico. Ecco, di quello ne ho sentito parlare da mio cugino, che era piuttosto da quella parte lì, che si diceva che quello lì era finito in foiba per una frase che aveva detto dal balcone, dal municipio: mai più i s’ciavoni a Valle.

Non dicevano slavi, li chiamavano s’ciavoni, ed era un po’ dispregiativo. Poi quando sono venuti loro quelli son spariti subito, padre e figlio. Poi un altro signore che mi ricordo e altri no. Comunque noi delle nostre famiglie no, nessuno. Però queste cose qua c’erano, pensi che mio fratello andava a prendere i colombi nelle foibe! nidificavano.

Io e uno dei mie fratelli, ragazzacci, sapevamo che c’erano le foibe, sapevamo. Sapevamo, solo che non sapevamo che uso ne facessero, quello lo abbiamo scoperto dopo. Dopo le foibe facevano paura, nel senso che prima si sapeva che c’erano, che tutta la campagna era piena di queste voragini – che poi ci son quelle più profonde e meno profonde -, si sapeva e non si sapeva l’uso che ne avrebbero fatto.

Ma dopo si aveva un po’ di paura, ovvio. Anche perché, sa com’è, quando cambiano le cose un po’ di paura c’è. La foiba io penso sia una cosa tremenda. Quella lì è una cosa che si è saputo che gli slavi lo hanno fatto. Vede, anche lì, è stata una cosa che non so neanche io come dire.

  1. Vede, logicamente Tito ha mandato qualcuno a fare un po’ di pulizia, è ovvio.
  2. Io penso che sia così.
  3. Però chi ha informato questa gente doveva essere gente del posto.
  4. E’ ovvio che doveva essere gente del posto.
  5. Poi chissà come hanno vissuto con la loro coscienza! Gente del posto che segnalava.
  6. Gente magari anche un po’ esasperata dal regime che c’era prima.

Perché in Istria c’erano tanti socialisti, eh! Perché adesso loro dicono di no, dicono tutti italiani, ma non vuol dire essere italiano non essere socialista! Cioè, quello che dicevo io. E sotto il ventennio si sa che c’erano delle regole che erano piuttosto ferree verso certe cose, poi dopo con il cambiamento è venuto tutto quello che è venuto.

Argia B. Per dieci anni – io sono venuta via nel ’46 – hanno tiranneggiato la gente là. Io dico: Tito sei entrato, sei stato lì, ma perché devi tiranneggiare le persone? Le ha messe nelle foibe, ne ha fatte di tutti i colori: gli uomini e i ragazzini di quindici-sedici anni sparivano. E’ stata una cosa atroce.

Nel ’45 sono entrati e io dopo pochi mesi, nel’46, sono andata via. Però vedevo che andavano, sentivo parlare: han portato via mio figlio, han portato via mio marito, dicono che era per lavoro e che sono andati a Sussak. Ma veramente li portavano dentro quei boschi, dentro quella roba lì.

  • Ma io non sapevo se erano foibe.
  • Io ho sentito mia mamma che diceva: ma guarda che li avranno ammazzati.
  • Fino a che ero lì, si sapeva che portavano via sti uomini.
  • Cioè, dall’oggi al domani non c’erano più.
  • Ma tanti sono andati via, tantissimi.
  • Mia zia, che è venuta a trovarci due volte a Torino, ci diceva a mia mamma qualcosa: sai l’han buttato in un buco, però io non è che ascoltavo, sai a una bambina non è che interessava tanto, mi interessava dopo.

Li han portati via e non tornano più, quella povera donna ha cinque figli e non può vivere, gli han portato anche via la casa, ha dovuto andare non so dove, e che fine faranno? Mia zia diceva: li avran pure ammazzati e diceva che c’era una storia che aleggia su tutta Fiume, che non si sa dove son finiti.

  1. E sai cosa facevano a quelli che morivano? Tiravano via anche i denti d’oro.
  2. Facevano come facevano i tedeschi, se guardi bene.
  3. Guarda che li mandavano nelle foibe vivi, neh! Questo me l’ha detto il figlio, che suo padre prima gli hanno fatto tirare via i denti d’oro o d’argento – non so, una volta però si mettevano i denti d’oro – e poi lo hanno requisito.

Lui è riuscito a salvarsi, perché ? Perché mentre li han portati su queste foibe, e ti legavano uno con l’altro, vivo-morto, vivo-morto, vivo-morto. Lui, combinazione, ha franato, è caduto giù prima che lo legassero, e non se ne sono accorti. E quando sono andati tutti via, lui con fatica – ma non so come ha fatto -, piano piano e senza denti – che non li aveva più – è riuscito ad andare, fino a che non ha trovato qualche contadino che lo hanno aiutato – ha detto che una volta lo ha aiutato anche un croato -, e lo hanno salvato.

E’ stato un miracolo, perché se no li legavano vivi. Dice che il suo amico, vivo, urlava lasciatemi andare e lo hanno buttato lì dentro questo buco, e deve essere stato tremendo. Poi li legavano anche tanti con le catene alle braccia, tremendo. Dice che suo padre – adesso è morto – se lo sognava di notte e gridava.

Fernanda C. Allora, io posso parlare per Orsera. Ad Orsera due erano collaboratori di Tito, e quindi avevano le mani in pasta in quelle vicende, e anche le segnalazioni, le sparizioni e tutto erano oggetto di questi. Si sapevano, si conoscevano già da prima, perché erano sempre stati di quell’idea lì, erano stati anche perseguitati dal fascismo, nel senso che ogni tanto quando arrivava qualcuno dei gerarchi a visitare la città li mettevano in prigione due giorni.

Insomma, le solite cose che fanno i regimi contro chi non condivide il regime. Dicono che hanno segnalato loro gli uomini da portare via: dov’era nascosto il podestà e queste cose, però tra il dire e il fare. Prove non c’è ne sono, e si può solo chiacchierare. Il concetto foiba, purtroppo, nella mia famiglia è entrato subito, perché due fratelli di mio papà sono stati infoibati.

Uno si è saputo subito, e dell’altro si è saputo successivamente. Allora, mio padre aveva due fratelli, sposati, con famiglia e anche le loro famiglie sono poi venute in Italia. Quindi pensiamo a una donna che è rimasta sola – perché non aveva figli – ed è stata nel campo profughi di Brescia per tanti anni e poi è deceduta a Brescia; l’altra invece, che si è fermata a Trieste, aveva due figlie.

E quindi una donna sola con due figlie, che cosa ha dovuto superare per dover recuperare, non avendo l’uomo che portava a casa il denaro, è stata dura. Uno si è saputo subito, perché uno slavo del nostro paese, che stava lì da diversi anni, ha incrociato uno di questi, qualcuno li chiamava partigiani di Tito.

Io non so come chiamarli, perché quando si uccidono le persone così che sono civili, bisogna mettersi d’accordo su che titolo dargli, ma darglielo per tutti: quindi il titolo che diamo a chi ha ucciso i civili alle Fosse Ardeatine, glielo dobbiamo dare anche a chi ha ucciso i civili in Orsera e anche in Istria in generale, e quindi il termine non lo voglio usare.

Ecco uno croato, ha detto a questo croato che conosceva la mia famiglia: ah, A., A., mi g’ho questo fazzoleto, daghe a suo fradel questo fazoleto, e quando abbiamo visto il fazzoletto, abbiamo capito che c’era rimasto il fazzoletto. Quindi per infoibato che cosa intendevamo noi? A volte usiamo il termine in maniera impropria: infoibati per noi sono tutti quelli che sono spariti.

Se non hai la certezza che è stato annegato dici infoibato, se non hai la certezza che è stato seppellito in un bosco dici infoibato. Era un termine usato così. In effetti bisognerebbe usarlo per chi è stato effettivamente buttato in una voragine che lì si chiama foiba.

Però io direi, generalizzato così. Ecco perché, a mio avviso, anche i numeri sono molto diversi: quando uno è scomparso non sai come è scomparso, quando uno sei certo, come le schiere di quelli che li hanno visti legati, allora lì va beh, sai che sono stati infoibati. Per noi in famiglia l’infoibamento è stato subito.

Mentre per l’altro non abbiamo saputo niente perché lavorava in Arsia. Lavorava in Albona, era capo squadra in una miniera e sapevamo che molti di quelli che erano italiani e che lavoravano nelle miniere sono stati proprio portati vie e fatti sparire.

  • Si pensa infoibati, ma non c’erano elementi per poterlo ; la speranza era sempre che magari te lo ritrovavi dopo quattro o cinque anni da qualche altra parte.
  • Col senno del poi c’è una lucidità nel poter raccontare le motivazioni.
  • In quel momento la gente non riusciva a capire perché a ciel sereno – tra virgolette a ciel sereno perché c’era la guerra!- perché in un contesto in cui lì non si combatteva, in quei paesi in cui non c’era la prima linea e non si combatteva, per quale motivo queste bande guidate da Tito che erano composte, quasi nella gran totalità da cittadini slavi- che non erano croati, che venivano soprattutto dalla altre repubbliche e che erano serbi e montenegrini, ma anche croati, evidentemente – sono venuti lì e hanno fatto questa pulizia.

Perché il fenomeno foiba, era la conclusione di un processo che iniziava dal prenderti la casa, dal prenderti l’attività commerciale, dal prenderti il motopeschereccio, dal prenderti la barca per pescare, dal vuotarti la cantina, dal portarti via gli animali dalla stalla: era questo il processo che iniziava.

