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Cosa Vedere A Urbino?

Cosa Vedere A Urbino

Quanti giorni ci vogliono per visitare Urbino?

Urbino è uno dei gioielli medievali presenti in Italia: per visitare la città sono necessari almeno due giorni, un terzo giorno permette invece di visitare i suoi dintorni.

Come si chiama la gente di Urbino?

Urbino

Urbino comune
Cl. sismica zona 2 (sismicità media)
Cl. climatica zona E, 2 545 GG
Nome abitanti urbinati
Patrono San Crescentino

Cosa c’è nel centro storico di Urbino?

La piccola città di Urbino si trova sulle morbide colline marchigiane che si affacciano verso il Mar Adriatico, nell’entroterra di Pesaro. La città visse una grande fioritura culturale nel 15° secolo grazie al mecenatismo di Federico di Montefeltro e di suo figlio Guidobaldo, trasformandosi da borgo medievale a splendida corte principesca e centro d’attrazione per artisti e studiosi italiani e stranieri, tra i quali Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello, Baldassarre Castiglione e Pietro Bembo.

  1. Nel clima vitale e stimolante della corte ducale, che influenzò il resto d’Europa, compirono la loro prima formazione anche Bramante e Ra?aello, nato a Urbino il 28 marzo 1483.
  2. La stasi economica e culturale che colpì la città a partire dal 16° secolo, quando la corte dei della Rovere, signori di Urbino a partire dal 1508, si trasferì a Pesaro, le ha anche consentito di giungere fino a noi intatta nell’aspetto per rappresentare il culmine dell’arte e dell’architettura del Rinascimento, un luogo del tutto eccezionale in cui l’ambiente fisico è perfettamente adattato e al suo passato medievale.

Il Centro Storico di Urbino, che ha un’estensione di poco più di un chilometro quadrato, è racchiuso tra mura bastionate ed è interamente costruito in mattoni cotti. E’ caratterizzato da due assi viari principali e quasi perpendicolari tra di loro che si incontrano nella Piazza principale e da una fitta trama urbanistica nella quale si snodano stradine, saliscendi improvvisi e vicoli, scalinate e sottopassi, palazzi e chiese che formano, grazie anche al paesaggio circostante, una stupenda scenografia.

Il Palazzo Ducale, oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche, rappresenta uno dei capolavori più insigni dell’arte rinascimentale e si unisce con la città circostante dando vita allo sviluppo di una “Città in forma di Palazzo”, come la definì Baldassarre Castiglione. Esso ospitava una magnifica collezione di opere d’arte, attualmente esposta in parte nelle sale del Palazzo e in parte nella Galleria degli Uffizi di Firenze, e una biblioteca eccezionale con quasi un migliaio di preziosi codici miniati, poi acquistati dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Tutte queste opere d’arte erano frutto della committenza di Federico da Montefeltro, che governò Urbino dal 1444 al 1482 ed incarnò il perfetto esempio di principe illuminato: abile condottiero, cultore e protettore delle arti, scaltro uomo politico, raffinato collezionista, umanista appassionato di geometria e matematica.

  • Al figlio di Federico, Guidobaldo I da Montefeltro è da ricondurre la fondazione dell’università di Urbino, nel 1506.
  • L’intensità delle esperienze e la qualità delle opportunità che la corte urbinate offrì tra Quattro e Cinquecento agli artisti dell’epoca alimentò la formazione del mito di Urbino rinascimentale, quale città ideale e esempio supremo delle corti italiane.

Non a caso “La Città ideale”, un dipinto molto noto in tutto il mondo, si trova ad Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche, ed è considerato il simbolo del Rinascimento. La tavola, di autore ignoto, rappresenta la veduta in prospettiva di una piazza rinascimentale deserta sullo sfondo, in lontananza, di un dolce paesaggio collinare.

  • La tavola raffigura l’immagine perfetta della città ideale, frutto della razionalità geometrica, della proporzione, della misura, dove regna la bellezza e l’ordine.
  • Essa incarna il buon governo di Federico, la radice della sua politica, in cui la prudenza, la magnificenza, la giustizia del principe si associa alla sapienza dei dotti di cui egli si circonda.

Per approfondimenti si consiglia di visitare il sito ufficiale del Centro del Patrimonio Mondiale UNESCO responsabile dell’iscrizione dei siti del Patrimonio Mondiale. Per approfondimenti di carattere storico ed artistico, in particolare per docenti e studenti, si consiglia di visitare il sito del progetto “Patrimonio mondiale nella scuola”, un’iniziativa sostenuta dall’ Associazione beni italiani patrimonio mondiale dell’UNESCO in collaborazione con MIBACT e MIUR per promuovere la divulgazione dei princìpi cardine dell’Unesco nelle scuole, soprattutto attraverso il portale di carattere didattico.

Quando dista Pesaro da Urbino?

La distanza da Urbino a Pesaro è 31 km. La distanza stradale è 36 km.

Per cosa è famosa Urbania?

Urbania è stata insignita della medaglia di bronzo al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per l’attività nella lotta partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale.

Quanto dista dal mare Urbino?

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Cosa vedere a Gradara in mezza giornata?

Una passeggiata nel Borgo Capitale del Medioevo – Il benvenuto al Borgo di Gradara vi sarà dato dall’alta Torre dell’Orologi o che è anche la porta di ingresso alla Capitale del Medioevo. Proprio per questo viene anche chiamata Torre Portaia, Cosa Vedere A Urbino Torre dell’orologio e porta di entrata nel Borgo medievale di Gradara Sulla facciata esterna della Torre, oltre agli orologi, spiccano gli stemmi delle casate che hanno reso grande questi luoghi: si tratta degli stemmi dei Della Rovere, dei Montefeltro e degli Sforza.

Prima di oltrepassare questa antica porta con arco a tutto sesto, vi consiglio di soffermarvi presso la locale Pro-Loco di Gradara, in modo da verificare gli eventi o le visite guidate in programma nella giornata. Oltrepassata la porta, sulla destra, si apre un vicoletto che porta verso i Camminamenti di Ronda,

Vi consiglio però di proseguire in un piccolo giretto di esplorazione del Borgo, prima di dedicarvi alla visita dei punti di interesse di Gradara. Cosa Vedere A Urbino Cosa vedere nel Borgo medievale di Gradara: punti panoramici e scorci La strada che vi si apre dinanzi è anche la via principale di Gradara: si tratta della Via Umberto I, una strada molto ripida con acciottolato, al termine del quale si intravede la seconda torre portaia, la torre Mastio ed i Castello di Gradara.

E’ su questa via principale che si trovano anche le principali attrazioni storiche da vedere nella Rocca di Gradara. Oltre al Castello, infatti, meritano una sosta la Chiesa di San Giovanni Battista, la Casa del Mercante, Palazzo Rubini Vesin (che ospita il piccolo Teatro Comunale di Gradara ), il Museo Storico e Grotte Medievali e la Chiesa del Santissimo Sacramento.

