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Cosa Vuol Dire Resilienza?

Che cosa si intende per resilienza?

In ambito psicologico, la resilienza può essere definita come la capacità dell’individuo di adattarsi in maniera positiva ad una condizione negativa e traumatica.

Qual è il sinonimo di resilienza?

Cosa Vuol Dire Resilienza Una parola che oggi è sulla bocca di tutti, dai giornali ai social: resilienza, Sinonimo di forza, resistenza, flessibilità, adattabilità e molto altro. Una parola bella e positiva, ma cosa significa davvero? E quanti tipi ne esistono?

Qual è l’opposto di resilienza?

Risposta – L’elasticità di resilienza Con il significato di ‘capacità di sostenere gli urti senza spezzarsi’, la parola resilienza ha guadagnato, negli ultimi anni, una sorprendente popolarità, tanto improvvisa da favorirne la percezione come di un calco dall’inglese. Il termine, in realtà, era già presente nel vocabolario italiano, anche se il suo uso e il suo significato – prettamente tecnici – si celavano ai non specialisti. In fisica e in ingegneria resilienza indica la capacità di un materiale di resistere a un urto, assorbendo l’energia che può essere rilasciata in misura variabile dopo la deformazione. È probabile, tuttavia, che la lingua inglese abbia effettivamente giocato un ruolo nel rilancio della parola negli usi correnti, in virtù di un processo che ha come tramiti la ricerca e la divulgazione scientifica, e sfrutta la rete come cassa di risonanza (ambiti, entrambi, in cui l’inglese è la lingua franca). Come molti vocaboli scientifici, resilienza ha un’origine latina: il verbo resilire si forma dall’aggiunta del prefisso re- al verbo salire ‘saltare, fare balzi, zampillare’, col significato immediato di ‘saltare indietro, ritornare in fretta, di colpo, rimbalzare, ripercuotersi’, ma anche quello, traslato, di ‘ritirarsi, restringersi, contrarsi’ ( Oxford Latin Dictionary, Fascicle VII, a cura di P.G.W. Glare, Oxford University Press 1980, traduzione nostra). Resilientia, resiliens restituiscono dunque inizialmente il senso di un’esperienza quotidiana non specialistica, e si dicono di oggetti che rimbalzano, o, in senso esteso, di chi batte in ritirata o si ritrae d’improvviso. Nel passaggio dal latino all’italiano, i termini hanno mantenuto una forma quasi inalterata ( resilientia > resilienza, resiliens > resiliente ); tuttavia, come nota una nostra lettrice, il Grande Dizionario Hoepli Italiano e una sporadica presenza sulla rete segnalano l’esistenza delle varianti meno comuni resilenza e resilente, La presenza della -i- prima del suffisso non è infatti un esito univoco nei participi e sostantivi derivati da verbi i cui antenati latini uscivano in -īre : quella del participio presente in -ente (e del sostantivo in -enza ) è una semplificazione possibile nella lingua, realizzata, per attrazione con i deverbali della seconda e della terza coniugazione, in alcuni casi anche in compresenza degli standard in -iente e -ienza, appartenenti a un registro mediamente più alto ( udire > udente, ma udienza ; servire > servente e inserviente ). Per quanto riguarda la pronuncia, per resiliente e resilienza il DOP indica la -s- sorda. La scelta è dovuta al fatto che essa si trova al confine tra morfemi e dunque mantiene la pronuncia che avrebbe all’inizio di parola (per cui in resiliente la -s- è uguale a quella di saliente ). Ciò non impedisce che, nel parlato, il collegamento con la base si oscuri e la pronuncia della s subisca una sonorizzazione (fenomeno d’altra parte comune a molte consonanti in posizione intervocalica). Contrariamente a quanto avviene per il sostantivo e il participio-aggettivo, del verbo latino resilire non abbiamo continuazioni in italiano; il francese e l’inglese hanno invece a disposizione rispettivamente resilier e to resile, entrambi derivati da un medio francese resiler ‘ritirarsi’, ‘saltare indietro’, ‘rinunciare’, ‘contrarsi’. Nel corso dei secoli e del progredire del pensiero scientifico occidentale – che, ricordiamo, è stato prevalentemente espresso in latino fin oltre il Seicento – l’aggettivo resiliens ha indicato sia il rimbalzare di un oggetto, sia alcune caratteristiche interne legate all’elasticità dei corpi, come quella di assorbire l’energia di un urto contraendosi, o di riassumere la forma originaria una volta sottoposto a una deformazione. Entrambe le accezioni di resilientia sono registrate, all’inizio del XVIII secolo, nel Lexicon Philosophicum di Stephanus Chauvin: la prima, legata all’esperienza quotidiana; la seconda, più tecnica, legata all’ipotesi di un anonimo “insigne filosofo”. Est regressus, aut reditus corporis alteri allidentis. Cuius reditus causam vir illustris repetit ex eo, quod paries v.g. cum non opponatur motui pilae, sed solum ulterior eius progressui, non impedit quin moveatur, sed solum quin alterius progrediatur: unde corpus allidens parieti, pila puta, regreditur seu resilit. Nuper aliam causam assignavit insignis philusophus. Nempe supponit (quod subindo non uno probat experimento) corporibus omnibus inesse vim elasticam, id est, qua non modo suae figurae tenacia sunt, sed etiam cum ab ea dimota fuerint, in illam sese restituunt, tanto majori impetu, quanto fortior fuit ille quo dimota sunt, ( Lexicon Philosophicum secundis curis Stephani Chauvini, 1713), Recentemente un insigne filosofo ha stabilito un’altra causa. Suppone, appunto (e lo prova adducendo diversi esperimenti), che tutti i corpi siano dotati di una forza elastica, per la quale non solo essi mantengono la propria forma, ma la ristabiliscono anche una volta che ne sono stati allontanati, con tanta maggiore forza quanto maggiore è stata quella ad opera di cui sono stati deformati’.] La presenza del termine in un’opera lessicografica specialistica rappresenta una spia di quanto, tra il XVII e il XVIII secolo, la comunità scientifica si sia servita dei concetti ad esso associati: una testimonianza ulteriore e diretta è costituita da una traduzione latina seicentesca delle lettere di Cartesio, nella quale resilientia e resilire compaiono in uno scambio con Mersenne in luogo dell’originale francese rebondir ‘rimbalzare’. Resilientia qui indica una proprietà fisica, posseduta da quasi tutti i corpi, in grado di rendere possibile il rimbalzo degli oggetti e il riflettersi dei suoni (René Descartes, Epistolae: Partim ab Auctore Latino sermone conscriptae, partim ex Gallico translatae, vol. II, Londra 1668, p.370, lettera 110 a Mersenne; la lettera francese originale è del 25 febbraio 1630). Per quanto il termine rimbalzi da un pensatore all’altro, tuttavia, restano in parte ambigui il suo significato e il suo uso, sospesi tra l’esperienza prescientifica e scientifica, e la modalità di espressione, ancora legata al latino, ma a poco a poco pronta a distaccarsene: in questo processo l’inglese è la prima lingua in grado di appropriarsi del concetto veicolato da resilientia, ereditando