Fulvio A. Dunque, io ricordo dei libri – avevo dieci anni circa – che ho visto quando ero alle Casermette di Altessano, e c’era il papà di una mia compagna di scuola che aveva questi libri con queste immagini orripilanti di gente ammazzata, che avevano buttato nelle foibe. Mi ricordo proprio l’immagine, gente ammucchiata per terra.

E quindi io ero ancor alle Casermette di Altessano, ed avevo tra i nove e i dieci anni, perché poi a dieci anni siamo venuti ad abitare a Torino., assolutamente. Di queste cose segreto completo, non si parlava perché forse temevano di dire delle cose che potevano in qualche modo nuocere loro, e allora non volevano parlarne.

Ginevra B. Un mio zio – fratello di mia mamma -, aveva quarantadue anni, una sera era a casa, i partigiani comunisti hanno bussato alle dieci e lo hanno portato via. E non si sa che fine ha fatto. Senz’altro lo hanno portato in questi campi di concentramento, non lo hanno mai trovato. Non si è mai saputo.

Poi un altro mio cugino lo han portato via. Lui lo han portato veramente in Siberia, che è tornato a casa che aveva i piedi congelati, che non poteva camminare. I titini lo hanno portato via. Erano i compagni, diciamo. E poi, per esempio, anche quella roba delle foibe, che mio padre diceva agli uomini e alle donne che parlavano.

Perché a noi bambini andate via, andate via, ma fino a un certo punto, perché poi parlavano direttamente: sai, han preso quello, quell’altro è sparito, e si parlava di queste foibe. Ma non le chiamavano foibe, per noi bambini dicevano un buco grande che va a finire in mare. Ma come? Ma si, un buco grosso che va a finire in mare.

La parola foibe no, dicevano buco, buco. Dei buchi grossi e fondi che vanno a finire in mare. E dicevano: poverini, perché, insomma, nei paesi si sapeva. Si parlava di questi buchi, però non si sapeva se li avevano buttati in foiba o se li avevano portati via nei campi come mio zio.

  1. Perché le persone le vedevi la notte e poi di giorno, al mattino, non le trovavi più, non si vedevano più. Maria Mn.
  2. C’è n’era qualcuno anche in famiglia: un militare che ha sposato una delle sorelle di mio padre, per esempio.
  3. Perché mio padre erano due fratelli e sette sorelle e quindi da qualche parte è arrivato anche qualcuno con il cinturone! Ma non solo, occhio! C’erano anche tanti slavi – e non so, questa forse è una curiosità che può interessarti – che avevano preso il fascismo come il futuro, che hanno dato anima e corpo e che, da qual che ho capito io, han fatto anche una certa carriera.
You might be interested:  Cosa Vedere A New York?

Un cugino di mia madre, per esempio, che è stato buttato in foiba, lui era un fascista. Era uno slavo ma era un fascista. Però quando è venuto poi il casotto e tutto, che gli han detto ma scappa via, scappa via, ha detto: ma io ho mica fatto del male a nessuno, però l’han preso e l’han buttato dentro! Io ce l’avevo dietro la cascina di mia madre: davanti c’è l’arrivo della strada, e a una quarantina di metri c’era un muretto, un albero e la foiba.

  1. La prima volta che per curiosità sono andato a vederla, a momenti scivolavo dentro, talmente sono andato vicino! E la zia che era lì mi ha tenuto per la mano: calma, che non scivoli! E le dico: ma gli animali? No, gli animali stanno lontani da lì, stai tranquillo! in Italia, anni dopo.
  2. Mentre ero lì facevano parte del paesaggio: c’erano i campi, c’erano i lachi – i laghi – e c’erano le foibe.

Ma era come se fosse parte del paesaggio, come fosse una collina, che ne so! Non avevo assolutamente il senso di una tragedia lì a due passi. C’è però una cosa da dire, e cioè che uno dei racconti di mio zio – che era stato in campo di concentramento – in Istria, era in una zona che io non so più neanche dov’è.

E lì avevano una caserma – i tedeschi – e avevano messo uno scivolo addirittura per buttarli nelle foibe. E quello che mi aveva colpito da come me lo raccontava anche questo mio zio – che è stato anche nei campi di concentramento eh, uno dei pochi che si sono salvati – che a lui faceva senso, e quel senso me lo ha dato un po’ anche a me, che quando li buttavano dentro gridavano mamma.

Però anche questo me lo ha detto quando andavo a trovarlo giù a Pola anni dopo, non subito. Mario B. C’è stato un periodo che hanno fatto piazza pulita di quella gente che era un po’ contro: c’era sempre un po’ di pulizia, ogni tanto sparivano. Noi giovani non si conosceva, perché il problema delle foibe penso che sia venuto a conoscenza troppo tardi, perché che esistevano le foibe, quello lì, io penso che pochi lo sapevano.

So che sparivano, che non tornavano più a casa: le persone alla sera c’erano, e il giorno dopo non c’eran più. Tante volte. Tanto è vero che c’è stato dei periodi che qualcuno diceva: guarda, te stai lì, non parlare male del regime, stai attento – io da bambino le sentivo le voci -,State attenti, non parlate male del regime perché domani mattina magari non sei più a casa.

Tante volte si sentivano magari queste voci qui. Ma sono cose politiche, idee che uno ha. C’era l’idea fascista e l’idea comunista: e allora quando sono venuti i comunisti hanno cercato di punire un pochettino quelli che loro ritenevano che erano colpevoli di qualche cosa, e li facevano sparire lì.

Però dove andavano, come le dicevo, pochi lo sapevano. Sapevano che sparivano, ma che sparivano in qual senso lì penso che pochi lo sapessero. Mario M. Io ne avevo sentito parlare proprio dalla mamma, che lei ne parlava. Io non ne ho sentito parlare qui, quattro, cinque o sei anni fa. Io ne avevo sentito parlare già da mia mamma, che avevano fatto dei buchi e buttavano le persone vive dentro, e che i parenti gli amici e le mamme andavano a cercare i propri figli, perché buttavano dentro questi, tutta gente giovane, perché lei sa che la guerra ha portato a diventare soldato anche colui che non era sotto leva.

E allora la mamma parlava: ah, per carità la nonna – dalla parte di mio papà – ha dovuto andare a cercare in foiba le figlie. So che era partita con un asino, lei raccontava, da Fiume, aveva attraversato tanti posti per andare a cercare delle zie, che poi diverse erano già morte, ma una o due le ha trovate vive, perché le ha tirate fuori lei.

  1. Sorelle del papà, che poi hanno vissuto a Genova.
  2. Le mie zie sono morte perché le hanno buttate dentro e nessuno e andate a prenderle.
  3. E i titini sparavano, eh! Capisce, loro buttavano dentro: la mamma dice che ne buttavano dentro cento o duecento persone, facevano razzia del paesetto, del piccolo rione, li mettevano in questi camion senza telone, e li buttavano dentro.

Grandi, piccoli che siano. Poi sparavano: chi prendevano prendevano, Chi non prendevano magari si salvava, ma non tutti, perché magari dopo uno sopra l’altro morivi di asfissia. Allora, diciamo che due erano le idee, o fascista o comunista, e le mie zie proprio per motivi di fascismo.

  1. Perché erano fasciste e i comunisti le hanno buttate dentro.
  2. I partigiani di Tito, insomma.
  3. Perché mio papà e le sue sorelle avevano quelle idee là.
  4. Io non le ho mai condivise.
  5. Nirvana D.
  6. Certo, si sapeva, troppo tardi vi siete svegliati! Si capiva, perché durante il giorno c’erano i tedeschi e i fascisti che giravano qui e là, mentre di notte c’erano i partigiani, di notte.

Quando non giravano gli altri, di notte, ti venivano a beccare a casa. Dicevano: andiamo a prendere L. cioè mio padre -, perché per loro era una persona non affidata, perché, come dicevo prima, si incontrava e parlava sovente con i tedeschi in piazza, al bar, in città.

Parlava in tedesco e loro erano gelosi. Che parlava male dei partigiani e cosa, e allora dicevano che quello lì era da eliminare. Io faccio il mio caso di famiglia, ma così han fatto anche nelle altre famiglie: se uno non riusciva a nascondersi lo beccavano e lo buttavano in foiba. Tanti – come sempre dico – sono morti infoibati: quelli dell’età di mio padre son venuti via e si sono salvati la pelle, altri no e li hanno infoibati.

Mio papà si è salvato perché erano anche amici e gli dicevano Felice, stai occhio, non stare a casa perché ti puoi trovare qualche sorpresa. Io ero piccolino, ma queste cose me le raccontava mia mamma. Le foibe sono sempre esistite, è un dono di natura, sono sempre esistite per togliere dai piedi.

  1. Ti buttavano lì, solo perché eri italiano, solo perché eri italiano.
  2. Se parlavi due lingue eri malvisto da loro, purtroppo.
  3. E loro la gente che non gli piaceva cercavano di smaltirla via, di farla sparire.
  4. Come ripeto, per questo hanno vinto, a furia di infoibarli si sono impossessati dei nostri territori.

Ci sono filmini su questo, non è che l’ho sognato! Dicevi: ma dov’è Giovanni? Eh, Giovanni. Chi l’ha visto l’ha visto? Per dire. Di notte, ti bussavano alla porta: c’è Giovanni? Si. Bene, lo chiami un momentino giù. Se eri a casa, venivi giù, ti prendevano e sparivi.