Al momento della mia visita, purtroppo, Palazzo Rubini Vesin, uno dei Palazzi storici più importanti del Borgo e sede di esposizioni e mostre, era in fase di ristrutturazione e non lo ho potuto visitare. Sarà uno dei motivi per tornare a Gradara. Cosa Vedere A Urbino Visitare Gradara: Torre dell’Orologio e Via Umberto I Da non perdere, bighellonando per la via principale fra negozi di souvenir, prodotti tipici e deliziosi caffè, c’è anche la cosiddetta Casa del Mercante, la ricostruzione di un’abitazione del Quattrocento, con arredi e suppellettili riprodotti secondo le consuetudini e lo stile del periodo. Cosa Vedere A Urbino Le mura esterne del Borgo di Gradara illuminate al tramonto Se restate a dormire nel Borgo, soffermatevi sotto questo arco nelle ore notturne. La vista sulle mura esterne (si tratta di quasi 800 metri di mura fortificate ) di Gradara illuminate, sono un vero spettacolo da non perdere!

Per cosa è famosa Fossombrone?

Curiosità su Fossombrone? – La costruzione della Cittadella, della Rocca Malatestiana-Feltresca e della Chiesa di Sant’Aldebrando, patrono della città, sull’omonimo colle, sono la conseguenza della caduta dell’Impero Romano e delle costanti invasioni barbariche che determinarono il trasloco della popolazione in zone più invalicabili. Anselmo Bucci artista impressionista, illustratore e cronista del ‘900, nativo di Fossombrone, militava negli ambienti culturali parigini. Fondatore nel 1922 del movimento innovativo di Avanguardia del ‘900, il gruppo aspirava al ritorno dell’antichità classica e nell’armonia delle forme.

  1. Fossombrone è soprannominata ” la Città delle Tre Corti “: la Corte Alta, la Corte Bassa e la Corte Rossa, sono tre palazzi costruiti dalle famiglie Montefeltro e Della Rovere.
  2. Il primo “la Corte Alta” è arroccato sul pendio e domina tutta la vallata, oggi è sede del Museo e della Pinacoteca civica.
  3. L’antico palazzo ha elementi dell’architettura medioevale sobria e severa.

La Corte Bassa costruita nel’500 è caratterizzata da un bel portale bugnato, un ampio cortile, l’elegante ballatoio dell’architetto Ludovico Carducci e la cappella del Cardinale Giulio della Rovere con i pregevoli stucchi, opera di Federico Brandani.

Come si chiama il Castello di Urbino?

PALAZZO DUCALE – Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino – SITO UFFICIALE Le collezioni della Galleria Nazionale delle Marche sono esposte in una cornice unica al mondo: lo splendido Palazzo Ducale di Urbino, voluto da Federico da Montefeltro a gloria della sua casata e, al contempo, espressione della sua personalità di uomo del Rinascimento, che coniugava la cultura con il mestiere delle armi e l’abilità politica.

  • Federico giunge al governo dello Stato dei Montefeltro nel 1444.
  • Figlio legittimato del conte Guidantonio, succede all’erede legittimo, il fratellastro Oddantonio, ucciso in una rivolta.
  • La sua abilità politica e la sua moderazione lo rendono immediatamente principe gradito ai sudditi e alle corti italiane: sotto il suo dominio Urbino diventa in pochi decenni uno dei fari del Rinascimento italiano.

A lui si deve l’impronta data alla città di Urbino in questo periodo. Grazie alla raffinata scelta di decoratori, provenienti soprattutto da Firenze e dalla Lombardia, e di artisti e architetti all’avanguardia come Piero della Francesca o Leon Battista Alberti, Federico trasforma definitivamente il contesto culturale e urbano.

Il Palazzo Ducale ebbe diverse fasi di sviluppo e ad esso contribuì essenzialmente l’architetto dalmata Luciano Laurana cui si devono i fiabeschi torricini. Nel 1459 Federico aveva già dato avvio all’ampliamento e alla nuova decorazione della modesta residenza esistente dei conti del Montefeltro. Iniziò dall’ala prospiciente l’attuale piazza Rinascimento, caratterizzata dalla lunga facciata ornata di bifore, che corrisponde all’interno all’ Appartamento della Jole, così chiamato per l’imponente camino della prima sala, ornato dalle figure di Ercole e Jole.

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La decorazione delle sale di questa parte del palazzo, di straordinaria qualità, è opera di maestranze toscane, quali Michele di Giovanni da Fiesole, detto il Greco. In quest’ala è l’unica sala affrescata del palazzo, che altrimenti aveva le pareti “coperte da semplice intonico imbiancato secondo l’uso moderno” (Bernardino Baldi, 1587), non decorate ma ricoperte da parati in stoffa o, più spesso, in cuoio impresso e dorato, o da arazzi.

  • Il palazzo ha una struttura funzionale nella quale è presente l’ingegnere e architetto militare del duca, il senese Francesco di Giorgio Martini,
  • L’aspetto “tecnico” della costruzione e la modernità della residenza possono essere particolarmente apprezzati con la visita ai sotterranei, alle cucine, alla neviera e ai servizi, che mostrano l’organizzazione di una struttura che poteva ospitare un esercito di famigli e una ricchissima corte.

Accanto alle sue stanze, nel nucleo centrale del palazzo, fra i due torricini, il duca aveva fatto realizzare lo splendido studiolo intarsiato, manifesto della sua cultura. Direttamente raggiungibili dalle sue stanze, erano anche la cappellina del Perdono, già attribuita a Bramante, nonché un tempietto dedicato alle Muse, dipinte dal pittore di corte Giovanni Santi, padre di Raffaello.

A questa parte – raccolta e raffinata summa delle qualità e degli interessi dell’uomo rinascimentale (lo studio, le armi) – si contrappone la grandiosa raffinatezza degli appartamenti e dell’immenso Salone delle feste, poi detta Sala del trono all’epoca dei legati papali. Lo straordinario equilibrio rinascimentale del palazzo si esplica nella maniera più perfetta nello stupendo Cortile d’Onore, nel quale gli accordi cromatici della pietra chiara e del mattone scandiscono la calcolata armonia nella distribuzione degli elementi compositivi dell’opera.

L’iscrizione che corre nella fascia sopra gli archi ricorda la gloria di Federico condottiero e principe. Uno dei maggiori ornamenti del palazzo era la ricchissima biblioteca di manoscritti miniati, la più splendida dell’epoca, per la quale Federico impegnò una cospicua parte delle sue rendite di condottiero.

Alla morte di Federico nella biblioteca erano conservati ben 900 codici; la raccolta fu acquistata da Alessandro VII nel 1657 per la biblioteca Vaticana. Nel 1474 Federico ebbe da Sisto IV della Rovere l’ambita nomina a duca e l’orgogliosa iscrizione FE-DUX campeggia dopo quella data su molte parti del palazzo.