la forma resilience già agli inizi del Seicento (Francis Bacon descrive la capacità dell’eco di “tornare indietro” come resilience, cfr. Sylva Sylvarum, 1626, § 245). Le prime occorrenze italiane di resilienza e resiliente, rintracciabili nel XVIII secolo, documentano, in modo simile, termini nei quali ancora è impresso un significato vago: resilienza è “termine de’ filosofi” e significa “regresso, o ritorno del corpo, che percuote l’altro” (G.P. Bergantini, Voci italiane d’autori approvati dalla Crusca, nel Vocabolario d’essa non registrate, Venezia 1745), ma inizia anche a indicare una proprietà interna ai corpi, che diventa lentamente possibile ascrivere non solo a oggetti che respingono rimbalzando, ma anche alle parti di cui sono composti. Lo suggerisce l’uso di Antonio Genovesi, sacerdote, economista, filosofo e scienziato napoletano: “Come ne’ corpi fisici, essendo tutte le parti, per esempio, della terra, attive, senza una cagione prementele e mantenentele dell’unione, ella diverrebbe un mucchio di arena, le cui parti sarebbero corpicelli resilienti.” (Antonio Genovesi, Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile, ante 1769). In altri passi della stessa opera Genovesi trasferisce la caratteristica meccanica della resilienza a qualcosa di umano, come le passioni, descrivendole come caratterizzate da una certa elasticità “respingente” (“Quella forza deve essere non solo direttiva, ma coattiva altresì; perché la sola forza direttiva, per la nostra uguale ignoranza, per la ritrosia della nostra natura, e per la forza elastica e resiliente delle passioni, non basta per unirci e mantenerci concordi, almeno per lungo tempo”); egli testimonia così indirettamente sia la propensione filosofica e scientifica ad attribuire alle passioni caratteristiche fisiche, sia la plasticità del termine di cui ci occupiamo, che già nel XVIII secolo è possibile riferire a un meccanismo psichico. Le poche altre attestazioni scritte di resilienza e resiliente lasciano presentire la loro difficoltà di affermazione, forse imputabile allo status di tecnicismi che essi hanno acquisito nel corso dei secoli. Sul GDLI ai primi usi settecenteschi seguono soltanto, dopo una lunga pausa, un’apparizione giornalistica pubblicitaria che rimanda alle proprietà elastiche di una superficie (“Il Prealino è il pavimento resiliente che costa meno, non si deve lucidare mai e dura sempre”, Oggi, 1954, 6, V, p.33) e una letteraria, il cui senso è legato all’esperienza del respingere ( resiliente, per Primo Levi, indica un corpo capace di allontanarne un altro: “Schiacciata sotto il peso del corpo mascolino, Line si torceva, avversario tenace e resiliente, per eccitarlo e sfidarlo” (Primo Levi, Se non ora, quando?, 1982, p.139). La familiarità dell’italiano con resilienza è senza dubbio minore rispetto, per esempio, all’inglese, nel quale abbondano le occorrenze letterarie storiche, certo sorrette dall’esistenza del già citato non specialistico to resile ‘respingere, rinunciare, ritirarsi, contrarsi’, dalla forte tradizione anglosassone di divulgazione scientifica, e, non ultima, da una precoce presenza sui giornali (nel senso psicologico di ‘spirito di adattamento’ resilience compare nell’ Independent di New York già nel 1893: “The resilience and the elasticity of spirit which I had even ten years ago” ( Oxford English Dictionary, www.oed.com). Tutto questo vale fino a qualche anno fa. L’esplodere di un uso più disinvolto di resilienza si data intorno al 2011: da allora il sostantivo – insieme al corrispondente aggettivo resiliente – circola sui media cartacei e digitali, cavalcando la particolare attrattiva “metaforica” che è in grado di esercitare. In fisica resilienza è la capacità di un materiale di assorbire energia se sottoposto a deformazione elastica; l’esempio più semplice è quello delle corde della racchetta da tennis che si deformano sotto l’urto della pallina, accumulando una quantità di energia che restituiscono subito nel colpo di rimando. Il contrario della resilienza è la fragilità, che caratterizza invece materiali dotati di carico di elasticità molto prossimo alla rottura. Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza : il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura. Da qui, una relativa stabilizzazione del significato e il proliferare delle estensioni: in ecologia, resiliente è una comunità (o un sistema ecologico) capace di tornare velocemente al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione ( Enciclopedia Treccani ); nell’ambito tecnico della produzione dei tessili, resiliente indica un tessuto capace di riprendere la forma originale dopo una deformazione, senza strapparsi ( GRADIT ); in psicologia, la capacità di recuperare l’equilibrio psicologico a seguito di un trauma, l’adattabilità. Il primo accenno giornalistico alla resilienza compare nel 1986 in un articolo dedicato a Sam Shepard. Del commediografo statunitense si descrivono i personaggi, sorprendentemente capaci di sostenere le sollecitazioni violente cui sono sottoposti: “Magari si piegano – un po’ – alle necessità della vita. Ma non si spezzano”; in una parola, presa questa volta in prestito dall’inglese, sono ” resilient ” (“La Repubblica”, 19 febbraio 1986 ). Dei corrispondenti italiani si riscontra un uso più disinvolto a partire dagli anni Novanta: risultano resilienti il mercato giapponese (“La Repubblica”, 24 agosto 1990 ), le scarpe da corsa (“La Repubblica”, 23 novembre 2000 ), lo spirito di chi affronta le conseguenze del passaggio dell’uragano Katrina (“La Repubblica”, 27 settembre 2005 ). È in questo ultimo senso che resilienza e resiliente vivono la loro recente fortuna tra i parlanti. Oltre alle attestazioni giornalistiche (225 sulla “Repubblica” dal 1984 a oggi; 72 sul “Corriere della Sera” dal 1992 a oggi), è la molteplicità delle occorrenze sulla rete che ne suggerisce il successo: Google Italia restituisce circa 430.000 risultati per resilienza e 130.000 per resiliente, Il termine sembra esercitare un fascino particolare in relazione al momento storico e sociale attuale; Federico Rampini sulla “Repubblica” del 23 gennaio 2013 commenta l’uso di resilience del presidente Obama auspicando per l’Italia l’uscita dalla recessione economica sotto l’esempio dell’America resiliente ; Stefano Bartezzaghi la definisce “parola-chiave di un’epoca”, sottraendola al rapido declino cui sarebbe destinata in quanto semplice “parola alla moda”. Resilienza assume un valore simbolico forte in un periodo in cui l’accesso interpretativo più frequente alla condizione economica, politica, ecologica mondiale è fornito da un’altra parola, crisi : lo spirito di resilienza rappresenta la capacità di sopravvivere al trauma senza soccombervi e anzi di reagire a esso con spirito di adattamento, ironia ed elasticità mentale. A cura di Simona Cresti Redazione Consulenza Linguistica Accademia della Crusca 12 dicembre 2014