No durante il giorno, di notte. Renato L. Le foibe, di cui finalmente se ne parla, le hanno riempite di persone che abitavano in quei posti lì. da bambino, subito. Quello che ci raccontavano da bambini, i nonni, erano le foibe, perché tutti conoscevano. Erano dei buchi infiniti nel terreno, in cui uno veniva preso e veniva buttato, vivo, molto spesso, in questo buco che sembrava non avere fondo, e quindi uno andava giù.

Parenti, conoscenti, amici, tutti hanno persone che conoscevano che son finiti nelle foibe. Per cui quando si raccontavano le favole ai bambini, oppure quando i bambini non stavan bravi, si diceva: guarda che ti buttano in foiba, oppure i te butan in foiba in dialetto.

Era un detto comune per descrivere quello che era il peggio che potesse capitare a qualcuno: essere buttato in una foiba. Parlavano di gente che andavano a prenderli per interrogarli i comunisti – titini o non titini, perché poi anche lì molti italiani hanno immense colpe – e poi la gente spariva, ma spariva proprio, e le foibe erano piene.

Poi dopo hanno cominciato anche a tirarli fuori, però il modo migliore per fare sparire qualcuno, era prenderlo e buttarlo nelle foibe. Dico io, poi non l’ho mai sentita, ma visto che le foibe ci sono, saran servite anche prima, magari anche altri ci saran finiti, però da sempre si è parlato di queste foibe: venivano a prenderti e ti buttavano in foiba.

E’ una cosa che sapevano tutti, se ne parlava liberamente, chiacchierando, perché poi come sempre accade quando le persone sono via, di cosa parlano? Io, personalmente, sempre sentivo parlare tutti gli anni – anche a Lucento – di guerra e non guerra, foibe e non foibe, di quello che è successo e non è successo.

Erano una presenza costante, tutti lo sapevano, tutti hanno avuto gente, gente ha visto quello che è successo, quindi non è che si parlasse di qualcosa poco tangibile, era una cosa normale. Io per la foiba ho sempre pensato. Non ho mai voluto pensare che fosse usata in modo dispregiativo per dire sei un rifiuto e quindi ti butto con i rifiuti.

  • In modo molto più pratico – come ho sempre cercato di essere – era il modo migliore per far sparire una persona.
  • Sempre, negli anni, sentiamo che hanno ucciso migliaia di persone, di non farlo conoscere in giro per il mondo, e quindi di farle sparire.
  • La foiba era già bella e pronta, era il modo più semplice per far sparire una persona, per poi dire noi non sappiamo niente.

Le violenze che ci sono state sono quelle. Sergio M. Cosa vuole che le dica, io ne ho sempre sentito parlare delle foibe, e le ho anche viste, sono andata anche a Pisino a vedere la grande voragine. anche una leggenda della foiba, molto triste. la favola di un pastorello che doveva pascolare le pecore per conto di un possidente, che però aveva scoperto che se buttava qualcosa nella foiba, riaffiorava a valle.

  1. E così buttava le pecore, e il padre gliele raccoglieva e poi le prendeva morte per mangiarle.
  2. Sicché però è stato scoperto, e un giorno il padre cosa ha visto arrivare invece delle pecore? Il figlio, ammazzato.
  3. E questa è una leggenda istriana, non è inventata.
  4. Questo, quindi, per quanto riguarda le foibe e la loro terribile storia.

Perché è anche vero che la foiba ha qualche cosa di orribile, come l’idea di essere buttati vivi dentro, ha qualcosa di satanico. E quindi questo aspetto noi lo avevamo vissuto. Come una pattumiera, e anche i morti buttati come una pattumiera. Ecco la pulizia etnica e la sua triste memoria! Pattume.

  • Orribile e terribilmente denigratoria! Selina S.
  • Io non le ho mai viste, però sentivo dire di qualcuno che era stato buttato nella foiba.
  • Dai miei parenti, proprio.
  • Da mio padre, da mia madre, perché loro lo venivano poi anche a sapere e si sentiva dei fascisti nelle foibe.
  • Ad esempio anche un amico di mio papà era sparito, e poi dopo si è saputo che lo avevano buttato nella foiba.

Secondo me c’erano vendette, senz’altro. E poi si sa che durante la guerra, o quando sta per finire tra le varie parti succedono delle cose strane, come anche qui, Erano vendette personali legate anche alla politica. Poi qualcuna ci sarà stata non della politica, però secondo me si.

  1. Una sorte di resa dei conti, e anche da quello che si sentiva dire e parlare era così.
  2. Adriana S.
  3. Mi ricordo di una notte che sentivo un trambusto.
  4. Ero da sola che dormivo in una cucina grande, perché in casa nostra c’era della gente che stava in affitto, e tra questi c’era una famiglia il cui marito era militare, era nei carabinieri.

E allora io non so bene se poi loro cercavano lui o cosa, ma io so che da quella volta non ho poi più visto neanche mio padre. Probabilmente c’era qualcuno che veniva a cercare: io dormivo, sentivo rumore, mi ricordo che poi mi son vista sola, sentivo il rumore, piangevo forte.

  1. Per me quella notte è rimasta lì per tantissimo tempo, perché poi quando si era di qua non chiedevo mai niente, mai, mai.
  2. Senonché dopo, ma è successo poco tempo fa, ho chiesto a mia sorella maggiore: io ricordo per un periodo, e mi sembra per tanto tempo, che non ho visto papà, che fine aveva fatto? E lei mi ha detto: sai, qualcuno ci ha avvisato in segreto che era in lista per essere infoibato, lui e i suoi fratelli, e allora cosa han fatto? Son fuggiti, son venuti in Italia e via.

Quindi, così ho messo un tassello, ma le dico sarà mesi fa che ho chiesto questa cosa, non prima, eh! Era in questa lista e probabilmente doveva finire, Ma poi bastava essere iscritti al partito, che poi in certe occasioni bisognava iscriversi, se no non lavoravi.

Che poi lui era nel tabacco. Si ma poi cosa vuol dire? Ci son delle persone che non hanno fatto male a una mosca e son finite male, ma la guerra è così. Anna Maria P. Mio zio è stato ammazzato dai partigiani, più italiani che croati: lo hanno ammazzato a diciotto anni, solo perché era un ragazzo che andava in giro ben vestito.

io delle foibe ne ho sentito parlare, ne ho sentito parlare perché mio zio è stato infoibato. Il fratello di questo mio zio che hanno infoibato subito, è morto nel 1944-1945, quando son nato io, perché mi ricordo che mia mamma mi diceva che giocava con me ed è sepolto qui a Montanaro, abbiamo portato le ossa qui a Montanaro.

E l’hanno infoibato e quello stesso giorno hanno preso anche un mio zio che ha cambiato il cognome in B., che sua moglie è ancora viva in via Genova, a Torino. Lui era autista del federale e l’avevano preso anche lui lo stesso giorno, ma lui si è salvato perché si era nascosto tra la cabina e il telone del camion, e hanno infoibato tutti quanti.

E li hanno infoibati a Pisino. Questo lo so perché sono andato anche a visitare queste foibe., sono arrivati a casa, li han presi e li han portati via tutti e due. Adesso io ammetto quello che era autista del federale perché potevi dire che sei fascista perché l’altro era fascista – poteva anche essere fascista per quel che ne so io, per carità -, ma l’altro mio zio era un ragazzino di diciotto anni.

E i diciotto anni di allora non sono i diciotto anni di adesso, allora a diciotto anni eri un bambino, adesso sei un uomo. Mi ricordo di quello che raccontava mamma, che ogni tanto si nascondevano e si chiudevano in casa perché, specialmente nell’ultimo periodo, quando i titini erano proprio attorno a Pola, già venivano ad occuparti le case: quei periodi sono stati periodi di terrore, proprio.

Di paura, perché di vita ce n’è una sola, e in quei momenti lì a farti fuori non ci mettevano niente. Franco V. Eh, le foibe. Si, si, saranno stati cattivi anche i fascisti, senz’altro, ma poveretti, che brutta cosa! Io sapevo che esistevano queste porcherie.

Ecco, vede che odio che c’era, poi. C’era una famiglia che le hanno portata via il marito di notte. Era gente abbastanza benestante, come dire. Questa famiglia era gente che faceva il suo lavoro, la figlie erano maestre. Però hanno sofferto, le hanno portato via il papà a queste due ragazze. Non c’era più vita, povera gente! Lì anche quando è successo quello, mi ricordo che la gente era spaventata.

Sa, cosa vuole, tutti speravano di non dover andare via, tutti speravano. Ma, le ripeto, c’era una desolazione quando che si cominciava a sentire queste cose, perché la gente era spaventata. Dicevano: ma, quello lì lo hanno portato via stanotte, quell’altro lo hanno anche portato via.

  1. E lì poi io cominciavo a capire che forse, non so, forse la classe più benestante delle persone e delle famiglie era più in pericolo degli altri.
  2. Ma lo pensavo io, può darsi che sia un mio pensiero.
  3. Ma c’era un disastro per tutti.
  4. Perché torno indietro, adesso, e le racconto un episodio che è successo.