Alla morte del duca, nel 1482, la cultura e la raffinatezza della corte di Urbino diventano appannaggio del figlio Guidubaldo e della sua consorte Elisabetta Gonzaga. Con loro finisce la dinastia dei Montefeltro per passare in linea femminile al ramo dei Della Rovere,

Il secondo piano del palazzo, che fu ristrutturato e sopraelevato alla metà del Cinquecento per volere di Guidubaldo II Della Rovere, ospita attualmente le collezioni di dipinti del Seicento, la grafica e le collezioni di ceramiche. Fa parte delle prime aggiunte cinquecentesche la Sala del re d’Inghilterra : il soffitto in stucco dorato, opera di Federico Brandani, riporta tutti gli emblemi, le imprese e le onorificenze del duca Federico e della casata.

Il ducato prospera fino al 1631, anno in cui passa al domini della Chiesa, Vittoria della Rovere, ultima della dinastia, porterà a Firenze, dove va sposa al cugino Ferdinando de’ Medici, tutta la “Guardaroba” ducale. Le strepitose collezioni del palazzo urbinate sono ora in gran parte conservate nella Galleria degli Uffizi.

La presenza di un nucleo importante di reperti archeologici, raccolta dal cardinale Francesco Stoppani nel 1756, ha comportato la presenza all’interno della Galleria di un Museo Lapidario, situato al piano terreno.Per ulteriori approfondimenti si rinvia alla guida ufficiale della Galleria Nazionale delle Marche, acquistabile presso il bookshop al pianterreno.

: PALAZZO DUCALE – Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino – SITO UFFICIALE

Dove vedere Urbino dall’alto?

Parco della Resistenza State cercando un posto da dove ammirare Urbino dall’alto? Si tratta del Parco della Resistenza a Pian del Monte, da dove potrete ammirare il Palazzo Ducale dall’alto, con tanto di campagne circostanti.

Quale poeta è nato a Urbino?

VOLPONI, Paolo Narratore e poeta, nato il 6 febbraio 1924 a Urbino dove ha compiuto gli studi fino alla laurea in giurisprudenza nel 1947. Assunto nell’azienda di A. Olivetti, ha condotto alcune inchieste nel Meridione per conto dell’UNRRACASAS. Nel 1953 si è trasferito a Roma dove ha continuato a occuparsi di problemi di assistenza sociale.

Nel 1956 ha assunto a Ivrea il compito di direttore dei servizi sociali della Olivetti; nel 1966, sempre presso la Olivetti, ha occupato il posto di direttore delle relazioni aziendali che ha lasciato nel 1971. Dal 1972 al 1975 si è trasferito a Torino per lavorare presso la Fondazione Agnelli, come direttore, carica da cui si è dimesso nel giugno 1975.

Dal recupero di moduli stilistici e tematici caratteristici della poesia tra Ottocento e Novecento, tra certo D’Annunzio panico e un Pascoli impressionista, nasce la prima raccolta in versi di V., Il Ramarro (Urbino 1948). Nella seconda raccolta, L’antica moneta (Firenze 1955), è già avvertibile invece la conquista di toni più personali, ispirati a un realismo rappresentativo che fornisce le prove migliori in Le porte dell’Appennino (Milano 1960), dove la concretezza della visione di un mondo contadino abbandonato e depresso si combina con la memoria favolosa di un passato mitico e immobile tuttora operante.

Alla narrativa V. si dedica successivamente, con Memoriale (Milano 1962), dove l’utilizzazione di una sorta di monologo paranoico, attraverso cui la realtà esterna si frammenta deformandosi, denuncia un superamento della poetica realista perdurante nelle raccolte in versi. Al linguaggio destrutturato del monologo si sovrappone però, nella seconda parte del romanzo, il discorso logicamente articolato che, insinuandosi a tratti in funzione di astratto commento, finisce per disgregare l’unitarietà del romanzo.

Più compatto invece nella struttura e nel linguaggio La macchina mondiale (Milano 1965), in cui si riaffaccia la tematica contadina già presente nella poesia, vista qui attraverso il passaggio dal mondo rurale al mondo urbano. Anche in questo romanzo il filtro narrativo è offerto dallo sguardo allucinato di un protagonista in preda alla follia la cui scomposizione ricomposizione della realtà appare tuttavia meno convincente e più artificiosamente costruita della sintassi alogica del personaggio centrale del primo romanzo.

Con Corporale (Milano 1974) e Sipario ducale (ivi 1975), l’ottica del narratore si sposta dall’analisi degli stati di coscienza, sia pure in rapporto al problema del normale e del “diverso”, a una sorta di recupero di un’oggettività volta a condurre, attraverso le azioni dei personaggi, una lucida analisi del meccanismo sociale.

Con l’ultimo romanzo, Il pianeta irritabile (Torino 1978), V. assume lo schema del romanzo avveniristico per collocarvi una favola a protagonisti animali che, nel tracciare l’immagine di un mondo sconvolto e distrutto dal trionfo di un dogmatico razionalismo, recupera il sentenzioso didascalismo del genere.

Com’è la città di Urbino?

Urbino e il suo centro storico: cosa vedere – Italia.it Tra la valle del Metauro e la valle del Foglia, nelle colline marchigiane che si affacciano verso il Mar Adriatico, sorge la città di Urbino, uno dei centri più importanti del Rinascimento italiano, di cui conserva ancora oggi il fascino artistico e l’eredità architettonica.

Adornata da edifici in pietra arenaria e circondata da una lunga cinta muraria in cotto, Urbino è una città d’immensa ricchezza storica e artistica. Da semplice borgo divenne la ” culla del Rinascimento ” e, ancora oggi, passeggiando per il suo centro storico se ne respira l’aria quattrocentesca. Nel 1998 Urbino si è guadagnata l’onore di entrare nella World Heritage List dell’UNESCO per esser stata un punto d’attrazione per i più illustri studiosi e artisti del Rinascimento da ogni parte d’Italia e del Mondo e aver influenzato il progresso culturale nel resto dell’Europa, riuscendo a mantenere quasi intatto il suo eccezionale complesso urbano.

: Urbino e il suo centro storico: cosa vedere – Italia.it

Chi è nato in Urbino?

Raffaello Sanzio (1483-1551), il ‘divino’ pittore. Donato Bramante (1444-1514), il genio meraviglioso dell’architettura. Girolamo Genga (1476c. -1551), pittore, scultore e architetto insigne.

Cosa c’è nel centro storico di Urbino?