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Cosa significa resilienza in psicologia?

La resilienza ha un significato psicologico che indica la capacità di fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita a seguito di un evento traumatico.

Quali sono i 5 fattori personali resilienti?

Fattori di rischio e protettivi – La considerazione dei fattori protettivi è fondamentale in un ottica di esplicazione multifattoriale dei processi di sviluppo caratterizzati da patologia o meno. I bambini dotati di fattori protettivi crescono adeguatamente nonostante siano esposti a condizioni di rischio e sono considerati resilienti; i bambini che mancano di fattori protettivi o in cui questi non sono adeguatamente sviluppati possono presentare difficoltà sul piano emotivo, comportamentale o difficoltà di apprendimento e sono descritti come vulnerabili.

  • I fattori emozionali ( abuso, bassa autostima, scarso controllo emozionale), interpersonali (rifiuto dei pari, isolamento, chiusura);
  • I fattori familiari (bassa classe sociale, conflitti, scarso legame con i genitori, disturbi nella comunicazione);
  • I fattori di sviluppo (ritardo mentale, disabilità nella lettura, deficit attentivi, incompetenza sociale).

Tra i fattori protettivi, invece, gli stessi autori ne individuano di individuali e familiari. Tra i primi, l’essere primogenito, un buon temperamento, la sensibilità, l’autonomia, unita alla competenza sociale e comunicativa, l’autocontrollo, e la consapevolezza e fiducia che le proprie conquiste dipendono dai propri sforzi (locus of control interno).

Come si comporta una persona resiliente?

La Resilienza Cos’è la Resilienza? La resilienza è un costrutto trasversale a molti ambiti, e quello psicologico è solo uno dei più recenti. Si parla di resilienza in ingegneria e in metallurgia, intendendo la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi; in informatica, riferendosi a un sistema che continua a funzionare, nonostante alcune anomalie.

Persino in biologia, si parla di organismi resilienti, in grado di autoripararsi dopo aver subito un danno. In psicologia, la resilienza è la capacità di resistere, fronteggiare e riorganizzare positivamente la propria vita dopo aver subito un evento negativo. Non si tratta, quindi, di una mera resistenza passiva, di una reazione inconsapevole e automatica, bensì di una risposta cosciente, di una ricostruzione che si traduce in potenzialità e prospettive di crescita.

L’individuo resiliente non è colui che ignora o nega le difficoltà, e neanche le minimizza. Al contrario, è colui che riesce ad andare avanti, con una forza rinnovata, con una più approfondita e consapevole conoscenza di sé. In poche parole, riesce a trasformare l’evento negativo in fonte di apprendimento, inteso come la capacità di acquisire competenze utili per migliorare la propria qualità di vita e proseguire nel proprio percorso di crescita e realizzazione.

Primi studi sulla resilienza I primi studi sulla resilienza risalgono al ventennio scorso, quando nel 1992 il gruppo dell’Università di Davis (California), guidato da Emma Werner condusse uno studio longitudinale della durata di 30 anni su quasi 700 neonati dell’isola Kauai, nell’arcipelago delle Hawaii.

Secondo le loro previsioni, 201 soggetti avrebbero sviluppato dei problemi perché esposti a una serie di fattori di rischio, quali nascita difficile, povertà, malattie mentali, famiglie con alcolismo o caratterizzate da violenza o litigi. E in effetti, i 2/3 del campione confermarono le previsioni dei ricercatori, mostrando all’età di 18 anni serie difficoltà di apprendimento, oltre che di adattamento sociale, scolastico e/o lavorativo.

Tuttavia, 1/3 del campione, originariamente considerato a rischio, aveva smentito le previsioni dei ricercatori.72 neonati, infatti, erano diventati adulti in grado di instaurare relazioni significative, ben adattati nel lavoro e nelle relazioni con gli altri e capaci di cogliere spunti per migliorarsi e crescere.

Quali erano state allora le condizioni che avevano permesso a questi bambini di disattendere l’ipotesi formulata dagli studiosi? Il gruppo della Werner evidenziò come l’aver ricevuto da persone significative un’accettazione incondizionata e l’aver saputo attribuire senso e significato alla vita avesse reso questi soggetti più “immuni” agli stressor cui erano stati sottoposti, promuovendo in loro un processo di resilienza.

Fattori protettivi Vi sono alcune caratteristiche individuali e sociali che rendono più probabile una risposta resiliente. Tra queste, un ruolo importante è giocato dall’ottimismo, che non deve essere inteso come tentativo di banalizzare o sminuire le avversità ma, al contrario, come la capacità a considerare i problemi una componente inevitabile e ineliminabile della vita.

