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Cure Palliative Cosa Sono?

Che cosa si intende per cure palliative?

Cure palliative – Le cure palliative sono l’insieme dei trattamenti rivolti ai malati inguaribili al fine di migliorare la loro qualità della vita, riducendo il livello di sofferenza e dolore. Diversamente dalle altre branche della medicina, la medicina palliativa non è finalizzata a combattere la malattia: la Società Italiana di Cure Palliative (SICP) la definisce una disciplina che “cura anche quando non si può guarire”,

In quest’ambito si inserisce anche la terapia del dolore, che è l’insieme di terapie farmacologiche finalizzate alla soppressione ed al controllo del dolore. L’ Organizzazione Mondiale della Sanità definisce le cure palliative: ” un approccio che migliora la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare le problematiche associate a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza per mezzo di una identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e delle altre problematiche di natura fisica, psicofisica e spirituale.” Più recentemente, l’ International Association for Hospice & Palliative Care (IAHPC) ha definito le cure palliative come: ” la cura olistica attiva della persona di ogni età con sofferenza grave correlata alla sua salute a causa di una malattia grave, soprattutto in prossimità del fine vita.

Obiettivo delle cure palliative è il miglioramento della qualità della vita del paziente, della famiglia e del caregiver”. Secondo questo approccio, la sofferenza è correlata alla salute se associata a una malattia o a un trauma di qualsiasi tipo e si definisce “grave” quando compromette l’equilibrio fisico, sociale, spirituale ed emozionale e non può essere alleviata senza l’intervento medico.

  1. Invece la malattia grave è una condizione che comporta elevato rischio di mortalità, che impatta negativamente sulla qualità di vita e sulle attività quotidiane e/o è gravoso per i caregiver in termini di sintomi, trattamenti e stress.
  2. Negli ultimi anni, infatti, è aumentata la richiesta di assistenza in cure palliative anche per pazienti non oncologici, che allo stesso modo necessitano di una presa in carico globale del malato e della sua famiglia.

Di seguito vi suggeriamo alcuni approfondimenti sul ruolo delle cure palliative nelle più diffuse malattie inguaribili non oncologiche.

Quanto si può vivere con le cure palliative?

Quanto si può vivere con le cure palliative? Accelerano la morte? – Le cure palliative non incidono né positivamente né negativamente sul decorso della malattia, Quindi non guariscono ma neanche accelerano il peggioramento delle condizioni. La loro durata nel tempo, quindi, dipende esclusivamente dal decorso della patologia a prognosi infausta che le ha rese necessarie.

Quando è il momento di iniziare le cure palliative?

Quando possono iniziare? – Le cure palliative possono iniziare in qualsiasi momento durante una malattia, ultimi giorni o addirittura anni, e possono essere fornite insieme a trattamenti curativi, Le cure palliative NON sono limitate alle persone che ricevono cure di fine vita,

Quali sono i farmaci palliativi?

Aifa e Società italiana di cure palliative spiegano che l’impiego di medicinali off-label rappresenta a volte l’unica possibilità terapeutica per il clinico di trattare il proprio paziente in assenza di alternative autorizzate. Ma l’approccio apre il dibattito su uno degli ambiti più delicati della medicina, quello riguardante gli aspetti etici di trattamenti non autorizzati, l’assunzione di responsabilità del medico prescrittore, la necessità di compartecipazione informata dei pazienti.

  1. IL DOCUMENTO PER L’ETA’ ADULTA – IL DOCUMENTO PER L’ETA’ PEDIATRICA,
  2. 22 MAR – Le cure palliative mirano a garantire il controllo dei sintomi e la miglior qualità di vita possibile per i pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più ai trattamenti specifici.

L’Agenzia Italiana del Farmaco e la Società Italiana di Cure Palliative, nell’ambito del tavolo di lavoro dedicato, hanno redatto due documenti che raccolgono le evidenze scientifiche disponibili a supporto dell’impiego off-label dei medicinali più frequentemente utilizzati nell’ambito delle cure palliative, rispettivamente nelle popolazioni pediatrica e adulta.