La piccola città di Urbino si trova sulle morbide colline marchigiane che si affacciano verso il Mar Adriatico, nell’entroterra di Pesaro. La città visse una grande fioritura culturale nel 15° secolo grazie al mecenatismo di Federico di Montefeltro e di suo figlio Guidobaldo, trasformandosi da borgo medievale a splendida corte principesca e centro d’attrazione per artisti e studiosi italiani e stranieri, tra i quali Piero della Francesca, Leon Battista Alberti, Paolo Uccello, Baldassarre Castiglione e Pietro Bembo.

  • Nel clima vitale e stimolante della corte ducale, che influenzò il resto d’Europa, compirono la loro prima formazione anche Bramante e Ra?aello, nato a Urbino il 28 marzo 1483.
  • La stasi economica e culturale che colpì la città a partire dal 16° secolo, quando la corte dei della Rovere, signori di Urbino a partire dal 1508, si trasferì a Pesaro, le ha anche consentito di giungere fino a noi intatta nell’aspetto per rappresentare il culmine dell’arte e dell’architettura del Rinascimento, un luogo del tutto eccezionale in cui l’ambiente fisico è perfettamente adattato e al suo passato medievale.

Il Centro Storico di Urbino, che ha un’estensione di poco più di un chilometro quadrato, è racchiuso tra mura bastionate ed è interamente costruito in mattoni cotti. E’ caratterizzato da due assi viari principali e quasi perpendicolari tra di loro che si incontrano nella Piazza principale e da una fitta trama urbanistica nella quale si snodano stradine, saliscendi improvvisi e vicoli, scalinate e sottopassi, palazzi e chiese che formano, grazie anche al paesaggio circostante, una stupenda scenografia.

Il Palazzo Ducale, oggi sede della Galleria Nazionale delle Marche, rappresenta uno dei capolavori più insigni dell’arte rinascimentale e si unisce con la città circostante dando vita allo sviluppo di una “Città in forma di Palazzo”, come la definì Baldassarre Castiglione. Esso ospitava una magnifica collezione di opere d’arte, attualmente esposta in parte nelle sale del Palazzo e in parte nella Galleria degli Uffizi di Firenze, e una biblioteca eccezionale con quasi un migliaio di preziosi codici miniati, poi acquistati dalla Biblioteca Apostolica Vaticana.

Tutte queste opere d’arte erano frutto della committenza di Federico da Montefeltro, che governò Urbino dal 1444 al 1482 ed incarnò il perfetto esempio di principe illuminato: abile condottiero, cultore e protettore delle arti, scaltro uomo politico, raffinato collezionista, umanista appassionato di geometria e matematica.

  • Al figlio di Federico, Guidobaldo I da Montefeltro è da ricondurre la fondazione dell’università di Urbino, nel 1506.
  • L’intensità delle esperienze e la qualità delle opportunità che la corte urbinate offrì tra Quattro e Cinquecento agli artisti dell’epoca alimentò la formazione del mito di Urbino rinascimentale, quale città ideale e esempio supremo delle corti italiane.

Non a caso “La Città ideale”, un dipinto molto noto in tutto il mondo, si trova ad Urbino, nella Galleria Nazionale delle Marche, ed è considerato il simbolo del Rinascimento. La tavola, di autore ignoto, rappresenta la veduta in prospettiva di una piazza rinascimentale deserta sullo sfondo, in lontananza, di un dolce paesaggio collinare.

La tavola raffigura l’immagine perfetta della città ideale, frutto della razionalità geometrica, della proporzione, della misura, dove regna la bellezza e l’ordine. Essa incarna il buon governo di Federico, la radice della sua politica, in cui la prudenza, la magnificenza, la giustizia del principe si associa alla sapienza dei dotti di cui egli si circonda.

Per approfondimenti si consiglia di visitare il sito ufficiale del Centro del Patrimonio Mondiale UNESCO responsabile dell’iscrizione dei siti del Patrimonio Mondiale. Per approfondimenti di carattere storico ed artistico, in particolare per docenti e studenti, si consiglia di visitare il sito del progetto “Patrimonio mondiale nella scuola”, un’iniziativa sostenuta dall’ Associazione beni italiani patrimonio mondiale dell’UNESCO in collaborazione con MIBACT e MIUR per promuovere la divulgazione dei princìpi cardine dell’Unesco nelle scuole, soprattutto attraverso il portale di carattere didattico.

Per cosa è famosa Urbania?

Urbania è stata insignita della medaglia di bronzo al valor militare per i sacrifici delle sue popolazioni e per l’attività nella lotta partigiana durante la Seconda Guerra Mondiale.

Dove si trova il ritratto dei Duchi di Urbino?