Il soggetto ottimista, però, a differenza del pessimista, interpreta le difficoltà come transitorie, e non permanenti; come circoscritte, e non pervasive a tutti gli ambiti di vita; infine, come non unicamente dipendenti dalla sua responsabilità, bensì come frutto del concorso di più variabili, alcune delle quali fuori dal suo controllo.

Un altro fattore protettivo è rappresentato dal supporto sociale, dal momento che la resilienza non è solo una capacità individuale, né un tratto personologico immodificabile. La resilienza è un costrutto multidimensionale che risiede anche nel contesto sociale di appartenenza, nella rete di relazioni intessute prima e dopo l’evento negativo, nel sostegno pratico ed emotivo di cui ognuno dispone.

Anche l’autostima e l’autoefficacia rappresentano delle risorse che rendono più probabile una risposta resiliente, nella misura in cui immunizzano allo stress e all’impatto che questo esercita sul benessere psicofisico. Chi ha un senso di valore e significato personale e si attribuisce un certo grado di controllo sugli eventi esterni, in base alla convinzione di disporre delle risorse necessarie per affrontarli, sarà più verosimilmente un individuo resiliente.

Allo stesso modo, colui che ravvisa nei problemi e nelle avversità una sfida, piuttosto che una minaccia, riuscirà a considerare i cambiamenti come opportunità di crescita e non come qualcosa a cui piegarsi in modo arrendevole. Caratteristiche dell’individuo resiliente Uno dei fattori più importanti da promuovere in un processo di resilienza è l’alta tolleranza alla frustrazione, ovvero la capacità di dilazionare la gratificazione del momento presente per perseguire e perseverare nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Questi devono essere specifici, graduali e realistici, in modo da risultare sfidanti, ma non eccessivi. La capacità di tollerare la frustrazione permette anche di metabolizzare disagi, sconfitte e fatiche. Un’altra componente importante è l’umorismo, inteso non come il tentativo di banalizzare o ridicolizzare gli eventi della vita, bensì come l’attitudine a prendere le dovute distanze da circostanze avverse e mantenere la lucidità necessaria per risolvere i problemi.

  • L’umorismo, inoltre, rappresenta una risposta funzionale allo stress, perché ne riduce l’impatto negativo, producendo endorfine e catecolamine.
  • Un individuo resiliente è anche colui il quale, armato di speranza e tenacia, riesce a risolvere i problemi, piuttosto che a minimizzarli o evitarli.
  • Resiliente è chi ha un senso di progettualità e valore personale, che vanno ben al di là del contesto specifico; chi ha una forte motivazione e aspettativa di successo; chi è in grado, come i soggetti dello studio di Emma Werner, di dare una direzione e una progettualità alle proprie scelte e azioni.

Come aumentare la resilienza La resilienza è in gran parte frutto degli occhiali attraverso cui gli individui vedono se stessi, gli altri e il mondo. Occorre pertanto modificare le lenti con cui interpretano gli eventi e vi attribuiscono un significato.

Per prima cosa, è importante valutare lo stile di attribuzione causale, ovvero il modo cui l’individuo concettualizza e spiega gli eventi che accadono e quanto si percepisce in grado di incidere su di essi. Spesso un processo di resilienza è ostacolato proprio dalla valutazione cognitiva del soggetto, dall’etichetta che questi attribuisce a se stesso, ad esempio ” sono un perdente, un fallito, non ce la posso fare, sono una vittima, non riesco a controllare nulla, perché proprio a me ? ecc.” oppure agli altri e al mondo esterno ” la vita è imprevedibile, il mondo è pericoloso, gli altri sono più forti, ogni evento è una catastrofe “.

Cambiare le lenti cognitive non vuol dire certo adottare una visione pollyannica o ingenuamente ottimistica, bensì mantenere un realismo funzionale che permetta un adattamento consapevole alla realtà, in modo che gli eventi negativi, ordinari o straordinari, siano visti come potenzialmente forieri di spunti di crescita e apprendimento, piuttosto che come una minaccia incombente alla propria incolumità.

  1. Un altro modo per promuovere la resilienza è avvicinarsi alla pratica della Mindfulness, e nello specifico sviluppare la capacità di decentrarsi dai propri pensieri, considerandoli per quello che sono, ovvero contenuti della mente, e non realtà.
  2. L’accettazione intenzionale e non giudicante del qui e ora permette, da un lato, di depurare la valutazione cognitiva da errori e distorsioni, dall’altro, facilita la gestione dello stress.

L’attitudine ad accettare sentimenti spiacevoli, a osservare pensieri e sensazioni, senza reagire a essi, è una delle modalità per costruire e rinforzare il processo di resilienza. Conclusioni L’individuo resiliente non è un superuomo, non ignora o evita la sofferenza.

  • Resiliente è colui il quale distingue ciò che può e non può cambiare e, in quest’ultimo caso, è comunque consapevole di poter modificare l’assetto cognitivo ed emotivo con cui legge gli eventi.
  • Resiliente è colui che guarda alle avversità passate, per ricavarne lezioni utili per migliorare le proprie attuali strategie di coping,

Resiliente è colui il quale è disposto a uscire dalla propria comfort zone per sviluppare una maggiore tolleranza alle frustrazioni. Resiliente è chi pensa valga sempre la pena vivere da protagonisti, piuttosto che da spettatori cauti e prudenti. Roberta Borzì

Qual è il simbolo della resilienza?

La storia dell’ Araba Fenice, simbolo del potere e della resilienza.

Perché è importante la resilienza?

La resilienza è una capacità che ciascuno di noi ha già dentro di sé, ma che può essere riscoperta e allenata. È molto importante poter contare su questa forza interiore perché ti permette di affrontare gli eventi più stressanti o traumatici senza che sentirti schiacciato sotto il peso degli eventi che ti capitano.

Come si dice resilienza in latino?

Attenti alla parola “resilienza” Molto usata nella versione inglese “resilience”, significa “capacità di resistenza”, “capacità di recupero rapido”, “elasticità”. In Italiano il termine “resilienza” veniva usato finora soprattutto per designare la qualità fisica di certi materiali di non rompersi in seguito a un urto violento.