  1. L’obiettivo è attestare l’uso off-label consolidato di tali farmaci e proporne il loro utilizzo ai sensi della legge 648/96, in assenza di dati derivanti dai relativi studi clinici registrativi.
  2. A oggi, infatti, i trattamenti farmacologici palliativi, pur essendo basati su pratiche consolidate e specifiche linee guida, sono spesso impiegati nella pratica clinica in modo off-label, ovvero in maniera non conforme (per indicazione e/o via di somministrazione, posologia e formulazione) alle indicazioni autorizzate dalle agenzie regolatorie.

Ciò è dovuto principalmente alla complessità di condurre studi randomizzati controllati in popolazioni fragili, quali adulti e bambini, nella fase terminale della vita, che comporta quindi la mancata registrazione di indicazioni in ambito palliativo.

L’impiego di medicinali off-label rappresenta, in taluni casi, l’unica possibilità terapeutica per il clinico di trattare il proprio paziente in assenza di alternative autorizzate. Tuttavia, tale approccio apre il dibattito su uno degli ambiti più delicati della medicina, quello riguardante gli aspetti etici di trattamenti non autorizzati; presenta, inoltre, importanti risvolti clinici e legali, poiché, oltre all’assunzione di responsabilità diretta da parte del medico prescrittore, comporta anche la necessità di compartecipazione informata dei pazienti e dei loro familiari ed effetti sulla rimborsabilità di tali approcci.

I documenti pubblicati contengono una lista di possibili farmaci da impiegare ai sensi della Legge 648/96 : nello specifico si tratta di 10 farmaci impiegati off-label routinariamente nelle cure palliative in età pediatrica e di 8 utilizzati con le stesse finalità nell’adulto.

  • Per ciascun principio attivo individuato è stata formalizzata una scheda in cui è indicata la specifica indicazione di richiesta di autorizzazione nella pratica clinica, il razionale e le evidenze a supporto della richiesta (con l’abstract dei singoli lavori) ed eventuali note aggiuntive.
  • Off label e cure palliative nell’età adulta Il primo documento riguarda i farmaci off label da utilizzare negli adulti.

Nella pratica medica si assiste a una frequente prescrizione di farmaci off-Iabel che sembra coinvolgere soprattutto alcuni gruppi di pazienti, bambini, anziani, persone alla fine della vita, per i quali spesso non vi è una efficace terapia approvata e nei quali, per ragioni legate a riconosciuta fragilità, la proposizione e conduzione di studi clinici, in particolare controllati randomizzati, risulta a tutt’oggi complessa.

Un recente studio canadese ad esempio, rileva una frequenza di prescrizioni off-Iabel dell’11%, per anticonvulsivanti, antipsicotici e antidepressivi. Un’indagine del 2006 condotta negli Stati Uniti dimostra che il 21% delle prescrizioni dei 160 farmaci più comuni risulta essere off-Iabel. Ulteriori studi condotti dal 2005 al 2011 indicano come la prescrizione off-Iabel sia diffusa in tutto il mondo e in vari settori della pratica medica: medicina generale (11%), psichiatria (8%), ostetricia, pediatria (fino al 89%), oncologia (fino al 65%), HIV/AIDS (fino al 40%) e cure palliative (2, 8),

Nel 2009 è stata condotta un’analisi osservazionale in alcuni hospice italiani (66 centri di cure palliative) che ha rilevato una prescrizione di farmaci off-Iabel per indicazione del 4.5% di tutte le prescrizioni terapeutiche effettuate nel 25.2% dei pazienti, mentre l’uso offIabel per via di somministrazione sottocutanea, non indicata in scheda tecnica, interessava l’85.4% di tutte le prescrizioni sottocute (escluse insulina ed eparina).

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Il documento offre un elenco di farmaci utilizzati off-label nelle cure palliative ritenuti essenziali per risolvere, almeno in parte, la difficile situazione di non disporre di medicinali studiati e approvati. Sono stati individuati 8 farmaci che routinariamente, per specifiche indicazioni, nella pratica clinica delle cure palliative, vengono utilizzati off-label, con modalità che differiscono da quelle per cui sono stati autorizzati in termini di indicazione terapeutica, via di somministrazione e formulazione.

