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Olanzapina A Cosa Serve?

Che effetto fa l olanzapina?

Olanzapina – Cos’è, come e quando si assume – I rischi L’ Olanzapina è un principio che agisce provocando un’ alterazione dell’attività di molecole naturalmente presenti nel cervello, in quanto appartiene alla classe degli antipsicotici atipici,

Chi prende olanzapina?

Olanzapina è indicata per il trattamento dell’episodio di mania da moderato a grave. Nei pazienti in cui l’episodio maniacale ha risposto al trattamento con olanzapina, l’olanzapina è indicata per la prevenzione dei nuovi episodi di malattia in pazienti con disturbo bipolare (vedere paragrafo 5.1).

Quando inizia a fare effetto olanzapina?

Olanzapina: utilizzazione clinica in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (S.P.D.C.) Key words : Olanzapine • S.P.D.C. • Schizophrenia • Mood Disorders Correspondence: Dr.P. Brogna, via Cassia 515, 00189 Roma, Italy – Tel. e Fax +39 06 3350367 – 348 9353223, E-mail: Nel corso degli ultimi anni la disponibilità di diversi nuovi antipsicotici, ci ha permesso di affinare il nostro approccio al trattamento delle patologie psicotiche ed in modo particolare della schizofrenia. Tra gli antipsicotici di nuova generazione l’olanzapina ha suscitato un particolare interesse, in quanto promette un più ampio campo di efficacia rispetto ai neurolettici convenzionali, con una bassa incidenza di effetti collaterali extrapiramidali, e minimi effetti sulla prolattina. L’olanzapina, infatti, rispetto ai neurolettici convenzionali ha un maggiore antagonismo per i recettori della serotonina (5-HT2A), che non per quelli della dopamina (D2). Gli studi multicentrici hanno evidenziato una buona efficacia di questo farmaco con bassi effetti collaterali in rapporto con altri antipsicotici convenzionali e non (1)-(3), ma la realtà clinica è, spesso, diversa e peculiare rispetto al rigido contesto sperimentale, e questo ci ha spinto a verificare le possibilità di utilizzazione dell’olanzapina in un contesto particolare come il Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura. Alcune posizioni, probabilmente pregiudiziali, considerano questo farmaco poco utilizzabile in tale contesto clinico per la sua limitata attività sedativa ed atarassica, il che renderebbe difficile la gestione dei pazienti gravi e spesso agitati che si ricoverano in S.P.D.C. Con l’obiettivo di individuare i problemi e verificare la possibilità di utilizzazione dell’olanzapina in questo contesto, abbiamo attuato una rilevazione in aperto dei trattamenti effettuati sia in pazienti con schizofrenia, sia in pazienti con disturbi affettivi, in quest’ultimo caso per valutare l’impiego dell’olanzapina in patologie diverse dalla schizofrenia. Gli obiettivi dell’osservazione erano di verificare l’efficacia e la tollerabilità dell’olanzapina, e, soprattutto, specificare le modalità del suo utilizzo e gli eventuali aspetti problematici del trattamento. Olanzapina nella schizofrenia Considerando i possibili punti problematici del trattamento con olanzapina in pazienti schizofrenici in SPDC, abbiamo anzitutto la mancanza di compliance al trattamento. Questo problema potrà essere affrontato adeguatamente quando sarà disponibile la formulazione intramuscolare di tale farmaco, che promette, anche, di ridurre i problemi di gestione dell’agitazione. Altri aspetti significativi che abbiamo indagato in questo studio sono: le indicazioni per la scelta dell’olanzapina, la sua efficacia ed efficienza in pazienti gravi il cui ricovero è spesso di durata limitata visto il pressante turn-over dei servizi di Diagnosi e Cura, l’azione di tale farmaco sui sintomi positivi e negativi, il problema del controllo dei sintomi di agitazione, disforia ed aggressività e le relative soluzioni. Strettamente connessi con l’azione del farmaco abbiamo, inoltre, i problemi in rapporto al tempo di latenza della risposta clinica, e quelli legati allo switch da un trattamento con un diverso antipsicotico a quello con olanzapina; infine, abbiamo il problema delle politerapie che nei pazienti ricoverati in SPDC per varie ragioni è quasi la regola, pur sapendo che sarebbe più corretto un approccio condotto in monoterapia, o, almeno, con un solo antipsicotico. Soggetti e Metodo Abbiamo trattato con olanzapina 30 pazienti con schizofrenia diagnosticati secondo i criteri del DSM IV. Di essi 17 erano uomini e 13 donne, l’età media era di 40 anni (d.s.10,52). Divisi sulla base della diagnosi sono stati considerati: 10 pazienti con schizofrenia paranoide, 8 con schizofrenia indifferenziata, 6 con schizofrenia disorganizzata, 2 con schizofrenia residua, 2 con disturbo schizofreniforme, 1 con delirio cronico ed 1 con disturbo schizoaffettivo. Fra i 30 pazienti trattati abbiamo avuto un solo drop-out per mancanza di compliance al trattamento, mentre i restanti 29 pazienti hanno completato almeno due settimane di terapia, e di essi 16 hanno completato 4 settimane di trattamento. L’olanzapina è stata somministrata a dosaggio variabile tra 10 e 30 mg, e ad essa sono stati associati altri farmaci psicotropi che nei vari casi erano ritenuti necessari per il controllo dei sintomi presenti quali: la disforia, l’agitazione, i disturbi dell’umore, l’insonnia; vedremo più avanti in dettaglio le terapie associate all’olanzapina e le ragioni che hanno portato al loro utilizzo. Ai pazienti trattati con olanzapina sono state somministrate all’ammissione e, quindi, alla 1, 2a e 4a settimana di trattamento la CGI (Clinical Global Impression), la BPRS (Brief Psychiatric Rating Scales), la SAPS e la SANS (Positive and Negative Syndrome Scales), inoltre sono stati rilevati gli effetti collaterali extrapiramidali con la scala di Simpson ed Angus, e con la AIMS (Abnormal Involuntary Movement Scale), mentre gli effetti collaterali di altro tipo, emergenti nel corso del trattamento, sono stati rilevati utilizzando la DOTES. I punteggi delle diverse scale utilizzate sono stati sottoposti ad indagini statistiche quali il t di Student per osservazioni appaiate, per valutare la significatività dei cambiamenti verificatisi nel corso del trattamento. Prima di illustrare i risultati e le osservazioni di questa rilevazione, può esser utile riportare le terapie antipsicotiche che venivano somministrate prima di iniziare la terapia con olanzapina: in 14 casi era l’aloperidolo, in 7 il risperidone, in 2 la clozapina, in 2 altri neurolettici convenzionali, mentre in 5 casi i pazienti non assumevano alcuna terapia antipsicotica. Una prima osservazione è che l’aloperidolo rimane ancora oggi il farmaco più largamente utilizzato nel trattamento della schizofrenia, nonostante gli svantaggi che può comportare, su questo aspetto sarebbe utile approfondire la riflessione per capire le ragioni di questo orientamento. Per quanto riguarda, invece i motivi della scelta della terapia con olanzapina, in 12 casi essa era determinata dalla presenza di effetti collaterali, in genere extrapiramidali, con il trattamento precedente, mentre in 10 casi era dettata dalla inefficacia della terapia in atto, ed in 8 casi è stata una scelta autonoma del medico. Risultati I risultati relativi all’efficacia della terapia con Olanzapina ed all’andamento degli effetti collaterali extrapiramidali e non, li troviamo esposti nelle Tabelle successive. Per quanto riguarda la variazione dei punteggi della CGI da una media di circa 5 (4,83) all’ammissione, ritroviamo una media di circa 3 (3,13) dopo la 4a settimana di trattamento, che corrisponde ad un grande miglioramento della sintomatologia clinica. I punteggi della BPRS evidenziano dall’ammissione (media 61,76 d.s.7,48) una riduzione altamente significativa dopo 4 settimane (media 37,63 d.s.9,65; p >,001), ma il miglioramento dei punteggi era già altamente significativo dopo la seconda settimana di trattamento (media 44,76 d.s.10,34, p >,001) (). Quindi, per quanto sia relativo il valore di questi risultati trattandosi di una rilevazione in aperto, possiamo osservare che il trattamento effettuato si è rivelato efficace sin dalla prima settimana di terapia, anche se dobbiamo sottolineare che il nucleo dei sintomi più tipicamente psicotici migliora un po’ più lentamente e la precoce