  • Viene usato anche in psicologia, per indicare la capacità di un individuo di non lasciarsi abbattere, di reagire e non cadere in depressione dopo un duro colpo della vita.
  • In romanesco c’è il famoso detto “m’arimbarza”, che in fondo esprime lo stesso concetto.
  • In origine viene dal latino “resiliens”, resiliente, e dal verbo “resilire” (resilio, resilis etc.), che significa letteralmente “rimbalzare”, ma anche “tornare indietro” e quindi “rinunciare”, “desistere”: che curiosamente è l’esatto contrario del significato che si dà oggi a questa parola in inglese, e nelle lingue neolatine (a parte il rumeno, che usa la traduzione di “elasticità”, come in tedesco).
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Perché questa curiosità etimologico-linguistica? Perché la parola “resilience” è ormai onnipresente in ogni discorso dei manager e degli economisti, e spesso anche negli articoli, negli studi e nelle analisi di economia e finanza, e nel linguaggio della Commissione europea e dei ministri delle Finanze dell’Eurozona.

  1. Il linguaggio del management ha una vera e propria passione per certi termini che a un certo punto diventano di moda, come il prezzemolo in tutte le minestre.
  2. La stessa cosa è successa, fino a non molto tempo fa, con il termine “olistico”, per esempio.
  3. La Commissione europea, quasi inavvertitamente, ha inserito la “resilienza” fra le priorità della sua politica economica, che all’inizio erano solo due: la transizione ambientale e quella digitale.

Ora c’è anche la resilienza. E il famoso “Recovery Fund” del Piano di rilancio economico proposto dall’Esecutivo comunitario per rispondere alla crisi del Covid-19 è stato battezzato ufficialmente “Recovery and Resilience Facility”. Per avere i fondi Ue, gli Stati membri dovranno presentare dei piani di spesa che si chiameranno “”Recovery and Resilience Plans”, in cui dovranno indicare quali azioni, investimenti e riforme intendono finanziare per risollevarsi dalla crisi (per “rimbalzare”) e per rendere le proprie economie più “resilienti” oltre che più verdi e più digitalizzate.

  • Fin qui tutto bene, ci sta.
  • Ma attenzione: abbiamo già visto che cosa è successo al termine “sostenibilità”, usato in origine nel suo senso di sostenibilità ecologica (non produrre danni irreversibili all’ambiente, tutelarlo nella durata), e passato poi anche a designare un concetto finanziario; la sostenibilità delle finanze pubbliche, e soprattutto la sostenibilità del debito pubblico, famigerata motivazione addotta per le peggiori politiche di austerità e tagli dei deficit e degli investimenti pubblici durante la crisi dell’Eurozona.

Oggi che l’austerità, per fortuna, è passata di moda, perfino in Germania, e che la sostenibilità è tornata a indicare soprattutto un approccio dell’economia rispettoso dell’ambiente, il termine “resilienza” potrebbe sostituire, sotto mentite spoglie, proprio quello di sostenibilità finanziaria.

  1. Per adesso, a interpretarlo e a usarlo in questo modo sono soprattutto gli olandesi, nel dibattito in corso proprio sul Piano di rilancio europeo.
  2. Per i rigoristi olandesi, non appena ci saranno i primi segni di ripresa dell’economia, l’anno prossimo, bisognerà tornare alla sostenibilità finanziaria, ad applicare le regole “stupide” del Patto di stabilità, proprio nel nome della “resilienza”.

E’ solo l’inizio. Stay tuned : Attenti alla parola “resilienza”

Qual è la differenza tra resistenza e resilienza?

Resistenza e Resilienza Cosa Vuol Dire Resilienza C’è una grande differenza tra resistenza e resilienza. La prima è sia dell’uomo sia degli oggetti. Si resiste a qualcosa che vuole deformarci, farci cambiare, a qualcosa che ci colpisce, cercando di distruggerci. Mi vengono in mente i disperati versi di resistenza amorosa di Catullo “sed obstinata mente perfer, obdura” (tu.

con mente ostinata sopporta, tieni duro) o i melanconici versi che Baudelaire rivolge alla propria anima, così piena di dolore da rendere necessario parlare alla sofferenza stessa, divenuta tutt’uno con lei: “Sois sage, ma Douleur, et tiens-toi plus tranquille” (sii saggio, mio Dolore e tieniti più tranquillo), con quella maiuscola che fa del Dolore la personificazione stessa del poeta.

La resistenza è silenziosa, ferma, ostinata sulla propria posizione, dura come sasso, là dove la resilienza è flessibile, adattabile, fantasiosa. La resistenza è dei forti, cose o uomini che siano. La resilienza è solo umana. Ben diversa dalla elasticità, nella quale l’energia potenziale incamerata dalla deformazione viene restituita con il ritorno allo stato di partenza, la resilienza è la capacità di trarre dalla deformazione, dalla sofferenza, dalla sconfitta, strade diverse di comportamento, così che mai si ritorna al passato ma si avanza verso un nuovo stato di esistenza.

  • In questo momento difficile dobbiamo tutti, medici e pazienti, frequentare entrambe.
  • Resistere è ora non smettere di rispettare le regole di prudenza, prime tra tutte l’igiene delle mani e la distanza.
  • Resistere è sopportare il disagio della mascherina, da portare sempre, calzata correttamente, e fare questo sempre, che si avverta o non si avverta una situazione come pericolosa.

Non smettiamo di resistere anche se ci sentiamo al sicuro, con amici, addirittura in famiglia. Più difficile è essere resilienti. Esserlo non è divenire un muro di gomma sul quale le norme e le preoccupazioni rimbalzano nella nostra indifferenza ma farci cambiare in modo creativo da esse, ricorrere alla fantasia per trovare nuove strade: per i nostri bambini, per i nostri anziani, per noi stessi.

Cosa influenza la resilienza?

Resilienza: quando le avversità ci fortificano – IPSICO, Firenze La resilienza è un costrutto trasversale a molti ambiti. Si parla di resilienza in ingegneria e in metallurgia, intendendo la capacità di un materiale di resistere agli urti senza spezzarsi, quindi di conservare la propria struttura o di riacquistare la forma originaria dopo essere stato sottoposto a schiacciamento o deformazione; si parla di resilienza in informatica, riferendosi a un sistema che continua a funzionare, nonostante alcune anomalie.

Persino in biologia, si parla di organismi resilienti, in grado di autoripararsi dopo aver subito un danno. In psicologia, invece, la resilienza definisce la capacità delle persone di riuscire ad affrontare gli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà.