I farmaci individuati sono: aloperidolo, butilbromuro di joscina, desametasone, gabapentin, metoclopramide, midazolam, morfina solfato e morfina cloridrato, octreotide. Per poter articolare una proposta di inserimento nella lista dei farmaci erogabili, il lavoro comprende informazioni circa l’evidenza scientifica a supporto dell’uso off-label (dati di letteratura, RCT, uso consolidato nella pratica) e l’utilizzo del principio attivo nell’indicazione off-label in altri Paesi.

È stato inoltre analizzato lo stato dell’arte relativo a precedenti richieste di inserimento nell’elenco dell’Aifa. La lista ha la finalità di indicare i principi attivi, per ciascuna classe ATC, che possano essere utilizzati nell’adulto nell’ambito delle cure palliative, anche se il loro uso non è autorizzato.

Per alcuni di essi si tratta di un utilizzo razionale in quanto supportato dalle evidenze disponibili, anche se non esistono a supporto del loro impiego formali studi registrativi, perché si tratta di molecole vecchie o per difficoltà oggettive nella conduzione di trial clinici in cure palliative.

Per ciascun principio attivo individuato è stata formalizzata una scheda in cui è indicata la specifica indicazione di richiesta di autorizzazione nella pratica clinica, il razionale della richiesta, le evidenze a supporto della richiesta (con l’abstract dei singoli lavori), eventuali note aggiuntive.

In allegato al documento ci sono anche le tabelle riassuntive degli otto farmaci per i quali viene chiesto l’inserimento nell’elenco dei medicinali istituito con la legge 648/96 e per i quali è prevista l’acquisizione del relativo consenso informato.

Off label e cure palliative nell’età pediatrica L’uso di farmaci off-label in età pediatrica, invece, varia dall’11 all’80%, a seconda dei diversi setting clinici: è tra l’11 e il 37% in ambito ambulatoriale, va dal 16 al 62% nei reparti di pediatria generale e supera l’80% nelle terapie intensive pediatriche e neonatologiche.

Il documento offre un elenco di farmaci utilizzati off-label nelle cure palliative pediatriche e nella terapia del dolore e ritenuti essenziali per risolvere, almeno in parte, la scarsa disponibilità di medicinali studiati e approvati in età pediatrica.

Sono stati individuati 10 farmaci che routinariamente, per specifiche indicazioni, nella pratica clinica delle cure palliative sono utilizzati off-label con modalità che differiscono da quelle per cui sono stati autorizzati in termini di età, posologia, indicazione terapeutica, via di somministrazione e formulazione.

I farmaci individuati sono: butilbromuro di joscina, desmedetomidina, fentanile, gabapentin, ketamina, ketorolac, lidocaina, midazolam, ondansetron, scopolamina. La procedura è analoga a quella degli off label per gli adulti e per la proposta di inserimento nella lista dei farmaci erogabili ai sensi della legge 648/96, il lavoro comprende anche in questo caso informazioni circa l’evidenza scientifica a supporto dell’uso off-label (dati di letteratura, RCT, eventuali studi clinici in corso) e l’utilizzo del principio attivo nell’indicazione off-label in altri Stati membri (Inghilterra, con riferimento al Prontuario British National Formulary, BNF for children, edizione 2016-17).22 marzo 2018 © Riproduzione riservata Altri articoli in Scienza e Farmaci

Perché si iniziano le cure palliative?

Si tratta dell’insieme degli interventi terapeutici, diagnostici e assistenziali, rivolti sia alla persona malata sia al suo nucleo familiare, finalizzati alla cura attiva e totale dei pazienti la cui malattia di base, caratterizzata da un’inarrestabile evoluzione e da una prognosi infausta, non risponde più a trattamenti specifici.

  1. Le Cure Palliative si occupano quindi in maniera totale ed attiva delle persone affette da malattie inguaribili, potenzialmente letali e/o croniche progressive la cui conseguenza è la morte.
  2. La loro azione si intensifica quando la persona malata non risponde più ai trattamenti specifici e le terapie risultano inadeguate o inefficaci ai fini della stabilizzazione della malattia.

Non essendo più possibile la remissione della malattia, la guarigione non è più l’obiettivo primario. Le cure palliative quindi hanno come scopo controllare i sintomi della malattia, senza accelerare o differire la morte, rispettando la dignità del malato e i suoi desideri e supportando il suo nucleo familiare nel percorso clinico, assistenziale ed esistenziale in osservanza del principio di autodeterminazione del malato.