Doppio ritratto dei duchi di Urbino (1472)
Il Doppio ritratto dei duchi di Urbino è un dittico, olio su tavola (47×33 cm ciascun pannello) con i ritratti dei coniugi Federico da Montefeltro e Battista Sforza, opera di Piero della Francesca databile al 1465-1472 circa e conservata nella Galleria degli Uffizi di Firenze. Il doppio ritratto, tra le effigi più celebri del Rinascimento italiano, venne dipinto a Urbino in un momento imprecisato: pare che il ritratto di Federico fosse già completato nel 1465 (come farebbe pensare l’assenza di insegne onorifiche), mentre quello di Battista Sforza sia postumo (come farebbe intendere l’iscrizione, al passato), quindi databile a dopo il 1472, anno della sua morte avvenuta per parto a soli 27 anni. Inoltre l’iscrizione di Federico farebbe pensare a un’aspirazione ad assumere la dignità ducale, quindi anteriore all’ottenimento di tale titolo nel 1474. Forse il ritratto di Federico venne effettivamente composto prima e solo dopo la morte della moglie corredato dell’altra tavola: a riprova di ciò c’è una testimonianza del 1466 in cui un carmelitano veronese, Ludovico ferabò, parla di una “imago eiusdem Principis a Petro Burgensis picta” (immagine di tale Principe dipinta da Piero di Borgo San Sepolcro). La datazione del primo ritratto sarebbe quindi vicina alla Pala di Brera e potrebbe essere stata eseguita come opere propedeutica al ritratto nell’opera maggiore. Questo sarebbe un’ulteriore affinità con il ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta (con un’analoga effigie di profilo, però su sfondo nero invece che con il paesaggio) del 1451 circa, dipinto in concomitanza con l’affresco di San Sigismondo e Sigismondo Pandolfo Malatesta per il Tempio Malatestiano. Già esposto nella sala delle Udienze di palazzo Ducale di Urbino, entrò nelle collezioni dei Della Rovere e, con l’estinzione della casata, pervennero a Firenze nel 1631 con l’eredità di Vittoria della Rovere, ultima discendente, maritata a Ferdinando II de’ Medici. Dalle collezioni granducali confluirono poi naturalmente alle Regie Gallerie (1773), divenute gli Uffizi. Col tempo si era completamente persa la fama del dipinto, tanto che veniva ormai indicato come ritratto di Petrarca e Laura. Le radiografie hanno accertato che Piero dipinse i personaggi dei trionfi nudi, tramite spolvero, che vennero poi rivestiti solo in una seconda fase. L’uso della tecnica a olio è innovativo per il pittore, sebbene in opere precedenti sia usata una tecnica mista, olio e tempera. Ciò può essere derivato dal contatto con i pittori fiamminghi della corte urbinate, quali Giusto di Gand. Descrizione e stile I due dipinti sono oggi uniti da un’unica cornice, ma anticamente facevano forse parte di un dittico con cerniera, da aprirsi come un libro. La pittura su entrambe le parti farebbe infatti pensare a un oggetto privato, piuttosto che a un ritratto pubblico da appendere, e magari fu richiesto da Federico stesso come ricordo dell’amatissima moglie, come sembra suggerire anche un certo tono malinconico dell’opera. I sovrani sono raffigurati di profilo, come nelle medaglie, in un’immobilità solenne, sospesi in una luce chiarissima davanti a un lontano e profondo paesaggio a perdita d’occhio, che accentua le figure in primo piano. L’infinitamente lontano e l’infinitamente vicino (rappresentato dalla cura dei particolari nei ritratti) sono mirabilmente fusi, dando origine a una realtà superiore e ordinata, dominata da leggi matematiche che fanno apparire gli esseri umani non più come mortali ma come idealmente eterni, grazie alla loro superiorità morale. Nel paesaggio la luce è calda, tanto da arrossare le curve dei colli. Le effigi si ispirano ai cammei tardo-imperiali e ai dittici consolari in avorio: non a caso la doppia iscrzione inizia con “Claurs” e finisce con “Virorum”, rievocando le tipiche iscrizioni del “vir clarissimus” romano. La luce è unica e proviene dalle spalle di Federico. Il ritratto di Battista Sforza Il ritratto di Battista ha una colorazione chiara, con la pelle di un candore ceruleo come imponeva l’etichetta del tempo: una pelle chiara era infatti segno di nobiltà, in contrapposizione all’abbronzatura dei contadini che dovevano stare all’aperto. La fronte è altissima, secondo la moda del tempo che imponeva un’attaccatura molto alta (con i capelli che venivano rasati col fuoco di una candela), e l’acconciatura elaborata, intessuta di panni e gioielli. Piero, al pari dei fiamminghi, si soffermò sulla brillantezza delle perle e delle gemme, restituendo, grazie all’uso delle velature a olio, il “lustro” (riflesso) peculiare di ciascuna superficie, a seconda del materiale. Il ritratto di Federico da Montefeltro Il ritratto di Federico è invece più naturalistico: la sua figura è possente, incorniciata dal forte rosso della veste e della berretta, che isola il profilo, mentre l’ispida colotta dei capelli accentua gli effetti di massa volumetrica. I capelli sono irsuti, lo sguardo fiero e lontano. Il naso adunco e rotto era una cicatrice ottenuta durante un torneo in cui aveva perduto anche l’occhio destro: per questo si faceva sempre ritrarre di profilo sinistro. La pelle è dipinta nei minimi particolari con distaccata oggettività, dalle rughe e ai piccoli nei, riprendendo i modi dell’arte fiamminga. La corte di Federico dopotutto proprio negli anni sessanta del Quattrocento viveva l’apice del suo splendore, con artisti italiani e fiamminghi che lavoravano fianco a fianco influenzandosi reciprocamente.
I trionfi di Federico da Montefeltro e Battista Sforza (1472)
Piero della Francesca, I trionfi di Federico da Montefeltro e Battista Sforza (1472)