riduzione dei punteggi è da attribuire alla riduzione di altri sintomi iniziali (agitazione, ansia, disforia, disturbi comportamentali etc.) non riferibili solo al trattamento in corso con olanzapina, ma anche alle terapie associate. Per quanto riguarda la variazione nel tempo dei punteggi della scala per i Sintomi Positivi (SAPS) questi ricalcano l’andamento dei punteggi della BPRS, si nota, infatti, dall’ammissione (media 41,41 d.s.15,58) una riduzione altamente significativa dopo la 4a settimana (media 22 d.s.15,41, p >,001), ma la riduzione dei punteggi è già notevole dopo la 2a settimana (media 25,21 d.s.17,09, p >,001). Un andamento lievemente diverso hanno i punteggi relativi ai Sintomi Negativi (SANS) che dall’ammissione (media 58,07 d.s.20,22), si riducono in modo significativo, ma in misura minore rispetto alla BPRS e SAPS, alla 2a (media 51,17 d.s.17,03, p >,01) ed alla 4a settimana di trattamento (media 47,63 d.s.17,82 p >,01). Quindi, mentre l’azione della terapia con olanzapina è più rapida ed efficace sui sintomi positivi, su quelli negativi essa è meno intensa e si manifesta con più gradualità, ed, inoltre, riteniamo che, almeno in questa fase iniziale, sia in gran parte ascrivibile al miglioramento dei sintomi negativi secondari. I risultati relativi ai punteggi SAPS e SANS sono riportati nella, Se, invece, consideriamo il miglioramento sulla base delle percentuali di riduzione dei punteggi della BPRS, che può darci un’idea più precisa sul numero di pazienti in cui il trattamento è risultato efficace o meno, vediamo che in 8 pazienti abbiamo registrato una riduzione dei punteggi (dall’ammissione alla 4 settimana) tra il 50-70% e possiamo parlare per questi pazienti di una efficacia completa, mentre una efficacia parziale con una riduzione dei punteggi tra il 25-50% si è avuta in 17 pazienti, ed una inefficacia del trattamento con una riduzione dei punteggi inferiore al 25% si è verificata in 4 pazienti, che possiamo considerare come non-responders. Per quanto riguarda gli effetti collaterali extrapiramidali nella sono riportate le variazione dei punteggi registrati con le scale SAS ed AIMS. Quello che possiamo osservare è che i punteggi medi relativi ai sintomi extrapiramidali si riducono dall’ammissione (media 2,72 d.s.4,27) alla 4a settimana (media 0,63 d.s.1,02), in altre parole il passaggio dalle terapie precedenti ad olanzapina ha comportato una progressiva riduzione degli effetti collaterali extrapiramidali presenti in alcuni pazienti, che, spesso, costituivano uno dei motivi della scelta della terapia con olanzapina. Invece, i punteggi relativi ai movimenti involontari patologici, che in gran parte sono riferibili alla presenza di sintomi di discinesia tardiva, non subivano variazioni significative durante il periodo di trattamento con olanzapina. Per quanto riguarda, infine, gli effetti collaterali di altro tipo registrati durante il periodo di trattamento, questi sono stati piuttosto limitati, ed abbiamo rilevato: in 5 pazienti sedazione-sonnolenza, in 2 pazienti tremori e scialorrea, in un solo paziente acatisia, ed in uno aumento di peso. Va sottolineato che tali effetti collaterali erano registrati quando venivano spontaneamente riportati dal paziente o erano evidenti nell’esame clinico. Discussione Riassumendo brevemente i risultati del trattamento con olanzapina nei pazienti schizofrenici, essa ha evidenziato buona efficacia sui sintomi positivi, sui quali presenta una latenza d’azione in media di 10-15 giorni. Ha, inoltre, efficacia significativa anche sui sintomi negativi anche se su questi l’intensità dell’effetto è minore e l’azione più lenta; pensiamo, peraltro, che almeno per quanto attiene ai pazienti che abbiamo osservato in SPDC, l’efficacia sui sintomi negativi sia in gran parte riconducibile all’azione sui sintomi negativi secondari, tale asserzione è supportata anche dal fatto che durante il periodo di osservazione vi è stata una riduzione dei sintomi extrapiramidali attribuibili alle terapie precedenti. Per quanto riguarda la tollerabilità, essa è molto buona, sia riguardo gli effetti collaterali extrapiramidali, sia sugli altri effetti indesiderati, di cui il più comune è la sedazione che abbiamo, comunque, rilevato in pochi casi che assumevano un dosaggio più alto, o che erano particolarmente sensibili all’azione del farmaco. Per quanto riguarda i dosaggi che abbiamo utilizzato la dose media è stata di 20 mg/die, ma in 7 casi è stato utile aumentare il dosaggio sino a 30 mg/die, mentre in 3 casi abbiamo utilizzato una dose di 10 mg/die; l’uso di dosi tendenzialmente più alte è legato al particolare contesto dell’SPDC dove spesso è necessario ottenere un iniziale maggiore controllo della sintomatologia acuta in atto. Spesso, nelle prime due-tre settimane di terapia per migliorare il controllo dei sintomi di agitazione, aggressività e disforia è stato necessario associare altri farmaci all’olanzapina. Infatti, 21 pazienti hanno assunto anche un secondo neurolettico, in genere di tipo sedativo, ed in 2 casi sono stati somministrati due neurolettici oltre l’olanzapina; inoltre in 6 pazienti il secondo neurolettico era associato anche ad uno stabilizzatore dell’umore, mentre 7 pazienti hanno assunto assieme ad olanzapina uno o 2 stabilizzatori dell’umore. Riteniamo che i pazienti ricoverati in SPDC, per le caratteristiche dell’acuzie, richiedano spesso nelle fasi iniziali del trattamento l’associazione di neurolettici sedativi e/o stabilizzatori dell’umore, per un migliore controllo dei diversi aspetti sintomatici durante il periodo di latenza dell’azione antipsicotica dell’olanzapina. Nella sono riportati in dettaglio i farmaci associati al trattamento con olanzapina ed il dosaggio medio a cui sono stati somministrati. Un diverso problema, che si è presentato con una certa frequenza durante il trattamento, è quello relativo allo switch da un diverso neurolettico ad olanzapina. Infatti, l’esperienza precedente ci aveva permesso di osservare che se viene attuata la sospensione del neurolettico in corso in contemporanea all’inizio della somministrazione del nuovo neurolettico (“Stop the old / Strat the new”), questo può comportare un iniziale peggioramento sintomatico venendo a mancare l’azione del vecchio farmaco, mentre ancora ci troviamo nel periodo della latenza clinica di risposta al nuovo antipsicotico. Per limitare tale problema lo switch può essere condotto con due diverse modalità, o quella della “Titolazione Crociata” (“Cross-Titration”) in cui si inizia il nuovo farmaco e si sospende gradualmente il vecchio, o quella della “Overlap and Taper” in cui si inizia il nuovo farmaco in sovrapposizione al vecchio e dopo un tempo definito si inizia a ridurre il vecchio. Nella nostra pratica clinica abbiamo scelto di procedere con la metodica della “Cross-Titration”, ed in 7 pazienti con aloperidolo a dosaggio iniziale di 4-6 mg/die questo è stato ridotto gradualmente nel corso di due settimane e, quindi, sospeso; in 4 pazienti con risperidone con dose iniziale di 3-6 mg/die, iniziata l’olanzapina questo è stato ridotto gradualmente, e poi sospeso nell’arco di due-tre settimane. Volendo riassumere alcuni dei punti più significativi della gestione della terapia con olanzapina in SPDC nei pazienti schizofrenici, dobbiamo, anzitutto, tenere presente che l’olanzapina ha una latenza di azione che può andare da 1 a 3 settimane, ed è inutile cambiare il farmaco prima di questi tempi, considerandolo, spesso erroneamente, inefficace. Nel caso in cui vogliamo modificare il trattamento precedente ed iniziare l’olanzapina è necessario attuare uno switch con il metodo della cross-titration, per evitare precoci riacutizzazioni dopo la sospensione del vecchio antipsicotico e prima che il nuovo abbia iniziato ad agire. Dato il tempo di latenza e la limitata azione sedativa dell’olanzapina, nelle prime due-tre settimane di terapia per controllare i sintomi di agitazione e disforia ed i relativi disturbi comportamentali è necessario associare ad olanzapina un neurolettico sedativo e/o uno stabilizzatore dell’umore e/o una benzodiazepina, le dosi o l’opportunità di usare uno o più di questi farmaci insieme dipendono dall’intensità e gravità dei sintomi.