Il controllo del dolore, di altri sintomi invalidanti e degli aspetti psicologici, sociali e spirituali è di fondamentale importanza: lo scopo delle cure palliative è il raggiungimento della miglior qualità di vita possibile per i pazienti, per le loro famiglie e per i loro caregiver. Sono costituite da prestazioni professionali di tipo medico, infermieristico, riabilitativo e psicologico, da aiuto infermieristico, assistenza tutelare professionale e sostegno spirituale.

Si rivolgono non solo ai malati oncologici, ma sono garantite per tutti i malati inguaribili

Cosa non dire ad un malato terminale?

Condividi questo articolo – Cure Palliative Cosa Sono 2 Dicembre 2016 • Redazione Qual’è la domanda più comune che si rivolge ad un paziente malato di tumore? Se avete pensato a: “Come stai?”, avete indovinato! Per quanto queste parole possano sembrare piene di comprensione, nella maggior parte dei casi non sono d’aiuto e in qualche caso possono essere persino dannose.

La scoperta di una diagnosi di un tumore provoca le reazioni più disparate nei parenti e negli amici e può innescare affermazioni e commenti inappropriati benché le persone siano animate dalle migliori intenzioni. Altri invece non sapendo cosa dire e per paura di sbagliare evitano i pazienti, un comportamento che in alcuni casi è peggiore del commento sbagliato.

“Loving, Supporting, and Caring for Cancer Patient” di Stan Goldberg, professore emerito di Disordini Comunicativi alla San Francisco State University, ma soprattutto persona che all’età di 57 è stata diagnosticata con una forma aggressiva di tumore alla prostata affronta l’argomento dell’interazione con i malati di tumore.

  • Nella sua esperienza racconta come le persone assumano il ruolo di animatori con frasi del tipo: “Non ti preoccupare”, “Tutto andrà bene”, “Combatteremo insieme questa battaglia”, “Una cura verrà sicuramente trovata”.
  • La sua osservazione a riguardo è; “Parole di ottimismo possono anche funzionare nel breve periodo, ma a lungo andare possono anche indurre un senso di colpa se il tumore diventa più virulento e sconfigge anche gli sforzi più strenui da parte del paziente” “Io dovevo confrontarmi con il problema che la mia vita potesse terminare velocemente, e nel caso questo non succedesse, in ogni caso la mia vita sarebbe drammaticamente cambiata.

Il falso ottimismo non teneva in giusta considerazione quello che accadeva nel mio corpo. La scarsa sensibilità degli altri a questa situazione non era causata da una mancanza di sensibilità e attenzione ma dal fatto che non conoscevano cosa poteva essere realmente utile” Tra i suggerimenti sulle cose da non dire:

Evitare commenti del tipo: “Almeno hai perso quei chili di troppo che avevi”Non parlare di altri pazienti con tumori simili, anche se poi alla fine sono finiti bene. Due tumori, purtroppo, non sono mai egualiNon suggerire trattamenti che non hanno basi scientificheNo dire “lo so come ti senti” perché è impossibile per una persona sana capire quello che il paziente sta passandoNon suggerire che lo stile di vita passato del paziente possa essere la causa della malattia, anche nel caso che possa avere realmente contribuito.Non chiedere informazioni a riguardo della prognosi. Se il paziente vuole parlarne bene, diversamente bisogna mettere un freno alla propria curiositàNon caricare il paziente con i propri sentimenti di angoscia. Se sei è in imbarazzo meglio dire “Non so cosa dire” piuttosto che rimanere in silenzio per evitare che la persona di fronte si senta abbandonata

Uno dei modi migliori in cui possiamo aiutare un paziente è quello di fargli la spesa, accompagnarlo dal dottore, prendersi cura dei bambini, e essere sicuri di poter dar seguito alla proposta fatta. Liberamente tratto da “What not to Say to a Cancer patient”, Jane Brody, New York Times

Come sono gli ultimi giorni di un malato terminale?

A un certo punto, decidere di non sottoporsi a rianimazione cardiopolmonare Trattamento di primo soccorso (RCP, una procedura di emergenza che ripristina la funzionalità cardiaca e polmonare) è un’opzione indicata sostanzialmente per tutti i malati in punto di morte in grado di accettare tale evento. Il paziente terminale, le famiglie e il gruppo di professionisti che presta assistenza dovrebbero inoltre ascoltare e registrare altre importanti decisioni sull’assistenza medica (se ricoverare in ospedale il malato o affidarsi alla ventilazione meccanica).