I trionfi (carri allegorici) erano un tema caro agli umanisti, perché rievocavano il mondo dell’Antica Roma ed erano carichi di suggestioni letterarie derivate dall’opera del Petrarca. Federico è ritratto sul carro trionfale trainato da due cavalli bianchi, mentre una Vittoria alata lo incorona d’alloro. Nella parte anteriore del carro siedono le quattro Virtù cardinali: Giustizia (frontale, con spada e bilancia), Prudenza (di profilo, con lo specchio), Fortezza (con la colonna spezzata) e Temperanza (di spalle). Un amorino poi guida i cavalli, anche se è chiaro come l’ordine pervenga da Federico stesso, che, vestito dell’armatura, impugna il bastone del comando, evidenziato dal prolungamento della linea orizzontale tramite una strada nello sfondo. L’iscrizione in lettere capitali romane esalta le virtù del sovrano: “CLARVS INSIGNI VEHITVR TRIVMPHO QVEM PAREM SVMMIS DVCIBVS PERHENNIS FAMA VIRTVTVM CELEBRAT DECENTER SCEPTRA TENENTEM (È portato in insigne trionfo quell’illustre che la fama perenne delle sue virtù celebra degnamente come reggitor di scettro pari ai sommi condottieri). Il trionfo di Battista esalta invece le virtù coniugali: essa è colta durante la lettura, con le tre Virtù teologali della Carità (vestita di nero con in grembo il pellicano, simbolo di sacrificio materno che dona le proprie stesse carni per la sopravvivenza dei figli), la Fede (vestita di rosso col calice e l’ostia), la Speranza (di spalle) e una quarta virtù, la Temperanza (frontale). Un amorino guida due unicorni, simbolo di castità. L’iscrizione recita: “QVE MODVM REBVS TENVIT SECVNDIS CONIVGIS MAGNI DECORATA RERVM LAVDE GESTARVM VOLITAT PER ORA CVNCTA VIRORVM” (Colei che mantenne la moderazione nelle circostanze favorevoli vola su tutte le bocche degli uomini adorna della lode per le gesta del grande marito). Le iscrizioni celebrative sono pienamente autografe di Piero, come ha evidenziato Clark confrontando il carattere usato con quello delle firme su altri dipinti. Il paesaggio Il paesaggio è di chiara derivazione fiamminga, dove la foschia schiarisce le cose più lontane (prospettiva aerea) e il cielo sfuma verso l’orizzonte, come all’alba. È stato notato come lo scenario si collegabile a 360° unendo quello di Federico a quello del trionfo della moglie al ritratto di Battista ed al ritratto del marito (con alcune imprecisioni per avere anche corrispondenze interne tra i due ritratti e i due trionfi). Esso corrisponderebbe approssimativamente alla vista panoramica dalla torre occidentale del Palazzo Ducale di Urbino, con le colline punteggiate di torri e castelli tra fertili vallate, dove si vedono i campi arati, e un bacino, corrispondente allo sbocco sul mare, dove transitano imbarcazioni industriose, dando un’idea delle vivaci attività economiche del Ducato.
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Bibliografia Pietro Allegretti, Piero della Francesca, collana “I classici dell’arte”, Milano, Rizzoli/Skira, 2003, pp.148-155. Birgit Laskowski, Piero della Francesca, collana Maestri dell’arte italiana, Gribaudo, Milano 2007. ISBN 978-3-8331-3757-0 Silvia Blasio (a cura di), Marche e Toscana, terre di grandi maestri tra Quattro e Seicento, Pacini Editore per Banca Toscana, Firenze 2007. AA.VV., Galleria degli Uffizi, collana I Grandi Musei del Mondo, Scala Group, Roma 2003. Federico da Montefeltro | Federico da Montefeltro Duca d’Urbino è stato scelto come uno dei tanti uomini che hanno fatto nelle marche la loro e la nostra fortuna, esempio di come i marchigiani guardino più alla qualità ed alle capacità effettive della persone che ai campanilismi i sorta. Figlio illegittimo di Guidantonio conte di Montefeltro e di Urbino da giovinetto fu ostaggio a Venezia. Nel 1437 sposò Gentile Brancaleoni. Nel 1444 dopo aver ucciso suo fratello, fu chiamato dai cittadini di Urbino succedergli e subito mostro doti di abilità e moderazione. Entrò ai servigi dello Sforza, nel 1445 negoziò la cessione di Pesaro patteggiando per se l’acquisto di Fossombrone che gli costò la scomunica papale ritirata poi nel 1450 da Nicolò V, e l’odio di Sigismondo Pandolfo Malatesta con il quale lottò per lungo tempo nelle Marche e nella Romagna. Nel 1451 passo al servizio degli Aragonesi di Napoli, guerreggio per Pio II. Nel 1459 in Romagna combatté per il Papa contro il Malatesta sconfiggendolo sul Cesano nei pressi di Senigallia (1462) togliendogli quasi tutte le terre e la stessa Fano. Il Papa lo nominò vicario della terre conquistate, comandante della Lega italica combatté i Colleoni nella prima battaglia nella quale fu usata l’artiglieria da campagna. Quando, secondo il patto del 1463, il Papa volle riprendere Rimini al domino diretto, intimorito dalla crescente forza papale, si alleò con Roberto Malatesta e a capo della lega di Napoli, Milano e Firenze, batté a Mulazzo presso Rimini l’esercito pontificio assicurando la città ai Malatesta. Nel 1472 fu capitano dei fiorentini nella sottomissione della ribelle Volterra la quale fu saccheggiata orribilmente. Nel 1474 Sisto IV lo nominò Duca di Urbino stabilendo il matrimonio di suo nipote Giovanni della Rovere con la figlia di Federico, Giovanna. Ebbe poi il comando delle milizie papali contro Firenze. Fu capitano della lega contro i veneziani. Con la morte del Papa Sisto IV i suoi possedimenti vennero praticamente triplicati. Condottiero assai lodato per valore, prudenza e lealtà, si distinse soprattutto nell’arte della pace. Nella guerra cercò sopratutto i mezzi per le sue opere magnifiche. Conoscitore della lingua latina, delle lettere sacre e profane, raccolse intorno a se una corte di umanisti e poeti fondando ad Urbino la più grande biblioteca dell’occidente tenendo impegnati per 14 anni e più dai 30 ai 40 scrittori a trascrivere libri. Fece innalzare il palazzo ducale di Urbino, edificò palazzi e rocche a San Leo, Montefelcino, Pergola, Fossombrone, Cagli, Gubbio. Ad urbino costruì il Duomo e trà Urbino e Mondavio il ponte sul Foglia.