Vicino a casa nostra una notte, nel tardi, sentivo delle urla e delle grida, saranno state distanti da qui come sulla strada principale, Sentivo una donna urlare: siamo usciti fuori di casa, e abbiamo visto che le avevano pestato il marito. Sono andati in casa in due o in tre, i titini, e le hanno pestato il marito.

Lo hanno proprio, Gina R. Dopo che si era sposato da Rovigno arriva a mio padre l’offerta di direttore dell’ Istituto di biologia marina. Era il 1923. E lui ha accettato, è andato in questo avamposto, che era l’Istria, per prendere la direzione dell’istituto. Mio padre va via da Rovigno nel 1943, all’8 settembre.

è stata una fuga avventurosa! Io non c’ero già, ero a Quittengo, tra l’altro. E’ stata avventurosa perché lui aveva pianificato di fuggire a bordo di un grosso motoscafo chiamato Belhoe. L’Istituto aveva due mezzi di navigazione: il San Marco, che era un peschereccio e questo Belhoe.

  1. E aveva pianificato di fuggire con una dottoressa tedesca e forse qualche altro impiegato dell’acquario o scienziato, non lo so,
  2. Nella notte precedente, si vede che qualcuno ha parlato, hanno fatto saltare in aria questo motoscafo.
  3. E allora lui, questa dottoressa e altri, sono partiti in bicicletta e sono andati a Trieste in bicicletta su queste strade che c’erano, molto disastrate allora.

Da Trieste poi han preso un treno e sono arrivati a Biella. Questo per dirle solo la fuga. perché la situazione era gravissima! Ammazzavano. Cioè, facevano la pulizia etnica in previsione dell’arrivo del governo di Tito! Basta aver letto certi libri per saperlo! Mio padre è fuggito perché è stato ben consigliato a fuggire, perché sebbene lui fosse amatissimo da un grande raggio di persone, anche all’interno, ma non erano le forze interne, ma erano quelli che venivano da Belgrado che agivano per preparare il terreno, e quindi è fuggito per quello.

Io non lo so come lui l’abbia saputo, ma per fortuna! Rischiava di andare nella foiba! Le faccio un piccolo dettaglio, le dico un piccolo dettaglio: la baronessa Hutterott, detta Barbelis, quella con cui aveva scoperto la miniera dei tartufi nell’interno dell’Istria – che anche questo è un argomento bellissimo – era sfollata con l’aiuto di mio padre a Vigliano Biellese.

Lei che era proprietaria di queste isole, friggeva dal desiderio di andare a vedere che cosa succedeva, e nel ’46, quando ancora non era stato deciso il destino della Zona A e della Zona B, dell’Italia eccetera, ha voluto tornare. E mio padre – e lo so questo – le diceva: non andare Barbelis! E’ pericoloso! Lei è andata, era una donna molto volitiva ed energica che difendeva le sue cose, era tedesca.

  • E’ andata e l’hanno ammazzata, annegata davanti alla sua isola di Sant’Andrea, oggi chiamata Cvreni Otok,
  • E bisogna accettare anche i fatti così come sono avvenuti: Cverni Otok, che vuol dire Isola Rossa, Otok è isola. Selina S. no, no,,
  • Adesso rammenti.
  • Adesso venendo fuori tutto, ti ricordi che da un giorno all’altro non vedevi più tizio, non vedevi più caio.

Però dicevamo: sarà andato via, ma non sapevamo dov’era andato. qualcuno era riuscito ad andare via, ma li prendevano e li buttavano nelle foibe, e dopo non sapevi più niente. Io stessa – dico la verità – l’ho saputo dopo tutte queste cose, ma prima se non sei più che in mezzo alle cose,

Adesso arrivo a capire, che ho letto qualcosina e tutto, ma lì non ricordo di essermene accorta, perché ero una ragazzina e poi, confusione, che sparivano e non sapevi dove. Non sapevi se andavano per salvarsi o che li mandavano via. eccome. Gente che andava via e non te ne accorgevi, certo, certo. E poi tante cose le hai sapute dopo e allora le hai poi collegate.

Olivia M. non lo sapevamo, anche perché i nostri non è che parlassero tanto davanti a noi. Mio papà non ci ha mai detto è successo questo ed è successo quello. E anche le altre famiglie con noi bambini, Quelle cose si capivano quindi dopo, perché sai, ascoltavi i discorsi.

Delle foibe l’abbiam comunque saputo dopo, molto tempo dopo. Durante lì non abbiam mai sentito parlare delle foibe. Noi bambini, eh. Franco D. Mia mamma l’ha provata di più, perché mio nonno faceva il contadino e andando a lavorare nei paesi ha visto, bene o male, come si svolgeva la guerra. Era tremenda! E’ stata presa anche mia mamma, ed è andata davanti alle foibe.

L’ha salvata un suo compagno di scuola, che era uno slavo. Era stata presa ed era stata accusata di fare la spia per i fascisti. E questo voleva dire che qualcuno l’aveva in odio, che c’era qualche contrasto, non so, per la terra. La stavano per buttare in foiba e quel ragazzo con la sua pattuglia è passato lì, l’ha vista e ha detto: cosa fate? Guardate che questa qui mi ha salvato dieci volte dai tedeschi! arrivavano e spegnevano i motori sulla discesa, e allora mia mamma due o tre volte ha avvisato i partigiani: guardate che arrivano i tedeschi! E li ha salvati diverse volte.

La sera son venuti a prenderla vestiti da fascisti, perché i compagni facevano questi trucchi qui: si vestivano da fascisti così la gente vedeva i fascisti che andavano a prendere le persone e davano la colpa ai fascisti. Uh, i fascisti fan sparire la gente! Poi però non erano i fascisti, erano i partigiani, facevano il doppio scopo: eliminavano la gente che non gli andava e in più incattivavano la gente contro il fascismo.

Facevano di questi trighi. E mia madre è stata fortunata perché in quel momento lì, quando era oramai già quasi alla fine, è venuto questo ragazzo qui che era a capo di un gruppo – lui era di Dignano – e l’ha vista e l’ha liberata. Poi è andato via e le ha detto: guarda, adesso ti ho slavato, però è meglio che te ne vai a Pola, in un paese vicino a Pola, lì nei dintorni, a Barbana.

  1. Si è sempre saputo, ne abbiamo sempre parlato, mia mamma ne ha sempre parlato.
  2. Lo sapevano tutti, lo sapevano tutti quello che facevano.
  3. Anche quelli di Pola lo sapevano, però Pola non avendo nessuna azione partigiana, non l’avevano mai provata sulla loro pelle, invece quelli dei paesi si.
  4. In paese era molto.

Cioè, di giorno comandavano i fascisti, di notte i partigiani. Venivano di sera, sempre vestiti da fascisti ! Si travestivano da fascisti e poi sparivi e bom. Giulio R. Dell’esistenza delle foibe lo sapevamo, ci dicevano sempre di stare attenti a non, ma che infoibassero no.

  1. Io l’ho saputo nel ’43, quando trovarono,
  2. Perché i tedeschi avevano pubblicato per tutto il paese questi manifesti con le foto di quelli che avevano estratto dalle foibe, perché la gente andasse a riconoscere i propri,
  3. E questo successe nel ’43.
  4. Io mi ricordo un certo R., quando la moglie lo ha riconosciuto, mi ricordo lo strazio di questa vedova.

Che quella estrazione. Ecco, noi la prima estrazione dalle foibe è stata nel ’43, e non so se fosse già inizio del ’44. Cioè non so in quale mese, non ho documentazione. So che la moglie lo ha riconosciuto, e dopo hanno fatto sepoltura, credo. era di Valle, lui gestiva il suo negozio di commestibili.

E anche B., poi. Che il dottor B. faceva parte del Consorzio del Tabacco di Valle. E pensare che c’è gente che si è salvata da quella prigione che era con lui e glielo hanno persin detto: dottore, venga via! Questo è successo però nel ’43. E mi ricordo il funerale di B., che ho partecipato. Era una bravissima persona che, specialmente lui, ha sempre dato mezzadria, aveva i fattori.

Vede, io l’altro giorno ho sfogliato un libro su Valle, scritto da un istriano, e sul libro c’era scritto che a Valle, dal punto di vista strategico, non c’è n’era nessuno da infoibare. Secondo me non era nessuno da nessuna parte, però detto da loro lì, da uno che magari aveva fatto anche la lotta partigiana.

che erano vendette, vendette. Secondo me, cosa che ho notato venendo a Torino, è che le vendette esistevano dappertutto. Soltanto che lì, essendo andati in mano ad altra gente, sono state commissionate o molte persone impadronire della ricchezza che non c’era. Nives P. Madonna, ce n’era già pieno! C. dove l’han buttato? In foiba! E si è salvato, perché lui ha trovato un bastone ed è venuto su.

E’ caduto su una pianta, e poi piano piano è risalito su. E poi è andato a finire in Australia. Era mio amico quello lì, eh! Niente, l’han buttato dentro nella foiba, vivo. Poi aveva il filo di ferro ai polsi, e si è agganciato attaccato a una pianta, e dio ha voluto che non morisse.

Io l’ho trovato poi a Torino alle Casermette. Pensi che a Sissano c’era un pozzo, una cisterna, che portava giù l’acqua per bere e che è poi stata chiusa perché veniva su la pece di quelli che buttavano nelle foibe. Perché li buttavano in foiba e poi han dovuto bloccarlo, non lasciavano più funzionarlo perché veniva giù il liquame.