Spesso, attuare queste decisioni richiede una serie di azioni specifiche (ad esempio, avere i farmaci a casa per essere pronti a gestire i sintomi). Il malato e i familiari devono essere inoltre preparati ai tipici segni fisici indicativi di morte imminente. Lo stato di coscienza può ridursi. Gli arti diventano freddi, talvolta bluastri o chiazzati.

Il respiro può farsi irregolare. Nelle ultime ore, possono subentrare uno stato confusionale e sonnolenza. Le secrezioni faringee o l’inefficienza dei muscoli della gola provocano un respiro rumoroso, definito anche rantolo della morte. Cambiando posizione al malato o ricorrendo a farmaci per asciugare le secrezioni si può ridurre al minimo il rumore.

  • Questo trattamento serve a confortare la famiglia o gli assistenti, perché il respiro agonico compare quando il paziente non può rendersene conto.
  • Il rantolo non provoca dolore al malato.
  • Può continuare per ore e spesso significa che la morte interverrà nell’arco di ore o giorni.
  • Al momento della morte, possono comparire contrazioni muscolari e il torace può sollevarsi come durante la respirazione.
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Dopo l’arresto respiratorio, è possibile che il cuore si contragga ancora per qualche minuto e possono comparire convulsioni di breve durata. In assenza di una malattia contagiosa, potenzialmente pericolosa per gli altri, i familiari possono toccare, accarezzare e sostenere il corpo della persona cara anche dopo la sua morte.

  1. Generalmente, la possibilità di vedere il corpo senza vita della persona cara è di conforto, Gli ultimi momenti della vita di una persona possono avere un effetto a lungo termine sui familiari, sugli amici e sugli assistenti.
  2. Quando possibile, il soggetto deve rimanere in un’area tranquilla, silenziosa e fisicamente confortevole.

I familiari devono essere incoraggiati a mantenere un contatto fisico con la persona, ad esempio tenendole le mani. Se desiderato dal soggetto, i membri familiari, gli amici e il clero devono essere presenti. NOTA: Questa è la Versione per i pazienti. CLICCA QUI CONSULTA LA VERSIONE PER I PROFESSIONISTI CONSULTA LA VERSIONE PER I PROFESSIONISTI Copyright © 2023 Merck & Co., Inc., Rahway, NJ, USA e sue affiliate. Tutti i diritti riservati.

Cosa sente una persona sotto morfina?

Più comunemente, l’utilizzo di morfina può causare l’apparizione di nausea, vomito, stitichezza, vertigini, stordimento, sonnolenza e sudorazione.

Quali sono i tumori più dolorosi?

I tumori a più elevata incidenza di dolore risultano essere le metastasi (prevalentemente ossee) e i sarcomi (80%), quelli a minore incidenza le leucemie ed i linfomi.

Chi ha diritto alle cure palliative?

Chi soffre di un dolore acuto o cronico, o chi sta affrontando una malattia degenerativa e a rapida evoluzione, ha diritto a un percorso di cura adatto a combattere il dolore inutile (terapia del dolore) o a preservare al meglio la qualità della vita fino al suo termine (cure palliative).

Dove vengono erogate le cure palliative?

Le cure palliative si possono effettuare in ospedale, in hospice, a domicilio e in altre strutture residenziali. È la persona malata a scegliere dove vuole essere curata, con il supporto dei medici che l’hanno seguita fino a quel momento.

Chi si occupa delle cure palliative?

Cosa fa un medico palliativista – Il palliativista è il medico specializzato in cure palliative, Ciò significa che si occupa di curare quando non si può più guarire, quindi interviene sul controllo dei sintomi della malattia, avendo come obiettivo una migliore qualità di vita per il paziente e per i suoi cari.

In questo delicato momento dell’esistenza sopraggiunge l’esigenza di ricevere un supporto che lenisca il dolore, inteso non solo come esperienza fisica e clinica, ma come processo esistenziale. ” Prendersi cura significa occuparsi del dolore fisico, ma anche di quello psicologico, sociale e spirituale, perché non moriamo come malati, ma moriamo come esseri umani, come persone ” ci spiega Giada Lonati nel suo intervento.