Tali politerapie, di frequente uso in SPDC, se attuate con attenzione monitorando frequentemente il paziente e controllando i possibili effetti di interazione, si sono rivelate utili e ben tollerate dai pazienti, comunque, è necessario seguire con attenzione i possibili effetti collaterali emergenti.Per quanto riguarda il dosaggio giornaliero dell’olanzapina, mediamente è stato di 20 mg ma in qualche caso può essere aumentato sino a 30 mg, almeno durante questa fase iniziale del trattamento; infatti, a lungo termine dosi elevate comportano un’incidenza maggiore di effetti collaterali, e non è detto che abbiano una efficacia maggiore.Se sono presenti sintomi depressivi in particolare dopo la prima fase di trattamento (depressione post-psicotica) è possibile associare un SSRI, in particolare in 5 dei nostri pazienti è stato associato il citalopram, senza particolari problemi o effetti indesiderati.In conclusione, contrariamente ad alcune ipotesi iniziali, l’olanzapina si è rivelato un farmaco utilizzabile in SPDC al pari degli altri neurolettici convenzionali e non, evidenziando buona efficacia e tollerabilità, quando necessario è possibile utilizzare nella fase iniziale del trattamento terapia associate, per controllare più adeguatamente i sintomi di agitazione, più frequenti nei pazienti acuti ricoverati in SPDC. Olanzapina nei disturbi dell’umore

I risultati della ricerca e l’esperienza clinica ci hanno spinto ad allargare la possibilità di utilizzazione dell’olanzapina oltre l’indicazione principale relativa al trattamento della schizofrenia. Lo spettro d’azione recettoriale di questo farmaco, infatti, oltre ad una azione antagonista sui recettori D1 e D4, manifesta un’azione antagonista sui recettori 5-HT 2, 3, 6, ed in particolare l’azione antagonista sui recettori 5-HT 2A, simile a quella esplicata dal nefazodone, potrebbe spiegare l’attività antidepressiva dell’olanzapina.

Tale azione era già stata rilevata in pazienti schizofrenici (1), ed in uno studio successivo è stata non soltanto confermata, ma si è visto che il miglioramento dei sintomi del cluster depressivo durante il trattamento della fase acuta psicotica ottenuto con olanzapina predice una prognosi migliore a lungo termine, in relazione alle possibilità di ricaduta (4).

Inoltre, in un lavoro molto recente di Shelton (2001) (5), l’olanzapina associata alla fluoxetina si è dimostrata efficace nel trattamento della depressione resistente, confermando di possedere un’attività di tipo antidepressivo. Inoltre, recenti ricerche hanno messo in evidenza che l’olanzapina è significativamente più efficace del placebo (6), e comparabile al Litio (7) nel trattamento della fase maniacale acuta del disturbo bipolare.

La possibilità di una valida utilizzazione dell’olanzapina nei disturbi affettivi è amplificata dal favorevole profilo di effetti collaterali di tale farmaco. La minore incidenza di effetti collaterali extrapiramidali rispetto ad altri neurolettici convenzionali e non, la limitata azione sulla prolattina che può presentare una transitoria iniziale elevazione, oltre ad una incidenza molto bassa di disturbi della sfera sessuale (2) rende l’olanzapina un farmaco ben tollerato e maneggevole, che, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, può essere utilizzata anche in associazione con altri farmaci, come spesso è necessario nel trattamento dei disturbi dell’umore.

Partendo dai presupposti sperimentali e clinici esposti in precedenza, abbiamo utilizzato in SPDC l’olanzapina in varie tipologie di disturbo dell’umore. Abbiamo trattato 8 pazienti, di cui 4 unipolari, 3 bipolari, 1 schizoaffettivo, che presentavano un quadro di depressione psicotica associando olanzapina agli antidepressivi che erano in 4 casi citalopram, in 2 casi clomipramina ed in 2 fluoxetina.

  • In questa patologia il dosaggio medio di olanzapina utilizzato era più basso, e sono stati sufficienti 5 mg/die in monosomministrazione serale.
  • Il vantaggio dell’associazione con olanzapina è stato quello di determinare un rapido miglioramento (in 1-2 settimane) dei sintomi psicotici sia congrui che incongrui all’umore, senza comportare una accentuazione dei sintomi depressivi come capita frequentemente associando neurolettici convenzionali, che determinano, spesso, in questi pazienti fastidiosi effetti collaterali extrapiramidali che poi persistono dopo la sospensione del neurolettico.