Oh, ne abbiam viste! Bepi T., l’avevan preso perché era fascista. Perché aveva fame, e allora è andato fascista perché lì pagavano. Erano in due o tre del paese. Di notte venivano a prenderti, neh! Venivano i tedeschi di notte a rastrellare e portavano via della gente, venivano i partigiani anche la notte, che dopo quelli che prendevano non li vedevi più.

  1. Venivano e li buttavano in foiba.
  2. Jolanda T.
  3. Io sentivo delle volta la radio di Trieste.
  4. E mi dicevano: lei e sua mamma avete parlato male della Jugoslavia! Ma no, noi no! Guardi – mi dicevano – cha mi han detto che avete parlato male.
  5. E io rispondevo: ma non so, magari lei sa, vecchia com’è.
  6. Ah, visto che ha parlato male! Eh bom, ti prendevan e ti portavan via.

Giuseppe T. Mio padre aveva due fratelli, uno era più grande di lui di qualche anno e uno era pochissimo più giovane di papà. Il più grande era socialista e non aveva la tessera del fascio, quindi non aveva lavoro, quando c’erano le manifestazioni lui andava in galera, poi lo mettevano fuori, come succedeva a tutti.

E lui non voleva la tessera, quindi era disoccupato; la moglie lavorava per i soldati i paltò, i pantaloni, e le divise, perché non andavano avanti. Ma era una persona sensibile e buona, zio Dante. Era socialista, assolutamente contro il lavoro, poi i due fratelli l’hanno convinto e sono andati in Africa, e ricordo le lotte in casa, che c’erano, perché lui aveva due figli, e si era convinto, nel ’36 mi pare, a prendere la tessera.

Però nel ’43, subito dopo l’8 settembre aveva bisticciato con la moglie ed era venuto da Trieste al mio paese in bicicletta. Era molto giù di morale, arrabbiato, e voleva andare coi partigiani. E papà invece pensando alla sua età, pensando alla sua non tanta salute, diceva: no! E addirittura papà e mamma sono arrivati al punto di chiudere la porta a chiave perché non uscisse.

  1. Allora lui è andato in bagno, ha spostato uno dei vasi di cemento e pian pianino l’ha posato a terra.
  2. Poi dal gabinetto è scappato: mamma e papà se ne sono accorti e hanno immediatamente aperto la porta per fermarlo e invece lui ha attraversato l’Isonzo ed è sparito in un batter d’occhio, non c’è stato modo di fermarlo.

E quello zio è stato ucciso dai partigiani. Più che dai partigiani da qualcuno del paese. E probabilmente, perché nessuno ha mai parlato che fine abbia fatto. Stranamente nel ’45, una persona è andata a Trieste dai nonni e gli ha detto: chi aspettate non aspettatelo più perché è morto.

Questa è l’unica cosa che abbiamo saputo di lui, e probabilmente lui è uno dei primi messo nelle foibe. Romana B. C’era della gente che andava via, così, perché loro avevano sentito che erano fascisti o questo e quell’altro: andavano lì e ti portavano via e la moglie o la mamma o i figli andavano lì ah, ma mio padre? Ah, noi non sappiamo niente.

Era un casino! E’ arrivato un certo punto che non potevamo più vivere lì, perché non si poteva uscire la sera, se eri antipatico a qualcuno sparivi: mio padre ho rischiato di non vederlo perché aveva prestato un impermeabile a uno che affittavamo la camera lì e c’era un po’ il sospetto, e meno male che hanno detto tutti e due la stessa cosa e siam riusciti,

il terrore, il terrore. Franco S. Che poi lì dentro della gente comune del paese, che molto probabilmente han fatto la spia che han preso qualche partigiano o comunque qualcosa del genere, son stati presi appena finita la guerra e portati via. E non si son più visti! son venute fuori quando poi gli sloveni han fatto manifestazioni per Trieste italiana, come noi italiani facevamo a Trieste.

Allora le manifestazioni erano per Trieste italiana e per Trieste slovena, e quindi da Trieste e da Gorizia son stati portati via un sacco di gente. Quanta io non ho idea, ma questo è vero. Portate via. Nelle foibe, nelle foibe. Portati via dalle loro case, dai loro paesi e che fine poi han fatto son quelli famosi che si parla delle foibe.

Son quelle che le han portate via dalle case. Ma finita la guerra, eh! Quindi portate via, magari legate, fatte per la strada che andava in montagna, magari con le pantofole non pantofole, ma scarpe non da montagna. E poi non si trovavano più, eh no. Mio zio Armando lui, furbo, si è alleato con i repubblichini di Salò, nel ’43, con un amico.

You might be interested:  Cosa Vedere A Taormina?

Zio aveva un figlio e invece l’altro era un giovane, un ragazzo e son partiti tutti e due. una volta capita la cosa, si è fatto ricoverare a Gorizia nell’ospedale militare. L’altro invece, il suo compagno, si è messo il fazzoletto rosso per far vedere che era partigiano: lo conoscevano, perché in un certo qual modo era peggio di mio zio, gli han fatto mangiare il fazzoletto e poi l’hanno ucciso.

  • Mai più visto, mai più visto. Romana B.
  • Perché poi parlano solo delle foibe, quando dicono la giornata del ricordo.
  • Ma cos’è il ricordo?! Quante foibe ci sono in Istria? Le hanno mai contate? Quanti morti c’è lì dentro? Questa è la storia, che mai nessuno l’ha voluta dire! Quanta gente hanno ammazzato? Io una volta sono andato in spiaggia la mattina, che avevamo tagliato la scuola come si fa da bambini.

Sono andato in spiaggia e ho trovato un cinquanta cadaveri legati con le mani e chi l’aveva fatto questo? sapevamo che nei boschi c’erano anche delle foibe, perché dei cacciatori andavano a prendere i colombi che erano dentro e gli sparavano. Cioè, si sapeva.

  • Delle volte : è sparito quello lì, chi è sparito? Eh, è sparito Toni,
  • Eh, el g’avran butà in foiba si diceva in dialetto.
  • Quindi le foibe erano conosciute in quelle zone lì.
  • No, assolutamente, perché poi questo è venuti fuori dopo la guerra.
  • Le foibe.
  • Eh, han trovato una foiba, per esempio quella di Pisino.

Che quanti ne han buttati là dentro? Ne han tirati fuori un centinaio! Sparivano. Uno alla sera c’era e la mattina non c’era, e i familiari dicevano: eh, son venuti ieri sera i s’ciavi e me g’han portà via mio marì, in dialetto. E allora pensavi, non vedendolo più tornare, che l’avevano buttato lì.

Oppure lo trovavano ammazzato per la strada. Questa era la cosa. Luigi B. Ah, ce ne sono stati tantissimi: affogamenti e cose di ogni genere. Noi lo percepivamo, si. Si, lì c’era verso queste persone che erano i rappresentanti classici, cioè le persone più rappresentative degli italiani, dell’italianità, perché erano le più in vista, le più ricche ed è chiaro che venivano prese di mira loro, perché affogare Luxardo voleva subito dire prendere la fabbrica e tutto il resto, quindi impossessarsi immediatamente di tutto.

Perché poi il futuro in quel momento, non era facilmente prevedibile, poteva succedere qualcosa, non erano sicurissimi che le cose si sarebbero svolte a livello mondiale come poi si sono svolte. C’era ancora un anno di guerra, tutto sarebbe potuto accadere.

  • Noi eravamo troppo piccoli, ma sapevamo che a un certo momento c’era la caccia agli italiani di spicco, questo si intuiva, si sentiva parlare dai nostri genitori.
  • Ma probabilmente in quel momento bastavano tre o quattrocento tedeschi per evitare che questi episodi avvenissero.
  • Di quei 2.000 morti, moltissimi son stati affogati, cioè non hanno sparso sangue ma sono morti non per colpa delle bombe, ma perché son stati gettati con una pietra al collo nel mare.

Sergio V. hanno ammazzato certi italiani quando sono venuti, mi pare anche amici di mio papà. Una ventina : c’erano una ventina di questi che non sono arrivati in tempo di andare via in Italia, li hanno presi e, Perché quando c’era questi italiani, certiduni, volontari, andavano di notte, in giro, per vedere se c’era qualcheduno che faceva qualcosa contro gli italiani.

  • E allora quando sono venuti i partigiani, li hanno presi e li hanno fatto fare la fossa e li hanno fucilati tutti.
  • Una quindicina o venti, non lo so.
  • Perché li consideravano fascisti.
  • Giovanni R.
  • L’ho sentito, dopo, no, anche perché era forse tutto un po’in sordina.
  • Queste cose era tutto un po’ in sordina.

In famiglia sentivo ei lo g’ha butà in foiba. Ei lo avran butà in foiba. Però lì era tutto segreto. Però lì sono gli slavi che lo hanno fatto, forse su indirizzo degli italiani, e non è detto che non sia così, perché c’è sempre un collegamento. Ma la nostra gente io non penso che sarebbero arrivati a tanto, non penso che sarebbero arrivati a tanto.

  • C’è stato un mio caro amico – andavamo a scuola insieme – Italo.
  • Italo era un ragazzo i genitori di origine slava che abitavano a Valle.
  • E mi ricordo questo particolare, in seconda elementare i suoi genitori erano già spariti, marito e moglie.
  • Non saprei.
  • Non penso che erano gente cattiva, erano proprio odi così, tra gli uni e gli altri.