Luigina Mortari, filosofa e autrice del libro “Filosofia della cura” afferma che ” avere cura significa cercare un ritmo buono per camminare nel tempo insieme “. Esattamente questa è la missione del medico palliativista: diventare terapeuta, nel senso di mettersi al servizio del malato per percorrere insieme quel tratto di strada che per ciascuno di noi è diversa.

” Io sono un medico palliativista “. Così esordisce la dottoressa Lonati, specificando la scelta di usare il verbo “essere” invece del verbo “fare”. E non perché sia convinta che fare il medico sia una scelta vocazionale, ma perché ritiene che accompagnare le persone soprattutto nel tratto finale della loro vita rappresenti un percorso dello spirito, che ha cambiato davvero il suo dna, tanto da rappresentare un tassello importante del suo “essere persona” prima che medico.

Ecco il video integrale dell’intervento:

Quando si inizia con la morfina?

In particolar modo, la morfina viene impiegata per il trattamento del dolore associato a patologie neoplastiche (tumori) e ad infarto del miocardio, e per il trattamento del dolore post-operatorio.

Quanto dura un malato terminale con la morfina?

Quanto dura la Sedazione Palliativa? – La durata della sedazione palliativa dipende sostanzialmente dalle condizioni del paziente e può variare da un caso all’altro. Può essere praticata per un periodo di qualche giorno, fino ad arrivare a settimane o mesi.

Come si vive con un malato terminale in casa?

Le persone che si trovano ad assistere a casa malati in una condizione di totale mancanza di autosufficienza possono, su indicazione dell’equipe, utilizzare un ausilio che prende il nome di sollevatore. Per un corretto utilizzo è necessario l’addestramento da parte di un operatore sanitario o di chi fornisce l’ausilio.

Come stare vicino a una persona che sta per morire?

credits: istock – Tommy entra nella stanza dove è appena spirata la mamma e domanda al dottor Frank: «Può sentirmi?», «Non so se lei può sentirti. Ma tu puoi sentire lei. Che cosa desidererebbe la tua mamma? E tu, come vuoi salutarla?». Tommy si china sul volto e le soffia sopra.

Forse vorrebbe rianimarla con una sorta di “pensiero magico” che hanno solo i bambini. Puoi comincia ad annusarla da capo a piedi. E così che fanno anche i cuccioli di cerbiatto quando muore un genitore. È una delle testimonianze raccolte nel libro I cinque inviti di Frank Ostaseski, il medico californiano che nel 1987 ha fondato a San Francisco lo Zen Hospice Project per accogliere malati terminali di ogni età, provenienza ed estrazione sociale.

Sorge di fronte a un centro di monaci buddisti che vanno e vengono dall’hospice non per indottrinare ma rendersi utili: preparare una zuppa o lavare i panni sporchi. A Frank Ostaseski, in l’Italia per presentare il suo libro, abbiamo rivolto alcune domande per aiutarci a vincere il tabù della morte e capire come comportarci quando siamo chiamati a vivere l’esperienza di accompagnare un proprio caro verso la fine.

  1. Come affrontare il dolore? «Per prima cosa, non rimandare le cose che vuoi dire o fare per il tuo caro.
  2. Non essere indifferente al dolore, non parlare del tempo, della scuola o del lavoro, ma esprimi a voce la gratitudine che provi per il malato.
  3. Molte persone mi hanno riferito: “Mio padre se n’è andato e non l’ho neanche ringraziato per tutto quello che ha fatto per me Non ho avuto tempo né il coraggio.

Rimandavo il commiato parlando d’altro con lui. Poi un giorno sono entrato all’hospice ed era troppo tardi”. Ecco, trovare il coraggio di esprimere il proprio amore, la propria immensa gratitudine. Il coraggio di perdonare e perdonarsi per tutte le cose rimaste in sospeso, per i vecchi contrasti che ora appaiono remoti, per i progetti iniziati e abbandonati, per quello che avreste potuto fare e non avete mai fatto.