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Piero della Francesca | Opere Lista di opere (dipinti su tavola e affreschi) in ordine cronologico,
* Madonna col Bambino, 1440 circa, tempera su tavola, 53×41 cm, collezione privata, Italia * Polittico della Misericordia, 1444-1465, tecnica mista su tavola, 273×330 cm, Museo Civico, Sansepolcro * Battesimo di Cristo, 1440-1460 (datazione incerta), tempera su tavola, 167×116 cm, National Gallery, Londra * San Girolamo penitente, 1450, tempera su tavola, 51×38 cm, Gemäldegalerie, Berlino * San Girolamo e il donatore Girolamo Amadi, 1450 circa, tempera su tavola, 49×42 cm, Gallerie dell’Accademia, Venezia * Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a san Sigismondo, 1451, affresco, 257×345 cm, Tempio Malatestiano, Rimini * Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, 1451-1460, tecnica mista su tavola, 44,5×34,5 cm, Louvre, Parigi * Storie della Vera Croce, 1452-1466, affreschi, Basilica di San Francesco, Arezzo Morte di Adamo, 390×747 cm Adorazione del sacro legno e incontro di Salomone con la Regina di Saba, 336×747 cm Sollevamento del legno della Croce (esecuzione di Giovanni da Piamonte), 356×190 cm Annunciazione, 329×193 cm Vittoria di Costantino su Massenzio, 322×764 cm Tortura dell’ebreo (con Giovanni da Piamonte), 356×193 cm Ritrovamento e verifica della vera Croce, 356×747 cm Battaglia di Eraclio e Cosroè, 329×747 cm Eraclio riporta la Vera Croce a Gerusalemme, 390×747 cm Profeta Ezechiele (esecuzione di Giovanni da Piamonte), base 193 cm Profeta Geremia, 245×165 cm Angelo, frammento, base 70 cm Cupido, base 70 cm * Polittico di Sant’Agostino, 1454-1469, tecnica mista su tavola, smembrato e parzialmente disperso Sant’Agostino, 133×60 cm, Museu Nacional de Arte Antiga, Lisbona San Michele Arcangelo, 133×59,5 cm, National Gallery, Londra San Giovanni Evangelista, 131,5×57,8 cm, Frick Collection, New York San Nicola da Tolentino, 136×59 cm, Museo Poldi Pezzoli, Milano Santa Monica, 39×28 cm, Frick Collection, New York Santo agostiniano, 39×28 cm, Frick Collection, New York Sant’Apollonia, 39×28 cm, National Gallery of Art, Washington Crocifissione, 37,50×41 cm, Frick Collection, New York * San Giuliano, 1454-1458, affresco frammentario staccato, 130×80 cm, Museo Civico, Sansepolcro * Maria Maddalena, 1460-1466, affresco, 190×105 cm, Duomo, Arezzo * Madonna del parto, 1455-1465, affresco staccato, 260×203 cm, Museo della Madonna del Parto, Monterchi * Resurrezione, 1450-1463, affresco, 225×200 cm, Museo Civico, Sansepolcro * San Ludovico di Tolosa, 1460, affresco frammentario staccato, 123×90 cm, Museo Civico, Sansepolcro * Polittico di Sant’Antonio, 1460-1470, tecnica mista su tavola, 338×230 cm, Galleria nazionale dell’Umbria, Perugia * Doppio ritratto dei Duchi di Urbino, sul verso Trionfo di Federico da Montefeltro e di Battista Sforza, 1465-1472 circa, olio su tavola, 47×33 cm ciascun pannello, Uffizi, Firenze * Pala di Brera, 1469-1474, tecnica mista su tavola, 248×170 cm, Pinacoteca di Brera, Milano * Flagellazione di Cristo, 1470 circa, tecnica mista su tavola, 58,4×81,5 cm, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino * Ercole, 1470 circa, affresco staccato, 151×126 cm, Isabella Stewart-Gardner Museum, Boston * Madonna di Senigallia, 1470-1485, olio su carta riportata su tavola, 61×53,5 cm, Galleria nazionale delle Marche, Urbino * Natività, 1470-1485, olio su tavola, 124×123 cm, National Gallery, Londra * Madonna col Bambino e quattro angeli, 1475-1482, tecnica mista su tavola, 107,8×78,4 cm, Clark Art Institute, Williamstown (Massachusetts)
Giorgio Vasari | Le vite de’ più eccellenti architetti, pittori, et scultori italiani, da Cimabue insino a’ tempi nostri | Piero della Francesca Art in Tuscany | Giorgio Vasari’s Lives of the Artists | Piero della Francesca Birgit Laskowski, Piero della Francesca, collana Maestri dell’arte italiana, Gribaudo, Milano 2007. ISBN 978-3-8331-3757-0 Attilio Brilli, Borgo San Sepolcro. Viaggio nella città di Piero, Città di Castello, Tibergraph Editrice, 1988. Luca Madrignani (21-10-2007). Insurrezione e lotta armata a Sansepolcro, Patria Indipendente: pp.25-27 Dizionario Biografico degli Italiani | Piero della Francesca di R. Lightbown,
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Le Opere di Piero della Francesca | Itinerario Sansepolcro Monterchi Arezzo
Piero Della Francescaè sicuramente uno dei più grandi artisti di tutti i tempi, nato nel 1416 a Sansepolcro, in questa zona ha lasciato stupende testimonianze della sua attività artistica. L’itinerario alla scoperta delle opere di Piero della Francesca, nella provincia di Arezzo, si snoda tra la Valtiberina, toccando le località di Sansepolcro e Monterchi, borgo natìo della madre Monna Romana, e la città di Arezzo. L’Alta valle del Tevere, o Valtiberina, è il lembo più orientale della Toscana e trae il nome dal fiume che l’attraversa in tutta la sua lunghezza, fino al confine con l’Umbria. La Valtiberina fu confine e insieme punto d’incontro tra civiltà diverse, l’umbra e l’etrusca, la bizantina e la longobarda. Piero della Francesca, già nel natio Borgo San Sepolcro, intuì il segreto dello spazio e della luce e lo tradusse in pittura. Il Museo Civico di Sansepolcro, città natale dell’artista, ospita quattro opere, il Polittico della Misericordia, la Resurrezione, il San Giuliano e il San Ludovico. Lasciata Sansepolcro l’itinerario continua a Monterchi, nella Val Cerfone. Per questo borgo, adagiato su una collina al confine con l’Umbria, Piero della Francesca realizzò lo straordinario affresco della Madonna del Parto per l’antica chiesa di Santa Maria a Momentana. L’itinerario nella terra di Piero prosegue e termina in Arezzo. Splendida città posta su una collina nella Toscana orientale a ridosso dell’Appennino Tosco-Romagnolo, fu una delle maggiori città etrusche e successivamente una strategica città romana. Piero della Francesca lasciò in questa città una delle più alte testimonianze pittoriche dell’arte del Rinascimento. La Basilica di San Francesco ospita nella cappella Bacci il ciclo affrescato della Leggenda della Vera Croce, il capolavoro che l’artista eseguì per la chiesa francescana tra il 1452 e il 1466 circa e nel Duomo di Arezzo, in fondo alla navata sinistra, è collocato l’affresco raffigurante la Maddalena. Sansepolcro * Polittico della Misericordia, Museo Civico * Resurrezione, Museo Civico * San Giuliano, Museo Civico * San Ludovico, Museo Civico La cittadina di Sansepolcro, sviluppatasi intorno alla grande abbazia benedettina ha conservato quasi inalterato l’assetto urbanistico medioevale e si è, nei secoli, arricchita di pregevoli edifici rinascimentali e barocchi. Città natale di Piero della Francesca, conserva nel Museo Civico la memoria del maestro biturgense. Opere come la Resurrezione, complessa e simbolica, il Polittico della Misericordia, San Giuliano e San Ludovico testimoniano il genio dell’artista del primo rinascimento. Nella Cattedrale di notevole interesse è il “Volto Santo”, crocifisso ligneo di epoca carolingia, il Polittico di Francesco di Segna e la tavola raffigurante l’Ascensione del Perugino. Accanto alla Cattedrale vi è il Palazzo delle Laudi, di forme manieristiche, oggi sede del Comune. Altre testimonianze artistiche della città sono visibili attraversando il suo centro storico: Chiesa di Santa Maria delle Grazie, Chiesa di San Francesco. Da non perdere una visita alla Chiesa di San Lorenzo che ospita una tavola del Rosso Fiorentino raffigurante la Deposizione. Cuore del centro storico è la piazza Torre di Berta, nella quale, la seconda domenica di settembre si svolge il tradizionale Palio della Balestra – i costumi indossati dai figuranti sono ispirati ai dipinti di Piero della Francesca. Monterchi * Madonna del Parto, Museo Madonna del Parto Il borgo medievale sorse su un luogo sacro per gli antichi romani, dedicato al culto di Ercole. Incastonato tra due piccole