Erano ritenuti fascisti ma non penso lo fossero, perché erano gente buona. Poi Italo era un ragazzo meraviglioso, meraviglioso. E non ha mai saputo, ha fatto tante ricerche per sapere dove fossero finiti i suoi genitori, quando è venuto grande che le cose son cambiate.

  • Antonietta C.
  • Mio padre, uno dei pochi racconti che gli ho sentito fare, è stato di un medico che lui stimava molto.
  • Cioè, in quanto medico, lui aveva soccorso qualcuno che era ferito.
  • Dopo di che lo han preso i partigiani e gli hanno messo dei mozziconi di sigaretta accesa negli occhi, gli hanno tagliato le mani, la lingua e le orecchie e poi l’hanno buttato in una foiba.

Cioè, mio padre era proprio sconvolto. Ma soltanto perché aveva curato qualcuno, capisci? Ecco, questo è uno dei pochissimi racconti che io gli abbia sentito fare. Adriana S. • G. Barral, Borovnica 1945, al confine orientale d’Italia. Memorie di un ufficiale italiano, a cura di R.

Timay, Paoline, Milano, 2007 • R. Pupo, R. Spezzali, Foibe, Bruno Mondadori, Milano, 2003. • R. Pupo, Foibe ed esodo: un’eredità del fascismo?, in R. Pupo, Il confine scomparso. Saggi sulla storia dell’Adriatico orientale, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, 2007 • R.

Pupo, La foiba di Basovizza, in Irsml, Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Trieste, 2006 • R. Spazzali, Le foibe. Genesi, tipologia, simbologia, quantificazione dei massacri, in Foibe.

Oltre i silenzi, le rimozioni, le strumentalizzazioni, in «Storia e memoria», anno XIII, n.1, Genova, 2004 • G. Valdevit (a cura di), Foibe. Il peso del passato. Venezia Giulia 1943-1945, Marsilio, Venezia, 1997 • R. Pupo, Trieste ’45, Laterza, Bari, 2010 • N. Troha, La questione delle foibe negli archivi sloveni, in J.

Pirjevec, Foibe. Una storia italiana, Einaudi, Torino, 2009 : Le foibe

Cosa vuol dire doline carsiche?

Vocabolario on line. Nome d’origine slava, divenuto internazionale, per significare le più comuni cavità superficiali dei territori carsici (v. carsici, fenomeni).

Dove sono le foibe Carso?

Le Foibe, abissi di origine naturale che sprofondano per decine di metri nel sottosuolo del Carso, l’altipiano che si estende alle spalle di Trieste e di Gorizia. Questo fenomeno geologico tipico del carsismo ipogeo si manifesta pure nei dintorni, in Istria e nel Carnaro, sicché le popolazioni agricole locali hanno tradizionalmente utilizzato questi inghiottitoi come una sorta di discarica.

Nel Novecento nell’area della Venezia Giulia, di Fiume e della Dalmazia, si scatenarono gli opposti nazionalismi e giunse a compimento un percorso di contrapposizioni che a partire dalla metà dell’Ottocento aveva sconvolto i tradizionali equilibri sociali ed etnici. Fu così che questi inghiottitoi vennero utilizzati per uno scopo ben diverso nella fase finale della Seconda guerra mondiale: nel settembre-ottobre 1943, durante il vuoto di potere conseguente all’armistizio dell’8 settembre, e nella primavera 1945, a conflitto ormai concluso.

Non più gli scarti del lavoro dei campi ed i rifiuti, bensì gli oppositori o presunti tali del regime comunista del ditattore jugoslavo Tito vennero scaraventati nelle foibe, spesso ancora vivi. Vittime di questi omicidi di massa furono soprattutto gli esponenti di spicco della locale comunità italiana, da sempre presente sulle coste dell’Adriatico orientale e fiorita in epoca romana all’ombra dell’Arena di Pola e successivamente sotto le insegne del Leone della Serenissima Repubblica di Venezia.

È però solamente da pochi anni, grazie all’istituzione del Giorno del Ricordo con la legge 92 del 30 marzo 2004 che cominciano a diventare patrimonio comune le storie di uomini, donne, anziani e bambini che furono travolti dalla furia del progetto espansionista della Jugoslavia di Tito, poiché l’esercito partigiano che stava liberando la Jugoslavia dall’occupazione tedesca si dedicò anche ad espandere i propri confini, avanzando pretese sino al fiume Tagliamento, al confine tra Veneto e Friuli.

Oggetto di queste politiche imperialiste erano Trieste, Gorizia, l’Istria, Fiume e la Dalmazia, in cui la comunità italiana costituiva la maggioranza della popolazione, ma vi erano minoranze slovene e croate. Il rapporto fra i diversi gruppi etnici venne rovesciato attraverso migliaia di uccisioni, ancor più numerosi casi di deportazioni e di violenze anche nei confronti di ex partigiani italiani che si opponevano al progetto “titino”, sicché 350.000 istriani, fiumani e dalmati abbandonarono in diverse fasi le terre in cui vivevano da generazioni e generazioni.

  1. Ostentando l’ideologia comunista, l’Esercito popolare di Liberazione della Jugoslavia portà a compimento un progetto ultranazionalista che vedeva negli italiani il nemico da annientare.
  2. Si calcola che, in oltre 100 foibe, siano stati ritrovati seimila corpi, altrrettanti sono gli italiani scomparsi o morti nei campi di concentramento e 350.000 gli esuli.

Una storia italiana che l’Italia ha, per anni, stentato a ricordare. Cos’è una foiba. Foiba è il termine con cui si indicano i grandi inghiottitoi (caverne verticali o pozzi), tipici della regione carsica e dell’Istria. Le foibe non sono quindi dei particolari tipi di caverne come viene spesso, erroneamente, affermato, ma solo il termine con cui vengono indicati gli inghiottitoi carsici tipici della regione giuliana, che in tale territorio assumono spesso dimensioni spettacolari.

Quali furono le conseguenze delle foibe?

UN DRAMMA ITALIANO: LE FOIBE E LE DURE CONSEGUENZE DEL TRATTATO DI PACE Per decenni la strage di italiani ad opera delle milizie comuniste del Maresciallo Josip Broz Tito è rimasta una verità nascosta ed ignorata. Una tragedia nella tragedia: eccidi ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA e il conseguente esodo giuliano dalmata, un’emigrazione forzata di cittadini di etnia e lingua italiana.

Questa drammatica vicenda che ha interessato le popolazioni italiane native dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia cominciò a guerra ancora in corso. Sfruttando al meglio il momento di grandissima confusione nel quale versava l’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’esercito slavo della Stella Rossa si impadronì del territorio istriano, fino ad allora italiano.

All’ amministrazione italiana subentrò quella jugoslava, la quale disorganizzata e caotica, per contrastare il malumore della popolazione italiana, iniziò violente e sanguinarie persecuzioni. Gli Italiani reagirono cercando di mettere a serio repentaglio il progetto di occupazione che le truppe comuniste jugoslave stavano portando avanti.

  • La controreazione slava fu spietata.
  • Cominciò con arresti e successive scomparse di poveri italiani, che seviziati e torturati finirono infoibati in cavità carsiche di origine naturale, voragini che si prestavano benissimo come nascondigli nei quali far sparire le vittime innocenti.
  • Una morte terribile.

Un vero dramma quello delle foibe. Cosa Sono Le Foibe (Foto concesse da:Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ANVGD) La popolazione italiana, che abitava questa martoriata regione, per scampare alle violenti brutalità, decise di abbandonare le proprie case, la propria terra e i propri affetti sperando che un giorno sarebbe potuta tornare a vivere a casa propria.

  • Quel giorno non arrivò mai.
  • Iniziò così un grande esodo che vide fuggire senza che avessero alcuna colpa da espiare, uomini liberi, ingiustamente diventati profughi.
  • Il 10 febbraio 1947 il Governo italiano firmò a Parigi il Trattato di Pace, un atto che sancì in maniera formale e definitiva la chiusura del capitolo storico relativo al Secondo Conflitto Mondiale e che conteneva un insieme di condizioni per l’Italia, dure e territorialmente disastrose, conseguenze molto aspre per gli abitanti di Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia.

Con la firma del Trattato lo Stato italiano perdeva gran parte del territorio a nord est e precisamente: le province di Fiume e di Zara, quasi totalmente la provincia di Pola, parzialmente la provincia di Gorizia e quella di Trieste. Trieste era rivendicata sia dall’Italia che dalla Jugoslavia.

Nel 1946 venne creato il Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone di amministrazione: la zona A affidata agli anglo-americani e la zona B destinata agli slavi, occupata con prepotenza dalla Jugoslavia di Tito. Solo nel 1954 il Memorandum di Londra affidò la zona A all’Italia anche se la questione si chiuse definitivamente con il Trattato italo-jugoslavo di Osimo del 1975.

La cessione forzata di queste terre agli jugoslavi, quale ottemperanza del Trattato, ebbe delle conseguenze drammatiche, poiché molti italiani che in tale regione vivevano da moltissimi anni si trovarono improvvisamente amministrati non più dal Governo italiano bensì da quello jugoslavo. Cosa Sono Le Foibe (Foto concesse da:Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ANVGD) La ratifica del Trattato intensificò ulteriormente l’esodo. Un numero enorme di connazionali si ritrovò quindi ad appartenente ad uno Stato straniero, alla Jugoslavia comunista governata dal dittatore Tito.