Per quanto riguarda la risposta antidepressiva, questa è stata buona in 7 degli 8 casi in osservazione, e l’impressione clinica è che l’olanzapina determini un più rapido miglioramento soggettivo della sintomatologia depressiva (forse non soltanto per un effetto sulla componente psicotica), anche se i tempi della completa risposta clinica non sembra siano effettivamente più brevi (almeno 4 settimane).

Per quanto riguarda gli effetti collaterali registrati, in due casi si è verificato aumento di peso, in un caso acatisia che ha comportato la decisione di sospendere l’olanzapina in tempi più rapidi, ed in un caso sedazione. La durata della terapia con olanzapina è stata mediamente di 1-2 mesi, mentre ovviamente il trattamento antidepressivo è stato protratto per tempi più lunghi.

Nel complesso l’associazione dell’olanzapina a bassi dosaggi nella depressione psicotica ci sembra molto utile e praticabile in quei casi di depressione severa con sintomi deliranti, in cui permette di ottenere buoni risultati clinici, senza aggravare gli effetti collaterali.

Un’altra possibilità di utilizzazione dell’olanzapina è negli stati misti, quadri non frequenti ma spesso di difficile gestione, in cui gli antidepressivi non raramente comportano un peggioramento dei sintomi maniacali e della disforia, mentre i neurolettici convenzionali permettono un certo controllo del quadro ma con un frequente peggioramento della sintomatologia depressiva, in queste situazioni l’olanzapina, per la peculiarità della sua azione, può trovare una applicazione preferenziale.

Abbiamo trattato due casi, in cui l’olanzapina a dosaggio variabile tra 10 e 20 mg/die è stata associata ai normotimizzanti, in particolare nel primo caso a valproato alla dose di 600 mg/die, e nel secondo a litio 900 mg/die e carbamazepina 600 mg/die.

  • La dose dell’olanzapina deve essere più alta in ragione della maggiore intensità o prevalenza della sintomatologia psicotica e dell’eccitamento.
  • I risultati del trattamento sono stati in questi casi buoni, con un miglioramento dei sintomi psicotici, senza accentuare la sintomatologia depressiva, tanto che non è stato necessario associare antidepressivi come spesso capita quando vengono utilizzati neurolettici convenzionali, con il rischio di un aumento dell’eccitamento.

La tolleranza è stata buona, senza particolari effetti extrapiramidali, pur utilizzando un dosaggio più elevato. In questo caso la durata del trattamento con olanzapina deve essere più protratto nel tempo, cioè sino alla scomparsa ed alla completa stabilizzazione del quadro, che, spesso, ha un andamento più protratto nel tempo con una quota maggiore di sintomi residui e frequenti oscillazioni dell’umore.

Infine, recentemente l’olanzapina ha trovato un’applicazione nel trattamento della mania, abbiamo già citato il lavoro di Tohen (6) in cui l’olanzapina nella mania ha mostrato un efficacia significativamente superiore al placebo ed al valproato sulla riduzione dei punteggi della scala YMRS, mostrando anche un’efficacia superiore all’aloperidolo nella percentuale di remissioni a 6 settimane.

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In particolare l’olanzapina era superiore a valproato ed aloperidolo nel trattamento della mania in pazienti non psicotici. Altro potenziale vantaggio mostrato nella ricerca è la minore frequenza di viraggi in depressione in uscita dalla fase maniacale.

  1. Abbiamo provato l’olanzapina in un caso di eccitamento maniacale in cui la paziente era una donna di 42 anni con frequenti episodi depressivi in anamnesi.
  2. L’olanzapina stata data sino alla dose di 30 mg/die nella fase più acuta, associata al valproato al dosaggio di 1200 mg/die ed a 60 mg di promazina la sera per controllare l’insonnia.

Abbiamo osservato un miglioramento significativo della disforia e dei deliroidi congrui ed incongrui all’umore nelle prime due settimane di terapia; mentre, l’eccitamento è migliorato più gradualmente nell’arco di 4-5 settimane. Il ruolo dell’olanzapina nel trattamento della mania necessita di ulteriori conferme, in particolare ci domandiamo se possa essere utilizzata con efficacia in tutti i casi di eccitamento o soltanto in quelli meno gravi e senza sintomi psicotici, anche se recentemente l’utilizzazione dell’olanzapina nella formulazione intramuscolare ha permesso di ottenere buoni risultati anche in pazienti più gravi ed agitati (8).

Conclusioni Volendo tracciare delle brevi conclusioni di questo lavoro, possiamo dire, anzitutto che l’olanzapina, contrariamente a quanto spesso ritenuto, a dosi adeguate può essere utilizzata senza problemi ed efficacemente in SPDC nei pazienti schizofrenici acuti o riacutizzati. È ovvio che un limite alla sua utilizzazione è la mancanza di compliance del paziente che potrà essere superata soltanto quando avremo disponibile la formulazione iniettiva.

L’olanzapina si è dimostrata efficace e maneggevole, ed è stata utilizzata con buoni risultati anche in diversi quadri di disturbi dell’umore, dove può trovare una sua specificità di utilizzazione. Tab.I, Olanzapina nella Schizofrenia: variazione dei punteggi CGI e BPRS.

BPRS CGI
Media D.S. Valore p Media D.S.
Ammissione 61,76 7,48 4,83 1
1a Settimana 51,24 9,57 >,001 4,17 0,93
2a Settimana 44,66 10,34 >,001 3,69 0,81
4a Settimana 37,63 9,65 >,001 3,13 0,72

Tab. II, Olanzapina nella Schizofrenia: variazione dei punteggi scale SAPS e SANS. Olanzapine in Schizophrenia: changes in SAPS and SANS scores.

SAPS SANS
Media D.S. Valore p Media D.S. Valore p
Ammissione 41,41 15,58 58,07 20,22
1a Settimana 31,90 17,41 >.001 54,07 18,30 ns
2a Settimana 25,21 17,09 >.001 51,17 17,03 >,01
4a Settimana 22,00 15,41 >.001 47,63 17,82 >,01

Tab. III, Olanzapina nella Schizofrenia: variazione dei punteggi scale EPRS ed AIMS. Olanzapine in Schizophrenia: changes in EPRS and AIMS scores.

SAS AIMS
Media D.S. Media D.S.
Ammissione 2,72 4,27 1,69 4,45
1a Settimana 1,31 2,49 1,28 3,48
2a Settimana 1,00 1,85 1,21 2,91
4a Settimana 0,63 1,02 1,62 3,72

Tab. IV, Terapie associate ad olanzapina. Treatments combined with olanzapine.