  1. Non torturarsi e dire addio ai sensi di colpa e ai rimpianti che non servono a nulla, se non a macerarsi ancora di più».
  2. È importante cercare di distrarsi ? «No, non funziona.
  3. Il mio secondo invito è: accogli tutto, non respingere nulla,
  4. L’ondata di dolore arriva, ti travolge: devi prepararti ad accoglierla.
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Non cercare di schivarla, non distrarti, non opporre resistenza, perché più la respingi più ti soffocherà. Permetti al tuo corpo di farti attraversare dal dolore, per trasformarlo. Scoprirai in te e nella persona che sta per morire delle risorse straordinarie,

Se ascolti il tuo cuore saprai come comportarti». Come alleviare l’angoscia del malato? «Non esistono formule perché ogni malato è un caso a sé e ha esigenze diverse, La cosa migliore è avere un atteggiamento aperto e “non giudicante” (“prendi le gocce”, “fatti alzare il letto”, “guarda un po’ di tv”) in modo da entrare realmente in sintonia con i sentimenti della persona cara, capire che cosa le fa piacere per assecondarla.

Nella mia trentennale esperienza ho fatto di tutto: ho cullato sull’amaca un ragazzo affetto di Aids che non trovava pace perché, scuotendogli un po’ le gambe, ho intuito che il movimento ritmico del cullaggio lo calmava. E ho accompagnato l’agonia di una donna che respirava in modo sincopato, cercando di allungare la pausa tra un’inspirazione e un’espirazione.

Abbiamo respirato insieme, le due teste sul cuscino, mano nella mano, finché non se n’è andata. Alcuni pazienti amano essere toccati e massaggiati, altri no. Alcuni vogliono “sistemare” tutto prima di andarsene, altri vivono già in un mondo trasognato dove i soldi, gli averi, i ruoli sono alle spalle.

Spesso ho chiesto: “Se uscissi un giorno dall’ospedale, che cosa faresti?”. Un ragazzo avrebbe voluto rivedere la spiaggia dove faceva surf. Sono andato, l’ho ripresa e ho proiettato il video sulle pareti. Ma non bisogna forzare le cose. Alcune parenti insistono per far rivivere i ricordi alla persona amata: lo sommergono di fotografie o di cd con le sue canzoni preferite, anche quando ha già trovato la forza di incanalarsi, da sola, verso la via di non ritorno.

  1. Vorremmo riportarla in vita, quando è già scivolata altrove.
  2. Lasciamola andare, non tratteniamola».
  3. Cosa si può fare per stare meglio? «Solo se siamo presenti a noi stessi possiamo offrire a chi sta male la nostra presenza compassionevole,
  4. Oggi siamo travolti dagli impegni e non ci fermiamo mai a pensare: chi sono? Che cosa voglio? Dove sto andando? La parentesi di sospensione tra la vita e la morte è un’ottima occasione per fermarci a riflettere.

Allo Zen Hospice Project offriamo sia al malato che al caregiver la possibilità di meditare insieme a noi: alcuni accettano, altri no. E noi lasciamo la massima libertà». Quale meditazione è più utile? «Se dico Zen nell’immaginario collettivo spunta un muro bianco di fronte al quale sedere a gambe incrociate, nella posizione del fiore di loto.

Ma pochi sanno che cosa significhi. Per questo preferisco parlare di ” meditazione di consapevolezza ” che può essere fatta anche sdraiati, in camera da letto. Ci si sintonizza con il respiro, si ascolta il flusso, si entra in contatto con il nostro corpo, le nostre emozioni, le tensioni che abitano in noi».

Servono le visualizzazioni? «Alcune possono aiutare in questa full immersion dentro noi stessi. Si possono immaginare i pensieri come delle nuvole che scorrono lentamente nel cielo, mentre da sotto appare uno spiraglio di sole. Oppure ci si può vedere seduti su un sasso osservando il tourbillon di pesci e di correnti che sbattono contro gli scogli Non è facile, lo so.

Quali tumori sono contagiosi?

Mito 1 – Il cancro è la malattia della modernità – Dunque un tumore non pu essere trasmesso? No, il cancro non una malattia contagiosa che pu essere passata da un soggetto malato a uno sano. Fra gli esseri umani, almeno. Mentre nel mondo animale esistono altre specie in cui sono stati riportati casi di cancro contagioso: ad esempio tra cani, tra diavoli della tasmania e tra criceti dorati.