valli, disegnate da colline rivestite di lecci, la Val Padonchia e la Val Cerfone, Monterchi rappresenta una tappa d’obbligo lungo il “sentiero dell’arte” pierfrancescana. Borgo natale della madre di Piero della Francesca, ospita, nel centro storico in un piccolo museo a Lei dedicato, il celebre affresco della Madonna del Parto, straordinario affresco nel quale l’artista ritrae la splendida figura della Vergine in stato di attesa. Arezzo * Leggenda della Vera Croce, Cappella Bacci, Basilica di San Francesco * Santa Maria Maddalena, Duomo Arezzo sorge su una collina nella Toscana orientale a ridosso dell’Appennino Tosco-Romagnolo. Come testimonia l’architettura stessa della città, vanta un’origine antichissima che l’ha vista essere una delle maggiori città etrusche e successivamente una strategica città romana. La parte più elevata della città conserva uno spiccato aspetto medievale, dominata dalla Cattedrale e dalla Fortezza Medicea. La Cattedrale, che presenta nel suo aspetto tratti gotici, custodisce pregevoli opere d’arte tra le quali la Maddalena di Piero della Francesca e le vetrate istoriate di Guillaume de Marcillat. Al centro della città Piazza Grande dispiega una vera antologia di stili architettonici. Accanto alle torri medievali, si ergono l’imponente Loggiato Vasariano, una delle più interessanti opere architettoniche rinascimentali; il Palazzo della Fraternita dei Laici, bell’esempio di sintesi di architettura gotica e rinascimentale e l’abside della Pieve di Santa Maria. Piazza Grande, il penultimo sabato di giugno e la prima domenica di settembre, diventa lo scenario della Giostra del Saracino, torneo cavalleresco di origini medioevali. La stessa piazza e gran parte del centro storico ospitano, ogni prima domenica del mese ed il sabato precedente, la Fiera Antiquaria. La cappella Bacci nella Basilica di San Francesco accoglie lo straordinario ciclo di affreschi della Leggenda della Vera Croce di Piero della Francesca, una delle più alte testimonianze della pittura rinascimentale italiana. Nella Basilica di San Domenico, semplice costruzione a navata unica, si conserva la croce dipinta di Cimabue, opera giovanile dell’artista. Molte altre chiese e palazzi testimoniano con la loro bellezza e la loro originalità stilistica la civiltà aretina e la sua importanza nelle varie epoche storiche. Ricordiamo tra queste la Badia delle Sante Flora e Lucilla, la Chiesa della Santissima Annunziata, edifici come Palazzo Pretorio e Palazzo dei Priori, e a qualche minuto fuori le mura della città, la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, la Pieve romanica di Sant’Eugenia al Bagnoro. I musei della città offrono ai visitatori la possibilità di ammirare una varietà di beni di inestimabile valore artistico: il Museo Archeologico Gaio Cilnio Mecenate, il Museo Statale d’Arte Medioevale e Moderna, il Museo e Casa Vasari, la Casa Museo Ivan Bruschi. Itinerario L’itinerario alla scoperta delle opere di Piero della Francesca, nella provincia di Arezzo, si snoda tra la Valtiberina, toccando le località di Sansepolcro e Monterchi, borgo natìo della madre Monna Romana, e la città di Arezzo. L’Alta valle del Tevere, o Valtiberina, è il lembo più orientale della Toscana e trae il nome dal fiume che l’attraversa in tutta la sua lunghezza, fino al confine con l’Umbria. La Valtiberina fu confine e insieme punto d’incontro tra civiltà diverse, l’umbra e l’etrusca, la bizantina e la longobarda. Piero della Francesca, già nel natio Borgo San Sepolcro, intuì il segreto dello spazio e della luce e lo tradusse in pittura. Il Museo Civico di Sansepolcro, città natale dell’artista, ospita quattro opere, il Polittico della Misericordia, la Resurrezione, il San Giuliano e il San Ludovico. Lasciata Sansepolcro l’itinerario continua a Monterchi, nella Val Cerfone. Per questo borgo, adagiato su una collina al confine con l’Umbria, Piero della Francesca realizzò lo straordinario affresco della Madonna del Parto per l’antica chiesa di Santa Maria a Momentana. L’itinerario nella terra di Piero prosegue e termina in Arezzo. Splendida città posta su una collina nella Toscana orientale a ridosso dell’Appennino Tosco-Romagnolo, fu una delle maggiori città etrusche e successivamente una strategica città romana. Piero della Francesca lasciò in questa città una delle più alte testimonianze pittoriche dell’arte del Rinascimento. La Basilica di San Francesco ospita nella cappella Bacci il ciclo affrescato della Leggenda della Vera Croce, il capolavoro che l’artista eseguì per la chiesa francescana tra il 1452 e il 1466 circa e nel Duomo di Arezzo, in fondo alla navata sinistra, è collocato l’affresco raffigurante la Maddalena. Mostra Piero della Francesca e le corti italiane La mostra si estende ad un vero e proprio itinerario nel territorio che permetterà di conoscere le testimonianze dell’arte di Piero conservate nella Cappella Bacci della chiesa di San Francesco ad Arezzo, nel Duomo di Arezzo, nel Museo Madonna del Parto di Monterchi e nel Museo Civico di Sansepolcro. Piero della Francesca e le corti italiane rappresenta un affascinante viaggio che, partendo dai luoghi d’origine dell’artista, accompagnerà il visitatore tra le corti del Rinascimento, ricostruendone clima, cultura, protagonisti, scambi e incontri, attraverso la figura del maestro e gli echi della sua arte. Dalla casa a Sansepolcro alla corte dei Baglioni a Perugia, come collaboratore di Domenico Veneziano; dal soggiorno nella Firenze di Cosimo il Vecchio con la visione della corte bizantina, alla permanenza presso la corte estense di Ferrara, con la sua influenza su artisti coevi come i Lendinara e i maestri dello studio di Belfiore; dall’arrivo a Rimini alla corte dei Malatesta, al contatto diretto con Roma dove soggiorna tra il 1458-59 lavorando per Pio II in Vaticano. Il viaggio di Piero prosegue alla volta di Urbino, presso la corte dei Montefeltro, dove si dedica alla scrittura del trattato sulla prospettiva ed il cui passaggio lascerà riflessi nell’opera di Giovanni Santi, in quella del Laurana. Infine presso i della Rovere, ove dipinge la splendida Madonna di Senigallia. Un artista itinerante Piero della Francesca; la Mostra ne ricostruisce quindi il viaggio grazie ad opere straordinarie come il Ritratto di Sigismondo Pandolfo Malatesta, il San Girolamo con Girolamo Amadi, il Dittico dei duchi d’Urbino, la Madonna di Senigallia, e a dipinti e tavole di artisti a lui coevi come Pisanello, Rogier van der Weyden, Domenico Veneziano, Fra Carnevale, Luca Signorelli. Arezzo offre inoltre la possibilità di ammirare, nel Duomo e nella Basilica di San Francesco, altri celebri capolavori dell’artista come la Maria Maddalena e il ciclo della Leggenda della Vera Croce. Piero della Francesca sentiva un profondo e intenso legame con le sue terre, ove tornò più volte lasciando alcuni dei suoi più importanti capolavori. Dopo Arezzo l’itinerario si dipana quindi nella valle superiore del Tevere, a Sansepolcro ed a Monterchi, il primo, borgo natale del Maestro che custodisce il Polittico della Misericordia, la Resurrezione, il San Giuliano e il San Ludovico, il secondo, piccolo centro che serba un altro straordinario affresco di Piero della Francesca, la Madonna del Parto. Colori e ritmi delle terre di Arezzo rivivono nelle opere del maestro e solo in questi luoghi possono essere pienamente comprese. San Giuliano, Sansepolcro, Museo Civico (frammento) Madonna del parto, Museo Madonna del Parto a Monterchi Cappella Maggiore di San Francesco ad Arezzo Piero della Francesca, Storie della Vera Croce: Battaglia di Eraclio e Cosroe, c.1466, affresco, 329 x 747 cm, Ubicazione basilica di San Francesco, Arezzo Santa Maria Maddalena, Duomo, Arezzo
Podere Santa Pia | Questa casa di vacanza si trova fuori il paese di Cinigiano, in posizione panoramica, con vista sulle colline che conducono al mare e l’isola Montecristo, fino a Corsica
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