Neurolettici Sedativi
Promazina 7 pazienti dosaggio tra 100-500 mg/die
Clorpromazina 4 pazienti dosaggio tra 100-300 mg/die
Prometazina 3 pazienti dosaggio tra 25-50 mg/die
Stabilizzatori dellUmore
Carbamazepina 8 pazienti dosaggio tra 400-1000 mg/die
Valproato 4 pazienti dosaggio tra 600-1500 mg/die
Litio 2 pazienti dosaggio tra 600-1200 mg/die
Benzodiazepine
Clonazepam 15 pazienti dosaggio tra 2-10 mg/die
Diazepam 3 pazienti dosaggio tra 4-15 mg/die
Lorazepam 1 paziente Dosaggio 7,5 mg/die

1 Tollefson GD, Beasley CM, Tran PV, Street JS, Krueger JA, Tamura RN, et al. Olanzapine versus Haloperidol in the treatment of schizophrenia and schizoaffective and schizophreniform disorders: results of an international collaborative trial. Am J Psychiatry 1997;154:457-65.2 Tran PV, Hamilton SH, Kuntz AJ, Potvin JH, Andersen SW, Beasley C, et al.

Double-Blind comparison of olanzapine versus risperidone in the treatment of schizophrenia and other psychotic disorders. J Clin Psychopharmacol 1997;17:407-18.3 Beasley CM Jr, Hamilton SH, Crawford AM, Dellva MA, Tollefson GD, Tran PV, et al. Olanzapine versus haloperidol: acute phase results of the international doubleblind olanzapine trial.

Eur Neuropsychopharmacol 1997;7:125-37.4 Tollefson GD, Andersen SW, Tran PV. The courseof depressive symptoms in predicting relapse in schizophrenia: a double-blind, randomized comparison of olanzapine and risperidone. Biol Psychiatry 1999;46:365-73.5 Shelton RC, Tollefson GD, Tohen M, Stahl S, Gannon KS, Jacobs TG, et al.

A novel augmentation strategyfor treating resistant major depression. Am J Psychiatry 2001;158:131-4.6 Tohen M, Jacobs TG, Grundy SL, McElroy SL, Banov MC, Janicak PG, et al. Efficacy of olanzapine in acute bipolar mania: a double-blind, placebo-controlled Study. Arch Gen Psychiatry 2000;57:841-9.7 Berk M, Ichim L, Brook S.

Olanzapine compared to lithium in mania: a double-blind randomized controlled trial. Int Clin Psychopharmacol 1999;14:339-43.8 Breier A. Intramuscolar olanzapine safe and effective for bipolar mania. J Clin Psychopharmacol 2001;21:389-97. : Olanzapina: utilizzazione clinica in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (S.P.D.C.)

Cosa succede se si interrompe l olanzapina?

Se interrompe improvvisamente l’assunzione di Olanzapina Zentiva, possono manifestarsi sintomi come sudorazione, incapacità a dormire, tremore, ansia o nausea e vomito. Il medico può consigliarle di ridurre gradualmente la dose prima di interrompere il trattamento.

Quanta olanzapina si può prendere al giorno?

Il medico le dirà quante compresse di Olanzapina Sandoz deve assumere e per quanto tempo deve continuare il trattamento. La dose giornaliera di Olanzapina Sandoz varia da 5 mg a 20 mg al giorno.

Come non ingrassare con l olanzapina?