In pratica la persona resiliente è quella che riesce a non farsi travolgere dagli eventi ma che riesce a dare un senso a quanto accade e a trovare le risorse per andare avanti. Avere buona resilienza non significa infatti solo sapersi opporre alle pressioni dell’ambiente, ma implica una capacità di andare avanti, nonostante le crisi e permette la ricostruzione di un percorso di vita.

  1. L’individuo resiliente non è colui che ignora o nega le difficoltà e neanche le minimizza.
  2. Al contrario, è colui che riesce a trasformare l’evento negativo in fonte di apprendimento, inteso come la capacità di acquisire competenze utili per migliorare la propria qualità di vita e proseguire nel proprio percorso di crescita e realizzazione.

In pratica, la resilienza ci insegna a considerare le difficoltà come opportunità. Coloro che possiedono un alto livello di resilienza riescono a fronteggiare efficacemente le avversità, a dare nuovo slancio alla propria esistenza e perfino a raggiungere mete importanti.

  1. Sin dai tempi antichi, gli uomini si sono distinti dagli animali per la capacità innata di resistere a vari disastri naturali alle guerre ed alle carestie.
  2. Evitare le sconfitte, le delusioni, i conflitti è impossibile.
  3. ‘indagine sui processi di resilienza si è sviluppata originariamente in ambito psicopatologico, al termine del secondo conflitto mondiale con l’intento di individuare le risorse che permettono ad alcuni individui di mantenere un buon adattamento psicologico a fronte dei numerosi casi di ed altre forme di patologia riscontrate nei reduci.

Successivamente, gli studi sulla resilienza sono proseguiti nell’ambito della psicologia dell’età evolutiva con l’intento di esplorare le diverse traiettorie di sviluppo di soggetti passati per esperienze evolutive segnate da eventi traumatici. Uno dei primi studi sulla resilienza fu condotto nel 1992 dal gruppo dell’Università di Davis (California), guidato da Emma Werner su 698 neonati dell’isola Kauai (Hawai).

Molti di loro avevano una probabilità elevata di sviluppare problemi, a causa di diversi fattori di rischio: complicazioni alla nascita, povertà, vivere in famiglie con problemi di alcolismo, malattie mentali, violenza, litigi. Tuttavia, i risultati hanno evidenziato che, all’età di 18 anni, mentre 2/3 dei ragazzi presentavano molti disagi, circa 1/3 di essi era cresciuto in maniera adeguata, avviando relazioni stabili, svolgendo attività lavorative ed erano diventati soggetti che coglievano ogni occasione per migliorarsi.

Il gruppo della Werner evidenziò come l’aver ricevuto da persone significative un’accettazione incondizionata e l’aver saputo attribuire senso e significato alla vita avesse reso questi individui più immuni agli stressor cui erano stati sottoposti, promuovendo in loro un processo di resilienza,

  1. E’ possibile individuare cinque componenti che contribuiscono a sviluppare la resilienza : 1.
  2. Ottimismo: è la disposizione a cogliere il lato buono delle cose, la tendenza ad aspettarsi un futuro ricco di occasioni positive, la propensione a sminuire le difficoltà della vita, cercando sempre di mantenere più lucidità per trovare soluzioni ai problemi.

Il soggetto ottimista, a differenza del pessimista, interpreta le difficoltà come transitorie, e non permanenti; come circoscritte, e non pervasive a tutti gli ambiti di vita; infine, come non unicamente dipendenti dalla sua responsabilità, bensì come frutto del concorso di più variabili, alcune delle quali fuori dal suo controllo.2.

Autostima: una elevata protegge da e e influenza positivamente lo stato di salute fisica. Avere una bassa considerazione di sé ed essere molto autocritici, infatti, conduce a una minore tolleranza delle critiche altrui, cui si associa una quota maggiore di dolore, aumentando la possibilità di sviluppare sintomi depressivi.3.

Hardiness (robustezza psicologica): è un tratto di personalità che comprende tre dimensioni: impegno, controllo e gusto per le sfide. Per impegno si intende la tendenza a lasciarsi coinvolgere nelle attività. La persona con questo tratto si dà da fare, è attiva, non è spaventata dalla fatica; non abbandona facilmente il campo; è attenta e vigile, ma non ansiosa; valuta le difficoltà realisticamente.

  1. Perché ci sia impegno è necessario avere degli obiettivi, qualcosa da raggiungere, per cui lottare e in cui credere.
  2. Per controllo si intende la convinzione di poter dominare in qualche modo ciò che si fa o le iniziative che si prendono, ovvero la convinzione di non essere in balia degli eventi.
  3. L’espressione gusto per le sfide fa riferimento alla disposizione ad accettare i cambiamenti.

La persona con questo tratto vede gli aspetti positivi delle trasformazioni e minimizza quelli negativi. Il cambiamento viene vissuto più come incentivo a crescere che come difficoltà da evitare a tutti i costi e le sfide vengono considerate stimolanti piuttosto che minacciose.

La persona generalmente è aperta e flessibile.4. Emozioni positive: ovvero il focalizzarsi su quello che si possiede invece che su ciò che ci manca.5. Supporto sociale: capacità di costruire relazioni eterogenee e molteplici che possano sostenere l’individuo nei momenti difficili. Questo tipo di relazioni crea un clima di amore e di fiducia e fornisce incoraggiamento e rassicurazione favorendo, così, l’accrescimento del livello di resilienza,

E’ importante sottolineare come la presenza di persone disponibili all’ascolto sia efficace poichè mobilita il racconto delle proprie difficoltà. Raccontare è liberarsi dal peso della sofferenza e l’accoglienza da parte degli altri segnerà il passaggio da un racconto tutto interiore alla condivisione partecipata dell’accaduto.

  1. In definitiva, ciò che determina la qualità della resilienza è la qualità delle risorse personali e dei legami che si sono potuti creare prima e dopo l’evento traumatico.
  2. Uno dei fattori più importanti da promuovere in un processo di resilienza è l’alta tolleranza alla frustrazione, ovvero la capacità di dilazionare la gratificazione del momento presente per perseguire e perseverare nel raggiungimento dei propri obiettivi.