  • Per la durezza e l’ingiustizia delle condizioni alle quali l’Italia dovette piegarsi, il trattato di Parigi venne presto ribattezzato dagli italiani esuli come un diktat, un’imposizione.
  • In sede di Trattato molti erano contrari alla ratifica.
  • Esprimevano amarezza del disconoscimento di quanto l’Italia aveva fatto per liberarsi dal fascismo e del carattere punitivo nelle sue clausole territoriali, economiche e militari, ma forse queste dure, tristi ed ingiuste condizioni erano il dazio che l’Italia a malincuore accettò di pagare per poter rientrare nel sistema occidentale ed internazionale.350.000 persone si trasformarono in esuli.

Scapparono dal terrore jugoslavo, ma in Italia non ebbero l’accoglienza meritata. Una triste Storia poco raccontata che merita il suo spazio. Solo con la legge del 30 Marzo 2004 n°92 lo Stato italiano ha riconosciuto la Tragedia delle foibe e l’esodo giuliano dalmata istituendo il 10 Febbraio come “Giorno del Ricordo”.

Perché è stato scelto il 10 febbraio?

Legge 30 marzo 2004, n.92 – Istituzione del «Giorno del ricordo» in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati Pubblicata nella Gazzetta Ufficiale 13 aprile 2004, n.86 Nel Giorno del Ricordo «sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado.

Normattiva Iter Legis

Perché è stato scelto il 10 febbraio per il Giorno del ricordo?

Giorno del Ricordo: perché è il 10 febbraio? – Ma come mai si è scelto proprio il 10 febbraio per la commemorazione di queste vittime? Ebbene, è stata prescelta la data del 10 febbraio perché è stato il giorno in cui, nel 1947, furono firmati i trattati di pace di Parigi, che assegnavano alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia, in precedenza facenti parte dell’Italia.

Quanti sono stati gli italiani infoibati?

Quanti preti e suore finirono nelle foibe? Padre Antonio Curcio, parroco di Bencovazzo (Dalmazia), don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, don Giovanni Manzoni, parroco di Rava (Sebenico), don Ladislao Piscani, vicario di Circhina (Go), don Miroslavo Bullesich, parroco di Mompaderno e vice direttore del Seminario di Pisino, sei suore scomparse da un convento di Fiume e 76 religiosi di cui non si è saputo più nulla, padre Francesco Bonifacio e don Miro Bulesic, uccisi entrambi in “odium fidei” sono alcuni dei numerosi sacerdoti e suore che, dal 1943 al 1948, persero la vita gettati nelle foibe insieme ad un imprecisato numero di persone, colpevoli di essere italiane.

C’è chi dice che gli infoibati siano stati 12.000, chi 15.000 e chi addirittura 30.000. Non sono mai stati censiti gli omicidi efferati perpetrati dalle milizie del leader comunista Josip Broz Tito, ma di alcuni che hanno riguardato sacerdoti e religiosi è rimasta traccia. Tra questi quelli di don Raffaele Busi Dogali e don Giovanni Pettenghi, pugnalati a morte rispettivamente il 15 Giugno ed il 2 Agosto, in Dalmazia, don Antonio Pisic, assassinato il 31 Gennaio 1945, don Lodovico Sluga, ucciso assieme ad altre 12 persone, il seminarista Erminio Pavinci da Chersano (Fianona) ucciso insieme al padre Matteo, il parroco di Golazzo (diocesi di Fiume), prelevato dai titini il 14 Agosto 1947 mentre accompagnava un funerale.

Una legge dello Stato del 2004 ha istituito Il Giorno del ricordo per rinnovare la memoria e rendere omaggio alle vittime dei massacri avvenuti tra il 1943 e il 1948 nelle terre del cosiddetto “confine orientale”. Si tratta di una delle pagine più oscure della storia del nostro Paese.Sono trascorsi oltre settant’anni e le foibe e gli infoibati sono ancora, per una parte della società italiana, una strage negata, una tragedia spesso usata per creare accese polemiche o strumentalizzazioni.

Foibe è un termine che nell’immaginario collettivo è paragonato ad un fenomeno inquietante di cui ancora oggi si tende a far restare imprecisati i contorni, le ragioni e soprattutto gli autori principali. In un lembo di terra, oggi prevalentemente chiuso nei confini della Croazia, dal 1943 al 1946, sono stati eliminati migliaia di cittadini italiani uccisi per motivi più di natura etnica che politica dall’esercito jugoslavo del maresciallo Tito.

I loro corpi, gettati nelle cavità carsiche, appunto le foibe, subirono pure lo sfregio di essere private di una degna sepoltura. Ci furono pure casi di persone vive legate ad un cadavere e gettate in gole profonde 30/40/50 metri. La brutalità umana raggiunge talvolta abissi raccapriccianti.

  1. Gli invasori slavi cercarono di colpire anzitutto coloro che appartenevano alla classe dirigente italiana o che costituivano punti di riferimento, di aggregazione e di ordine civico: intellettuali, imprenditori, insegnanti, medici, militari ed ecclesiastici.
  2. L’odio nei confronti di questi ultimi derivava anche dalle convinzioni ideologiche dei partigiani jugoslavi, essendo Tito all’epoca stretto alleato di Stalin.

Dopo il totale annullamento di ogni apparato civile e militare italiano in Venezia Giulia e Dalmazia, erano rimasti sul posto soltanto vescovi e sacerdoti in grado di rappresentare la popolazione italiana, la quale era molto religiosa. Fra le cause che indussero all’Esodo circa 300mila Italiani della Venezia Giulia, un ruolo importante lo ha svolto la persecuzione religiosa, che fu portata avanti con il preciso intento di spingere gli italiani ad andarsene.

  • Tantissimi sacerdoti affrontano con coraggio e determinazione la difficile e pericolosa situazione determinatasi.
  • Uomini di pace e di concordia si prodigavano per soccorrere tutti (italiani e slavi), per aiutare amici e nemici, per dare sepoltura cristiana a tutti coloro che erano vittime dell’odio e delle vendette più feroci.

Molti di quei coraggiosi sacerdoti cercano anche di rintracciare le persone uccise per dare loro una degna sepoltura. Fra le figure di religiosi balzati alla cronaca e rimasti nei cuori degli esuli giuliano-dalmati possiamo citare monsignor Antonio Santin, che a Capodistria venne assaltato da una folla di titini inferociti sotto lo sguardo indifferente delle guardie del Popolo.

  1. Padre Francesco Bonifacio e don Miro Bulesic, periti in “odium fidei”.
  2. Il primo fu sorpreso lungo la strada di casa da quattro guardie popolari; picchiato a morte i suoi resti non furono mai ritrovati (si pensa siano stati infoibati).Il secondo, parroco di Mompaderno e vicedirettore del seminario di Pisino, fu trucidato il 24 Agosto del 1947 dopo la cresima di 237 ragazzi nella chiesa di Lanischie, sempre in Istria.

Alla fine della liturgia don Miroslav e monsignor Jacob Ukmar furono assaliti dai militanti comunisti che volevano impedire la celebrazione delle cresime. Le milizie croate fecero irruzione nella canonica dove sgozzarono don Miroslav e picchiarono a sangue monsignor Ukmar.

Don Angelo Tarticchio originario di Gallesano d’Istria all’età di 36 anni fu arrestato dai partigiani comunisti, malmenato e ingiuriato insieme ad altri compaesani, dopo orribili sevizie fu gettato nella foiba di Gallignana. Riesumato il corpo fu trovato completamente nudo con una corona di spine conficcata nella testa.

Questi alcuni dei fatti che colpirono quelle terre e che videro sacerdoti e suore vessati dalle milizie titine sia per la loro fede, sia perché difensori e guide di inermi popolazioni. Centro Studi Federici – 09/02/2021 Fonte: Categories: Tags: : Quanti preti e suore finirono nelle foibe?

Che cosa sono le foibe e dove si trovano?

CHE COSA SONO LE FOIBE – Fonte: getty-images Cosa sono le foibe? Sono profonde spaccature naturali del terreno tipiche delle montagne del Carso, diffuse in Friuli-Venezia Giulia. Le foibe furono il palcoscenico di un orrendo spettacolo che si svolse tra il 1943 ed il 1947 : migliaia di uomini furono gettati all’interno di queste fosse,

  1. La tragedia delle foibe è stata analizzata e documentata dal giornalista e storico Gianni Oliva.
  2. Egli ha scoperto che le foibe non erano solo luoghi di esecuzioni, ma anche di disperazione, poiché i soldati nemici, i cristiani e i partigiani arrestati erano detenuti nelle foibe prima di essere uccisi.

L’obiettivo principale di questa tragedia era quello di cancellare un intero gruppo di persone dalla storia, ed è una tragedia che non può essere facilmente dimenticata.

Tutto Storia: schemi riassuntivi e quadri di approfondimento Per conoscere e ricordare i concetti, gli eventi e i principali avvenimenti della storia dalle origini a oggi.

Quali furono le conseguenze delle foibe?

UN DRAMMA ITALIANO: LE FOIBE E LE DURE CONSEGUENZE DEL TRATTATO DI PACE Per decenni la strage di italiani ad opera delle milizie comuniste del Maresciallo Josip Broz Tito è rimasta una verità nascosta ed ignorata. Una tragedia nella tragedia: eccidi ai danni di militari e civili italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA e il conseguente esodo giuliano dalmata, un’emigrazione forzata di cittadini di etnia e lingua italiana.