Negli ultimi 20 anni il mondo degli antipsicotici è stato rivoluzionato dalla scoperta dei cosiddetti antipsicotici di seconda generazione (o ‘antipsicotici atipici’), che si sono imposti all’attenzione degli psichiatri, e quindi dei pazienti, per una serie di caratteristiche cliniche e meccanismi d’azione differenti da quelli di prima generazione, che li hanno fatto a lungo ritenere farmaci in grado di modificare sensibilmente in positivo la qualità della vita dei pazienti. In realtà quella degli antipsicotici di seconda generazione è una classe di farmaci eterogenea, sia da un punto di vista clinico che di farmacodinamica, che condividono la caratteristica distintiva della mancanza (o comunque scarsa incidenza) di effetti collaterali di tipo extra-piramidale. Questi farmaci determinano sicuramente una minore incidenza di quella sintomatologia parkinsoniana che per anni ha rappresentato l’immagine stereotipata del paziente psichiatrico in trattamento: il corpo leggermente flesso in avanti con la testa reclinata sul collo, rigidità diffusa, andatura a piccoli passi, mani tremolanti. Gli antipsicotici di seconda generazione si sono dimostrati, chi più chi meno, in grado di evitare questi tipi di effetti collaterali, e in questo senso hanno consentito di portare avanti un trattamento farmacologico per le psicosi, senza determinare effetti invalidanti di tipo neurologico sulla qualità di vita dei pazienti. In realtà nel corso degli anni si è visto che le condizioni di questi trattamenti non erano così scevre da effetti collaterali, e in particolare l’attenzione della ricerca si è concentrata soprattutto sull’aumento ponderale e l’insorgenza di una sindrome dismetabolica, effetti che sembrano accadere con maggiore frequenza con gli antipsicotici di seconda generazione (almeno con alcuni di questi in particolare). Per ‘sindrome metabolica’ si intende una patologia caratterizzata oltre che dall’aumento ponderale, anche da altre caratteristiche come l’aumento dei valori di glicemia, di trigliceridi, di colesterolo (in particolare sono considerati fattori di rischio valori bassi di colesterolo HDL, inferiori a 40mg/dl per gli uomini e 50mg/dl per le donne), di pressione arteriosa (vedi la tabella sottostante per alcune definizioni operative di sindrome metabolica). IGF (impaired glucose tolerance) IGF (impaired fasting glucose) BMI (body mass index) WC (waist circunference) RX (in treatment) Teniamo presente che la sindrome metabolica conferisce un aumento del rischio di mortalità cardiovascolare da 3 a 6 volte (De Hert M., Correl CU et al, 2011), e che i pazienti con malattie mentali severe (SMI, severe mental illness) hanno dei tassi di mortalità fino a 3 volte superiori a quelli della popolazione generale, e delle aspettative di vita media ridotte dai 15 ai 30 anni (Lancet, 2009). Da questo si deduce quanto sia importante un trattamento di prevenzione dell’aumento ponderale nei pazienti con SMI, prevenzione che può essere fatta o attraverso prescrizioni dietetiche e modificazioni dello stile di vita (maggiore attività fisica e meno vita sedentaria), cose non semplici da raggiungere, in particolare con i pazienti psichiatrici più gravi, oppure attraverso interventi farmacologici ‘mirati’ (che possono anche arrivare alla completa sostituzione del trattamento in corso). Qui di seguito sono riportati una serie di riferimenti bibliografici sulla possibilità di trattare farmacologicamente l’aumento ponderale e la sindrome metabolica in pazienti in trattamento con antipsicotici. Gli interventi terapeutici sui quali c’è più letteratura sono sicuramente quelli con metformina e topiramato, in add-on alla terapia neurolettica. In particolare in un lavoro del 2010 si evidenzia come 100mg/die di topiramato aggiunti alla terapia con olanzapina determinano, dopo 3 mesi di trattamento, una riduzione di peso corporeo e dei valori di glicemia, trigliceridi, colesterolo e pressione arteriosa, rispetto ad un gruppo di pazienti in trattamento con sola olanzapina. Interessante anche un lavoro uscito nel giugno 2014 sul Journal of Psichiatry Research che mostra dei buoni risultati sulla prevenzione dell’aumento ponderale, in pazienti in trattamento con olanzapina, grazie all’aggiunta di 3mg/die di melatonina. Viene inoltre presentata una corposa review della letteratura, uscita su Schizophrenia Bullettin nel marzo 2014, che passa in rassegna le possibili strategie farmacologiche per contrastare l’aumento di peso e le alterazioni metaboliche nei pazienti con schizofrenia. In questo studio in doppio-cieco, della durata di 12 settimane, 72 pazienti al loro primo episodio di schizofrenia, mai trattatii in precedenza, furono assegnati in maniera casuale a ricevere olanzapina+placebo o olanzapina+topiramato (100mg/die). Una serie di parametri metabolici come peso corporeo, BMI (body mass index), glicemia basale, insulina, insulino resistenza, leptina, lipidi e pressione arteriosa, furono valutati in baseline e alla 12esima settimana. I pazienti furono inoltre valutati usando la Positive and Negative Syndrome Scale (PANSS) e furono monitorati gli effetti collaterali. I pazienti in trattamento con olanzapina+topiramato mostrarono una perdita di peso di 1,27 +/- 2,28 kg (p< 0,01), riduzione dei valori di leptina (p < 0.001), glicemia, colesterolo, trigliceridi e valori della pressione sistolica e diastolica. Nel gruppo olanzapina+placebo invece si evidenziò un significativo aumento di peso, aumento della glicemia, iperinsulinemia, aumento della leptina, dei valori di colesterolo e trigliceridi (p< 0,001). Si è inoltre evidenziato un significarivo miglioramento clinico nel gruppo con topiramato (p< 0,001). Gli effetti collaterali furono ben tollerati. In conclusione il topiramato sembra prevenire l'aumento di peso e gli effetti dismetabolici indotti da olanzapina. Inoltre ha determinato un significativo miglioramento clinico utilizzato con olanzapina nel trattamento della schizofrenia. **************************************************** L'obiettivo di questo studio è stato quello di determinare l'efficacia dell'aggiunta di 3mg/die di melatonina nella prevenzione degli effetti collaterali dismetabolici indotti da olanzapina. In uno studio randomizzato in doppio-cieco, controllato con placebo, 48 pazienti al loro primo episodio di schizofrenia già scelti per un trattamento con olanzapina, furono assegnati, in maniera casuale, ad una terapia con olanzapina più melatonina (3mg/die) o olanzapina più placebo, per 8 settimane. Il principale fattore preso in considerazione è stato il cambiamento di peso a distanza di 8 settimane. All'ottava settimana i pazienti che assumevano melatonina mostravano un minore aumento ponderale, un minore aumento del giro vita e della concentrazione di trigliceridi rispetto ai pazienti in trattamento con placebo. Inoltre i pazienti del gruppo melatonina mostravano una riduzione significativa dei punteggi della PANSS (scala per la valutazione dei sintomi positivi e negativi della schizofrenia) rispetto a quelli trattati con placebo. Non sono stati riportati effetti avversi significativi. In conclusione lo studio ha dimostrato che i pazienti trattati con olanzapina, l'aggiunta di melatonina nel breve termine attenua l'aumento ponderale, l'obesità addominale e il giro vita. Sembra inoltre determinare ulteriori benefici nel trattamento dei sintomi psicotici. **************************************** Ann Pharmacother.2010 Apr;44(4):668-79, Efficacia della metformina e del topiramato nella prevenzione e nel trattamento dell'aumento di peso indotto dall'assunzione di antipsicotici di seconda generazione, Ellinger LK 1, Ipema HJ, Stachnik JM L'obiettivo di questo lavoro è stato quello di passare in rassegna la letteratura inerente l'efficacia della metformina e del topiramato nel trattamento dell'aumento di peso indotto dall'assunzione di antipsicotici di seconda generazione. Gli articoli considerati per questo lavoro sono stati selezionati dal database MEDLINE (dal 1949 fino a gennaio 2010), usando le parole chiave metformina, topiramato, antipsicotico, peso, aumento di peso e obesità. Sono stati presi in considerazione tutti i trials con metformina e topiramato, sia randomizzati che controllati con placebo. L'aumento di peso dovuto all'assunzione di antipsicotici di seconda generazione costituisce un fattore di preoccupazione legato sia al rischio metabolico a lungo termine che agli effetti cardiovascolari indotti. Questi effetti includono obesità, iperglicemia e insulino-resistenza e possono contribuire a causare diabete e malattie cardiovascolari. Gli antipsicotici di seconda generazione variano nel determinare l' aumento ponderale, e spesso i cambiamenti nella dieta e nello stile di vita possono non essere sufficienti nel contrastare tale aumento. Anche se altri agenti farmacologici possono risultare utili per prevenire e curare l'aumento di peso indotto da antipsicotici, la metformina e il topiramato sono stati quelli più ampiamente studiati in questo contesto. La metformina agisce perifericamente nel favorire la perdita di peso, mentre il topiramato agisce centralmente. Una rassegna di 11 studi randomizzati e controllati dimostra gli effetti benefici della metformina e del topiramato nella prevenzione e nel trattamento dell' aumento di peso. La metformina è generalmente ben tollerata ed è stata studiata nei pazienti psichiatrici, mentre il topiramato è associato a maggiori interazioni farmacologiche e può eventualmente interferire con il trattamento della schizofrenia. CONCLUSIONI: I dati per l'uso di metformina e topiramato nel trattamento e nella prevenzione dell'aumento di peso indotto da antipsicotici di seconda generazione sono limitati. Entrambi gli agenti chimici possono essere efficaci nell'aiutare i pazienti nella perdita di peso attraverso meccanismi che devono ancora essere chiaramente definiti. L'uso di metformina si traduce in una maggiore perdita di peso rispetto all'uso del topiramato, quest'ultimo è associato a maggiori rischi e può compromettere il trattamento della schizofrenia. Il trattamento dell'aumento di peso indotto da antipsicotici di seconda generazione con metformina può essere un'opzione dopo che il cambio dello stile di vita e e la dieta hanno fallito. **************************************** Gli effetti collaterali metabolici indotti da antipsicotici sono spesso difficili da gestire. L'utilizzo concomitante di farmaci utili a contrastare queste avversità può essere una scelta razionale. L'obiettivo di questo lavoro è stato quello di determinare in maniera sistematica l'efficacia dei farmaci che contrastano gli effetti collaterali metabolici indotti da antipsicotici in pazienti con schizofrenia. Sono stati quindi selezionati articoli pubblicati fino al novembre 2013, utilizzando 5 banche dati elettroniche. Sono stati utilizzati anche studi clinici registrati ma non pubblicati. Sono stati selezionati gli studi controllati in doppio cieco, randomizzati con placebo, che riguardavano pazienti con schizofrenia, e tali studi venivano inclusi solo se consideravano come risultato primario l'efficacia di farmaci concomitanti assunti per trattare gli effetti collaterali metabolici indotti dall'assunzione di antipsicotici. Sono stati estratti da questi studi le variabili relative ai partecipanti, interventi, confronti, risultati, e il modello dello studio. Il risultato primario considerato era il cambiamento del peso corporeo. Esiti secondari includevano il cambiamento clinicamente rilevante di peso, della glicemia a digiuno, di emoglobina A1c, di insulina a digiuno, insulino-resistenza, colesterolo e trigliceridi. In questa meta-analisi sono stati inclusi 40 trails che rappresentavano 19 tipi di interventi. La metformina è stato il farmaco più studiato in relazione al peso corporeo, con una induzione negativa di peso pari a -3,17 kg (95% CI: -4,44 a -1,90 kg) rispetto al placebo. Effetti combinati per topiramato, sibutramina, aripiprazolo, e reboxetina che si differenziavano comunque dal placebo. Inoltre, la metformina e il rosiglitazone miglioravano l' insulino-resistenza, mentre l'aripiprazolo, la metformina, e la sibutramina aiutavano la diminuzione dei lipidi nel sangue. Conclusione: Quando le strategie non farmacologiche da sole non sono sufficienti e il passaggio ad antipsicotici che non incidono sul peso non è possibile, la letteratura supporta l'uso concomitante di metformina come prima scelta tra gli interventi farmacologici finalizzati a contrastare l' aumento di peso e altri effetti metabolici indotti da antipsicotici nel trattamento della schizofrenia, ******************************************************************************************** J Clin Psychopharmacol.2012 Apr;32(2):165-72. McElroy SL 1, Winstanley E, Mori N, Martens B, McCoy J, Moeller D, Guerdjikova AI, Un significativo aumento ponderale è abbastanza comune nei pazienti in trattamento con olanzapina. La zonisamide è un farmaco antiepilettico associato con riduzione del peso corporeo. In questo studio si esamina l'efficacia della zonisamide nel prevenire aumento ponderale in 42 pazienti che iniziavano un trattamento con olanzapina per un disturbo bipolare o schizofrenia. Ciascun paziente aveva un BMI (body mass index) dai 22 mg/kg in su, e veniva assegnato, in maniera random, all'assunzione di olanzapina con o zonisamide (n= 20) o placebo (n= 22) per un periodo di 16 settimane. Il principale parametro preso in considerazione era la variazione di peso corporeo rispetto al baseline. Attraverso un'analisi statistica che utilizzava la regressione longitudinale, è stato messo in evidenza che i pazienti che ricevevano zonisamide avevano un incremento di peso corporeo significativamente con meno frequenza dei pazienti che ricevevano placebo, così come nell'incremento del BMI. I pazienti trattati con zonisamide presentavano un incremento medio di 0,9 kg (SD 3,3), mentre quelli trattati con placebo un incremento medio di 5,0 kg (SD 5,5), p=0,01. Tra i pazienti che assumevano zonisamide nessuno mostrava un aumento ponderale superiore al 7%, comparati con 7 pazienti del gruppo del placebo che mostrarono un aumento del 33% (Fisher test, p=0,009). Il gruppo con zonisamide comunque mostrava maggiori difficoltà cognitive come evento avverso rispetto al placebo (25% vs 0). Quindi possiamo concludere che in questo studio la zonisamide si è dimostrata efficace nel mitigare l'aumento ponderale nei pazienti con disturbo bipolare o schizofrenia che iniziavano un trattamento con olanzapina, ma questi pazienti mostravano maggori difficoltà cognitive come evento avverso.