Questi devono essere specifici, graduali e realistici, in modo da risultare sfidanti, ma non eccessivi. La capacità di tollerare la frustrazione permette anche di metabolizzare disagi, sconfitte e fatiche. La resilienza si apprende con l’esperienza; non è una qualità innata e immutabile e chiunque può svilupparla e imparare a migliorare a partire dalle proprie difficoltà.

E’ necessario iniziare con il diventare consapevoli dei propri limiti e delle proprie potenzialità, per poi imparare ad utilizzare le seconde a sostegno dei primi. Avere un alto livello di resilienza non significa non sperimentare affatto le difficoltà o gli stress della vita, significa avere le risorse per riuscire ad affrontarli senza farsi sopraffare dagli eventi stessi.

Avere un alto livello di resilienza non significa essere infallibili ma disposti al cambiamento quando necessario; disposti a pensare di poter sbagliare. La resilienza è data dall’interazione tra ciò che ho (risorse esterne), ciò che io sono (forze interiori) e ciò che io posso fare.

  1. Un modo per implementare la resilienza è avvicinarsi alla pratica della Mindfulness, e nello specifico sviluppare la capacità di decentrarsi dai propri pensieri, considerandoli per quello che sono, ovvero contenuti della mente.
  2. L’accettazione intenzionale e non giudicante del qui e ora permette, da un lato, di depurare la valutazione cognitiva da errori e distorsioni, dall’altro, facilita la,
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L’attitudine ad accettare sentimenti spiacevoli, a osservare pensieri e sensazioni, senza reagire a essi, è una delle modalità per costruire e rinforzare il processo di resilienza, Resiliente è colui il quale distingue ciò che può e non può cambiare e, in quest’ultimo caso, è comunque consapevole di poter modificare la propria interpretazione degli eventi; la resilienza è infatti in gran parte frutto del modo cui l’individuo concettualizza e spiega gli eventi che accadono e quanto si percepisce in grado di incidere su di essi.

  • Chi ha una buona resilienza vive le emozioni negative e dolorose con accettazione, accogliendole, senza privarsi al contempo della possibilità di sperimentare anche delle emozioni più positive.
  • La persona resiliente è in grado di trovare significati nelle avversità della vita, il che è molto importante per il superamento dei traumi e degli eventi negativi.

In conclusione per diventare persone resilienti è importante essere ottimisti e trovare il lato positivo nelle cose; a fianco dell’ottimismo, poi, ci deve essere un alto livello di autostima. Ovviamente, è importante avere anche il controllo dell’ambiente, impegnarsi in ogni azione ed essere pronti a gestire i cambiamenti come sfide da vincere.

Bisogna, poi soffermarsi sulle cose che si hanno e non su quelle che invece mancano. In ultimo, è fondamentale essere amati e stimati dagli altri; raccontarsi aiuta ad alleggerirsi e a gestire il dolore. E’ però opportuno tenere conto del fatto che non si è resilienti ad oltranza. Sappiamo che esistono molte situazioni dalle quali la persona, per quanto si sforzi, non riesce ad uscir fuori, perdendo la fiducia nelle proprie capacità di farcela, non vedendo una soluzione ai suoi problemi.

In questi momenti può essere di aiuto intraprendere un lavoro di psicoterapia perché in fondo lo scopo ultimo di un percorso psicologico è quello di aiutare la persona ad essere maggiormente resiliente. Un buon percorso psicologico permette di far uscire le risorse bloccate, aiutando la persona a sviluppare nuovi punti di vista sulla situazione e ad acquisire maggiore competenza riguardo ai propri schemi di pensiero e alle proprie emozioni.

Quanti sono i livelli di resilienza?

I diversi tipi di resilienza Tra gli esseri umani, la resilienza si può sviluppare a due livelli : dell’individuo e della società.

Quali sono i fattori che favoriscono la resilienza?

Fattori protettivi e di rischio – Cosa Vuol Dire Resilienza Le ricerche sino ad oggi condotte hanno identificato una serie di fattori protettivi e di rischio in grado di influenzare positivamente o negativamente la risposta dell’individuo ad un evento stressante o traumatico. Tra i fattori protettivi si riconoscono quelli individuali, sociali e relazionali.

Fattori individuali:

  1. Essere empatici, cooperativi e propensi all’altruismo
  2. Avere una buona capacità di comunicazione e flessibilità mentale
  3. Essere competenti e capaci di risolvere i problemi
  4. Avere autostima e senso di efficacia personale
  5. Essere capaci di posporre le gratificazioni
  6. Avere la capacità di controllare, regolare ed esprimere i propri vissuti emotivi
  7. Possedere e saper metter in pratica le strategie di coping (strategie mentali e comportamentali adattive per far fronte alle situazioni)
  8. Essere ottimisti: non va inteso con un atteggiamento volto a sminuire i problemi, ma con uno stile di attribuzione che porta ad interpretare le situazioni o gli esiti negativi come transitori, non generali e non assoluti, non personalizzati (ovvero non attribuiti esclusivamente a se stessi)
  9. Avere senso dell’umorismo: capacità di saper prendere le distanze da un evento drammatico o negativo, conservando la razionalità per risolvere efficacemente i problemi che ne sono conseguiti;
  • Fattori sociali : far parte di un tessuto sociale ben funzionante in termini di connessioni, supporto e stimoli socio-culturali aumenta le probabilità di superare con successo un evento drammatico o una situazione stressante;
  • Fattori relazionali : più facile poter sviluppare resilienza se si possiede una sufficiente quantità di relazioni e soprattutto una buona qualità delle stesse che consentono di poter contare sull’aiuto sia pratico che emotivo nei momenti di difficoltà. Un ruolo centrale è dato in particolare dall’aver sviluppato un buon legame di attaccamento con i genitori durante le prime fasi della vita.

Tra i fattori di rischio che incrementano la vulnerabilità agli eventi stressanti e ostacolano lo sviluppo della resilienza sono stati identificati i seguenti :

  • Fattori familiari quali bassa classe sociale, clima conflittuale e di deprivazione emotiva, comunicazione carente o assente;
  • F attori emozionali come essere vittime di abuso e violenza, bassa autostima, deficit di controllo e regolazione delle emozioni, isolamento sociale e chiusura;
  • F attori legati allo sviluppo quali ritardo mentale, disturbi dell’apprendimento, deficit dell’attenzione, scarso sviluppo delle capacità sociali.

Cosa si misura con la resilienza?