  • Inoltre, in una pubblicazione del 2016 sulla prestigiosa rivista Nature, i ricercatori hanno dimostrato come la trasmissione di cellule cancerose possa verificarsi tra specie animali in ambiente marino.
  • Cosa si intende invece per trasmissione genetica o ereditariet? Per trasmissione genetica si intende il trasferimento diretto di un particolare “aspetto” (ad esempio il colore degli occhi o dei capelli) dai genitori ai figli.

Per quanto riguarda i tumori, sappiamo che esistono alcuni geni le cui alterazioni aumentano il rischio di sviluppare un determinato tumore (ad esempio i geni BRCA per le neoplasie della mammella e dell’ovaio). Quella di poter ereditare un tumore una paura diffusa, ma se si guardano i numeri ci si sente rassicurati: solo una quota molto bassa (meno del 2%) di tutti i tumori diagnosticati ogni anno viene inserita nella categoria di quelli che in gergo si chiamano “familiari”.

  1. Perch in alcune famiglie si registrano molti casi di tumore? Questi geni “malati” (alterati) possono essere trasferiti da genitore a figlio e quindi quest’ultimo, se portatore della mutazione, avr maggiori probabilit di sviluppare un tumore.
  2. Questa la ragione per cui, in alcune famiglie, si possono verificare pi casi di cancro.

Bisogna per ricordare che ereditare un gene alterato non corrisponde alla certezza che prima o poi ci si ammaler di cancro, ma comporta soltanto un rischio (consistentemente pi alto rispetto alla popolazione generale) di sviluppare la neoplasia. In questo caso quindi il gene “malato” viene trasmesso solo tra consanguinei, ma in nessun modo esso pu tramesso tra individui non direttamente imparentati tra loro.

Chi ha diritto alle cure palliative?

Chi soffre di un dolore acuto o cronico, o chi sta affrontando una malattia degenerativa e a rapida evoluzione, ha diritto a un percorso di cura adatto a combattere il dolore inutile (terapia del dolore) o a preservare al meglio la qualità della vita fino al suo termine (cure palliative).

Come si vive con un malato terminale in casa?

Le persone che si trovano ad assistere a casa malati in una condizione di totale mancanza di autosufficienza possono, su indicazione dell’equipe, utilizzare un ausilio che prende il nome di sollevatore. Per un corretto utilizzo è necessario l’addestramento da parte di un operatore sanitario o di chi fornisce l’ausilio.

Chi si occupa delle cure palliative?

Cosa fa un medico palliativista – Il palliativista è il medico specializzato in cure palliative, Ciò significa che si occupa di curare quando non si può più guarire, quindi interviene sul controllo dei sintomi della malattia, avendo come obiettivo una migliore qualità di vita per il paziente e per i suoi cari.

In questo delicato momento dell’esistenza sopraggiunge l’esigenza di ricevere un supporto che lenisca il dolore, inteso non solo come esperienza fisica e clinica, ma come processo esistenziale. ” Prendersi cura significa occuparsi del dolore fisico, ma anche di quello psicologico, sociale e spirituale, perché non moriamo come malati, ma moriamo come esseri umani, come persone ” ci spiega Giada Lonati nel suo intervento.

Luigina Mortari, filosofa e autrice del libro “Filosofia della cura” afferma che ” avere cura significa cercare un ritmo buono per camminare nel tempo insieme “. Esattamente questa è la missione del medico palliativista: diventare terapeuta, nel senso di mettersi al servizio del malato per percorrere insieme quel tratto di strada che per ciascuno di noi è diversa.

Io sono un medico palliativista “. Così esordisce la dottoressa Lonati, specificando la scelta di usare il verbo “essere” invece del verbo “fare”. E non perché sia convinta che fare il medico sia una scelta vocazionale, ma perché ritiene che accompagnare le persone soprattutto nel tratto finale della loro vita rappresenti un percorso dello spirito, che ha cambiato davvero il suo dna, tanto da rappresentare un tassello importante del suo “essere persona” prima che medico.

Ecco il video integrale dell’intervento:

Quali sono i principali problemi presenti in cure palliative in Italia?

Problemi fisici, inclusi dolore e altri sintomi debilitanti, disagio psicologico, disagio spirituale e bisogni sociali ()

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