Cos’è la schizofrenia affettiva con disturbo bipolare?

Disturbo Bipolare Che cos’è il disturbo bipolare Il disturbo bipolare, anche conosciuto come malattia maniaco depressiva o come psicosi maniaco depressiva, è un disturbo caratterizzato da oscillazioni insolite del tono dell’umore e della capacità di funzionamento della persona.

  1. Per comprendere meglio la variabilità del tono dell’umore, possiamo pensare al termostato di un’abitazione: il compito del termostato è quello di mantenere la temperatura stabile e regolare e di rispondere ai cambiamenti dell’ambiente circostante.
  2. Il sistema limbico del nostro cervello rappresenta il termostato dello stato d’animo ed è incaricato di mantenerlo stabile e regolare, facendo sì che risponda adeguatamente a stimoli e cambiamenti dell’ambiente.

Nel disturbo bipolare il sistema limbico non funziona correttamente e questo fa sì che il tono dell’umore diventi variabile, instabile e indipendente dall’ambiente. Il disturbo bipolare è caratterizzato, infatti, dall’alternanza di uno stato depressivo e di uno maniacale (o ipomaniacale); quando c’è una compresenza di sintomi depressivi e sintomi maniacali (cioè non si è né completamente depressi, né completamente in mania), con il predominio di irritabilità, ansia e irrequietezza, si può presentare invece, lo stato misto Non bisogna, però, confondere quelli che comunemente sono definiti “alti e bassi” dell’umore, che ognuno di noi può avere nel corso della propria vita quotidiana, con le severe manifestazioni del disturbo bipolare, che possono, invece, rovinare i rapporti interpersonali, causare la perdita del lavoro e, in casi estremi, esitare in comportamenti suicidari.

  1. Il disturbo bipolare può essere curato; la cura del disturbo deve essere condotta da specialisti che conoscono bene tale malattia.
  2. Questa malattia è totalmente compatibile con una vita normale, brillante e produttiva, ma le cure cui ci si sottopone molto frequentemente durano per tutta la vita.
  3. Alla stessa stregua delle malattie cardiologiche e del diabete, infatti, il disturbo bipolare è una malattia di lunga durata che deve essere controllata costantemente durante tutta la vita del paziente.

Nella gran parte dei casi la malattia non viene riconosciuta con facilità e le persone possono star male per anni prima di ricevere una corretta diagnosi e un adeguato trattamento. Circa il 4% della popolazione ha un disturbo bipolare. Di solito questo disturbo si manifesta per la prima volta prima dei 30 anni e il primo episodio può essere sia maniacale che misto.

E’ leggermente più frequente nelle donne. Come si manifesta il disturbo bipolare Nel disturbo bipolare sono presenti episodi depressivi e maniacali (o ipomaniacali). Sintomi della fase depressiva I sintomi della depressione sono molto noti e conosciuti: umore depresso, pensieri orientati verso la depressione (es.

“Non ce la farò mai!”;”Non c’è più speranza!”), sensazione di fatica e mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, ansia,,), disturbi del sonno (eccesso di sonno, difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni con difficoltà a riprendere sonno), idee di morte, mancanza di speranza, inappetenza o -in rari casi- iperfagia, incapacità a trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia e soddisfazione, sensazione che gli altri possano non comprendere tale situazione e che siano ottimisti inutilmente, ridotto desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione e attenzione, sentimenti di colpa e inferiorità, irritabilità.