Resilienza da impatto – Nell’ambito dell’, esiste una grandezza nota come resilienza da impatto, che in letteratura tecnica inglese viene chiamata impact toughness o impact strength, Essa viene misurata come la capacità di un di resistere a forze dinamiche, ovvero ad urti, fino a rottura, assorbendo energia con deformazioni elastiche e plastiche.

Chi ha inventato la resilienza?

Storia della resilienza – Il concetto di resilienza è stato sviluppato negli anni ’50 dallo psicologo americano Jack Block (1924-2010), tramite uno studio a lungo termine sui bambini. Ulteriori contributi sul concetto di resilienza sono stati dati sia dal medico Norman Garmezy (1918 – 2009), il quale ha effettuato studi sugli effetti dello stress nella fase dello sviluppo infantile, sia dal sociologo e psicologo Glen Elder (1934).

Come nasce la resilienza?

Pietrotrabucchi.it l termine “resilienza” in origine proveniva dalla metallurgia: indica, nella tecnologia metallurgica, la capacità di un metallo di resistere alle forze che vi vengono applicate. Per un metallo la resilienza rappresenta il contrario della fragilità.

  • Così anche in campo psicologico: la persona resiliente è l’opposto di una facilmente vulnerabile.
  • Etimologicamente “resilienza” viene fatta derivare dal latino “resalio”, iterativo di “salio”.
  • Qualcuno propone un collegamento suggestivo tra il significato originario di “resalio”, che connotava anche il gesto di risalire sull’imbarcazione capovolta dalla forza del mare, e l’attuale utilizzo in campo psicologico: entrambi i termini indicano l’atteggiamento di andare avanti senza arrendersi, nonostante le difficoltà.

La mia personale definizione del termine è la seguente: la resilienza psicologica è la capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino.

  1. Il verbo “persistere” indica l’idea di una motivazione che rimane salda.
  2. Di fatto l’individuo resiliente presenta una serie di caratteristiche psicologiche inconfondibili: è un ottimista e tende a “leggere” gli eventi negativi come momentanei e circoscritti; ritiene di possedere un ampio margine di controllo sulla propria vita e sull’ambiente che lo circonda; è fortemente motivato a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato; tende a vedere i cambiamenti come una sfida e come un’opportunità, piuttosto che come una minaccia; di fronte a sconfitte e frustrazioni è capace di non perdere comunque la speranza.

: Pietrotrabucchi.it

Che vuol dire resilienza 74?

Quanto male fa resistere al dolore? La resilienza cantata da Rita Pavone nella sua ‘Niente (Resilienza 74)’ parla proprio della capacità di affrontare un trauma o una difficoltà ‘tenendo duro’, non lasciandosi mai andare.

Cosa significa il piano di resilienza?

Definizione – Il piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) è il programma con cui il governo intende gestire i fondi del Next generation Eu, Cioè lo strumento di ripresa e rilancio economico introdotto dall’Unione europea per risanare le perdite causate dalla pandemia.

Leggi tutti i glossari sul Pnrr, Redatto dall’allora governo Draghi e approvato dalla commissione europea nel giugno 2021, il Pnrr italiano ha una struttura articolata. Prevede sei missioni, organizzate in componenti, ognuna delle quali comprende una serie di misure, che possono essere riforme normative o investimenti economici.

Dalla transizione ecologica a quella digitale, dalla sanità alla scuola, dai trasporti alla giustizia: le materie in agenda sono diverse e numerose, Si tratta complessivamente di 358 misure e submisure, di cui 66 riforme e 292 investimenti, Ciascuna di queste ha diverse scadenze da rispettare, a cadenza trimestrale, lungo uno o più anni dal 2021 al 2026,

  • Tutte le misure e le scadenze sono assegnate a un’ organizzazione titolare,
  • Si tratta perlopiù di ministeri e dipartimenti della presidenza del consiglio.
  • Gli enti maggiormente coinvolti in questo senso sono il ministero delle infrastrutture, titolare di 72 misure per un totale di 49,5 miliardi di euro e quello dell’ambiente, responsabile di 41 interventi del valore complessivo di 39,2 miliardi.191,5 miliardi € le risorse del Next generation Eu destinate al Pnrr italiano.

Il nostro paese è il principale beneficiario del fondo. Di questo ammontare, la maggior parte (122,6 milioni di euro) sono prestiti, che il nostro paese dovrà restituire nel tempo all’Ue. Mentre la restante parte (68,9 milioni) sono sovvenzioni, Alle risorse europee si aggiungono inoltre 30,62 miliardi dalle casse dello stato italiano.

Si tratta del fondo complementare, che serve sia a finanziare ulteriormente alcune misure del Pnrr, sia a realizzare nuovi interventi. In particolare 54 dei 292 investimenti economici complessivi. Il quadro normativo europeo che regola la redazione dei Pnrr, la loro attuazione e l’invio di risorse è definito dal regolamento Ue 2021/241,

Alcuni dei principali passaggi di questo documento comprendono:

l’obbligo per i paesi beneficiari di investire almeno il 37% delle risorse ricevute in misure per l’ambiente e il clima e il 20% per la transizione digitale ; il vincolo degli stati con le istituzioni Ue, al completamento di scadenze e misure nei termini previsti, pena la mancata erogazione dei fondi, Un processo di verifica che è in capo alla commissione europea; la possibilità per i paesi di modificare il piano, in qualsiasi momento della sua attuazione, rispettando precise condizioni che saranno valutate sempre dalla commissione.

Oltre al regolamento europeo, lo stato italiano ha adottato una propria governance del Pnrr, Una serie di organi e di norme istituite ad hoc per portare a compimento nei tempi previsti gli interventi in agenda. Il quadro inizialmente introdotto dal governo Draghi con il decreto legge 77/2021 è stato poi integrato dall’esecutivo a guida Meloni.

Qual è il simbolo della resilienza?

La storia dell’ Araba Fenice, simbolo del potere e della resilienza.

Perché è importante la resilienza?

La resilienza è una capacità che ciascuno di noi ha già dentro di sé, ma che può essere riscoperta e allenata. È molto importante poter contare su questa forza interiore perché ti permette di affrontare gli eventi più stressanti o traumatici senza che sentirti schiacciato sotto il peso degli eventi che ti capitano.

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