  • Questa drammatica vicenda che ha interessato le popolazioni italiane native dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia cominciò a guerra ancora in corso.
  • Sfruttando al meglio il momento di grandissima confusione nel quale versava l’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre, l’esercito slavo della Stella Rossa si impadronì del territorio istriano, fino ad allora italiano.

All’ amministrazione italiana subentrò quella jugoslava, la quale disorganizzata e caotica, per contrastare il malumore della popolazione italiana, iniziò violente e sanguinarie persecuzioni. Gli Italiani reagirono cercando di mettere a serio repentaglio il progetto di occupazione che le truppe comuniste jugoslave stavano portando avanti.

La controreazione slava fu spietata. Cominciò con arresti e successive scomparse di poveri italiani, che seviziati e torturati finirono infoibati in cavità carsiche di origine naturale, voragini che si prestavano benissimo come nascondigli nei quali far sparire le vittime innocenti. Una morte terribile.

Un vero dramma quello delle foibe. Cosa Sono Le Foibe (Foto concesse da:Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ANVGD) La popolazione italiana, che abitava questa martoriata regione, per scampare alle violenti brutalità, decise di abbandonare le proprie case, la propria terra e i propri affetti sperando che un giorno sarebbe potuta tornare a vivere a casa propria.

Quel giorno non arrivò mai. Iniziò così un grande esodo che vide fuggire senza che avessero alcuna colpa da espiare, uomini liberi, ingiustamente diventati profughi. Il 10 febbraio 1947 il Governo italiano firmò a Parigi il Trattato di Pace, un atto che sancì in maniera formale e definitiva la chiusura del capitolo storico relativo al Secondo Conflitto Mondiale e che conteneva un insieme di condizioni per l’Italia, dure e territorialmente disastrose, conseguenze molto aspre per gli abitanti di Trieste, Istria, Fiume e Dalmazia.

Con la firma del Trattato lo Stato italiano perdeva gran parte del territorio a nord est e precisamente: le province di Fiume e di Zara, quasi totalmente la provincia di Pola, parzialmente la provincia di Gorizia e quella di Trieste. Trieste era rivendicata sia dall’Italia che dalla Jugoslavia.

  1. Nel 1946 venne creato il Territorio Libero di Trieste, diviso in due zone di amministrazione: la zona A affidata agli anglo-americani e la zona B destinata agli slavi, occupata con prepotenza dalla Jugoslavia di Tito.
  2. Solo nel 1954 il Memorandum di Londra affidò la zona A all’Italia anche se la questione si chiuse definitivamente con il Trattato italo-jugoslavo di Osimo del 1975.

La cessione forzata di queste terre agli jugoslavi, quale ottemperanza del Trattato, ebbe delle conseguenze drammatiche, poiché molti italiani che in tale regione vivevano da moltissimi anni si trovarono improvvisamente amministrati non più dal Governo italiano bensì da quello jugoslavo. Cosa Sono Le Foibe (Foto concesse da:Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ANVGD) La ratifica del Trattato intensificò ulteriormente l’esodo. Un numero enorme di connazionali si ritrovò quindi ad appartenente ad uno Stato straniero, alla Jugoslavia comunista governata dal dittatore Tito.

Per la durezza e l’ingiustizia delle condizioni alle quali l’Italia dovette piegarsi, il trattato di Parigi venne presto ribattezzato dagli italiani esuli come un diktat, un’imposizione. In sede di Trattato molti erano contrari alla ratifica. Esprimevano amarezza del disconoscimento di quanto l’Italia aveva fatto per liberarsi dal fascismo e del carattere punitivo nelle sue clausole territoriali, economiche e militari, ma forse queste dure, tristi ed ingiuste condizioni erano il dazio che l’Italia a malincuore accettò di pagare per poter rientrare nel sistema occidentale ed internazionale.350.000 persone si trasformarono in esuli.

Scapparono dal terrore jugoslavo, ma in Italia non ebbero l’accoglienza meritata. Una triste Storia poco raccontata che merita il suo spazio. Solo con la legge del 30 Marzo 2004 n°92 lo Stato italiano ha riconosciuto la Tragedia delle foibe e l’esodo giuliano dalmata istituendo il 10 Febbraio come “Giorno del Ricordo”.

Cosa sono le foibe del 10 febbraio?

In Senato la testimonianza di Claudio Smareglia – SenatoTV ha incontrato a Palazzo Madama Claudio Smareglia, profugo Giuliano-Dalmata (9 febbraio 2023). PER APPROFONDIRE – dal catalogo della Biblioteca del Senato “Foibe” di Raoul Pupo e Roberto Spazzali (Bruno Mondadori editore, 2003) «Quando si parla di “foibe” ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime».

Le foibe «sono gli inghiottitoi naturali tipici dei territori carsici, che precipitano nel sottosuolo spesso per molte decine di metri, con pozzi verticali e ripetuti salti». «In realtà, solo una parte degli eccidi venne perpetrata sull’orlo di una foiba o di un pozzo minerario, mentre la maggior parte delle vittime delle due ondate repressive del 1943 e soprattutto del 1945, perì nelle carceri, durante le marce di trasferimento o nei campi di prigionia allestiti in varie località della Jugoslavia» «Nella memoria collettiva “infoibati” sono stati considerati tutti gli uccisi per mano dei partigiani comunisti sloveni e croati, dei comunisti italiani filojugoslavi e delle autorità jugoslave nelle due crisi dell’autunno del 1943 e della primavera-estate del 1945».

« In molti casi le denunce per i fatti del 1943 e 1945 non varcarono la soglia dell’indagine preliminare per assenza d’elementi sufficientemente probanti all’individuazione certa dei mandanti, ma l’inchiesta condotta dal sostituto procuratore Giuseppe Pititto portò all’incriminazione di tre croati, Ivan Motika, Avijanka Margetić e Oskar Piskulić, ritenuti, a vario titolo, responsabili di sparizioni e omicidi consumati in Istria e a Fiume.

Durante l’indagine i primi due decedettero e Pititto venne rimosso dall’incarico per una vertenza collaterale e venne sostituito da Goivanni Malerba. Si giunse al proceso, che si aprì nel febbraio 1999 alla Corte d’Assise di Roma, per conlcudersi nell’ottobre 2001 con una sentenza d’estinzione per amnistia dal reato d’omicidio e di assoluzione per altri due delitti di cui era imputato il sopravvissuto Piskulic, ex ufficiale dell’OZNA di Fiume, mai presente in aule.

Il processo aveva visto sfilare diversi testimoni chiamati a deporre dalle parti, e con loro anche il groviglio di memorie contrapposte legato ai drammi di quegli anni» Testimonianza raccolta nell’estate del 1945 dai servizi di informazione alleati «Nell’area di Basovizza una cavità, chiamata Pozzo della Miniera, fu usata dai partigiani jugoslavi, in particolare tra il 3 e il 7 maggio 1945, per l’eliminazione di italiani.

Tre testimoni oculari hanno dichiarato che gruppi da 100 a 200 persone sono stati precipitati o fatti saltare di sotto. Le vittime dovevano saltare oltre l’apertura della foiba (larga circa 12 piedi) e veniva detto loro che avrebbero avuto salva la vita se ce l’avessero fatta. I testimoni riferiscono che sebbene qualcuno fosse riuscito nel salto, più tardi fu egualmente fucilato e scaraventato di sotto.

Si dice che un commissario jugoslavo abbia dichiarato che più di 500 persone sono state precipitate nel pozzo ancora vive. Successivamente sono stati gettati dentro i corpi di circa 150 tedeschi uccisi in combattimento nei dintorni e così pure circa 15 cavalli morti. «Tanti prigionieri, soprattutto nella fase finale di questa prima ondata di violenza, furono gettati vivi nelle foibe. I malcapitati venivano portati a gruppi davanti all’apertura della fenditura con i polsi legati con filo di ferro e l’avambraccio attaccato a quello di un altro prigioniero.

  • Bastava un colpo alla nuca del primo della fila per far precipitare l’intero gruppo.
  • Alcune testimonianze riferiscono di urla strazianti provenire dalle cavità.
  • L’agonia poteva proseguire per ore e giorni interi.
  • Anche chi era mosso da pietà non interveniva per paura di una ritorsione.
  • Poi c’era il rituale del lancio finale nella foiba di un cane nero sgozzato.

In molte venne trovato. Secondo una superstizione delle campagne dell’Istria chi si macchiava di un delitto doveva uccidere un cane nero per spiare ogni colpa. Secondo un’altra versione il cane nero avrebbe impedito alle anime dei condannati di uscire per chidere una sepoltura cristiana.

Chi ha istituito la Giornata delle foibe?

Chi ha istituito il Giorno del Ricordo – Il giorno del ricordo è stato istituito dalla Repubblica italiana con la legge n.92 del 30 marzo 2004. Con questa giornata di commemorazione, oltre a ricordare le uccisioni di italiani e italiane avvenute nelle foibe delle zone carsiche di Friuli-Venezia Giulia e Istria, si ricorda l’ esodo di massa che coinvolse la componente italiana della popolazione istriana tra il 1945 e il 1956: si stima che furono almeno 250mila le persone che lasciarono l’Istria, perdendo le loro proprietà e ritrovandosi esuli in Italia nel Dopoguerra.

Adblock
detector