  1. E’ molto importante non confondere la depressione con un normale sentimento di tristezza o con la fisiologica e naturale depressione successiva a un lutto o a una perdita.
  2. Si può parlare di episodio depressivo se i sintomi persistono per un periodo di almeno 2 settimane.
  3. Sintomi della fase maniacale La mania, invece, si manifesta in modo abbastanza eclatante, anche se con gradazioni diverse.

I sintomi principali sono: buon umore eccessivo e percepito dagli altri come inusuale, comportamenti molto disinibiti, facilità estrema a spendere del denaro, a fare acquisti, sensazione di energia quanto mai intensa e di senso di infaticabilità, allegria, iper-attenzione ma con distraibilità, capacità di iniziare contemporaneamente tante attività ma con scarsa capacità di portarle a termine, comportamenti aggressivi e impulsivi con gravi conseguenze sia lavorative che personali, incremento della irrequietezza,,, estrema irritabilità, aumento della velocità dei pensieri,, enorme distraibilità, ridotto bisogno di sonno, fiducia non realistica nelle proprie capacità, diminuzione della capacità di giudizio,, aumento del desiderio sessuale, abuso di droghe(specialmente cocaina, alcool e farmaci), atteggiamenti provocatori, modifica del proprio modo di truccarsi o vestirsi per utilizzare uno stile più appariscente e seduttivo (a volte inappropriato).

  • Si parla di episodio maniacale se i sintomi persistono per più di settimana.
  • L’ipomania L’ipomania, è uno stato alterato dell’umore meno intenso rispetto alla mania.
  • E’ necessario, tuttavia, differenziare l’ ipomania dalla felicità, in quanto la prima non ha una causa precisa, è percepita dagli altri come inusuale,, si presenta con instabilità del tono dell’umore ed in genere è preceduta da una fase depressiva.
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Comunemente si distinguono due forme di disturbo bipolare:

  • il disturbo bipolare di tipo I, caratterizzato da episodi depressivi e episodi maniacali.
  • il disturbo bipolare di tipo II, caratterizzato da episodi depressivi e episodi ipomaniacali.

La ciclotimia viene considerata una variante minore del disturbo bipolare, che spesso evolve verso il disturbo bipolare di tipo II, o con minor frequenza, verso il tipo I. E’ caratterizzata da episodi di lieve intensità ma con elevata frequenza di presentazione e con cambiamenti comportamentali che provocano notevoli complicazioni a livello psicosociale.

A volte, gli episodi severi di mania o di depressione includono i sintomi psicotici. Tra questi i più comuni sono le allucinazioni (es. udire delle voci che nessuno sente, sentire degli odori che nessuno sente) e i deliri. I sintomi psicotici nel disordine bipolare tendono a riflettere la fase dell’umore.

Per esempio, i deliri di grandezza, come, per esempio, credere uno di essere un personaggio importante, possono verificarsi durante la mania; i deliri di colpa, come, per esempio, credere di aver commesso un crimine terribile, possono comparire durante la depressione.

Alcuni pazienti con disturbo bipolare, inoltre, possono mettere in atto dei tentativi di suicidio. Chiunque stia pensando al suicidio deve rivolgersi immediatamente all’attenzione di un sanitario, preferibilmente un medico psichiatra o uno psicologo. E’ importante ricordare che chi parla di suicidio dovrebbe essere preso seriamente in considerazione.

Il rischio di suicidio è più alto all’inizio della malattia quando ancora il soggetto non ha chiaro di cosa soffra e come affrontare la malattia. Quindi prima si riconosce il disturbo bipolare prima si imparerà a gestirlo e a chiedere aiuto nel momento giusto.

Come sapere se si soffre di disturbo bipolare Di solito chi soffre di disturbo bipolare si rivolge al medico o allo psicologo quando è in fase depressiva e molto frequentemente omette di riferire di avere avuto delle fasi di malattia caratterizzate da umore elevato o mania. Per tale ragione è molto opportuno che chi si rivolge ad un professionista per la prima volta e si trovi in una severa fase di depressione possa avvalersi dell’aiuto di un familiare per ricostruire le eventuali varie fasi della patologia (quando il soggetto ha un episodio di mania la diagnosi è estremamente facile).

Per fare una corretta diagnosi è importante prestare attenzione ai sintomi, in quanto è possibile che una persona soffra di depressione senza fasi di eccitamento; tale tipo di depressione è definita depressione monopolare o depressione maggiore. Ci sono alcuni indizi che possono essere di aiuto per capire se si tratta di disturbo bipolare: avere un familiare affetto da disturbo bipolare o da disturbi dell’umore, avere una depressione caratterizzata da sintomi molto gravi come deliri, avere avuto nella propria vita un temperamento sempre molto brillante e una capacità di lavoro straordinaria, con poca suscettibilità alla fatica, prima dell’episodio di depressione.

  • Chi soffre di disturbo bipolare e ha sintomi psicotici riceve a volte, in modo errato, la diagnosi di schizofrenia, un’altra malattia mentale severa, e quindi può essere sottoposto anche a trattamenti sbagliati.
  • Possiamo, tuttavia, riconoscere se i sintomi psicotici sono la conseguenza di un disturbo bipolare o se indicano la presenza di un disturbo psicotico (es.

schizofrenia), in quanto nel disturbo bipolare i deliri e le allucinazioni, come precedentemente detto, tendono a riflettere la fase dell’umore. E’ possibile, anche se molto raramente, porre diagnosi di disturbo bipolare anche in età pediatrica: in questi casi è necessaria un’accurata valutazione per distinguere tale condizione dal disturbo da deficit di attenzione e iperattività, o da altre patologie dell’infanzia.

  1. Cause del disturbo bipolare Attualmente sappiamo che la genetica svolge un ruolo fondamentale nella genesi del disturbo bipolare.
  2. Il disturbo bipolare, infatti, è una malattia ereditaria che possiede una base biologica e viene trasmessa geneticamente.
  3. Hanno quindi peso forza le teorie che sostenevano che diversi fattori psicologici o sociali fossero la causa della malattia bipolare.

Oggi si ritiene che tutti questi fattori possano scatenare o aggravare il disturbo, ma non causarlo. QUESTA PARTE, MOLTO CORRETTA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA, VA MESSO PERò CON ALTRA COSTRUZIONE OVVERO DIRE: FINORA LE TEORIA RITENEVANO CHE INVECE ADESSO HA ASSUNTO UN RUOLO MAGGIORE ECC Nonostante sia una malattia ereditaria è bene precisare che il figlio di una persona affetta da disturbo bipolare non abbia il 100% delle possibilità di essere malato: di fatto le probabilità di non esserne affetto sono maggiori di quelle di esserne affetto.

La malattia bipolare infine è cronica e ricorrente ma con i trattamenti psicofarmacologici adeguati il rischio di ricadute diventa sempre meno frequente e sempre più breve. Si deve iniziare a pensare che avere un disturbo bipolare non è di per sé più o meno grave che soffrire di altre patologie croniche, come l’asma o il diabete, e che nella maggior parte dei casi può essere mantenuto compensato grazie ad una terapia adeguata e attenendosi ad una serie di regole di comportamento.

Differenti tipi di trattamento La maggior parte delle persone con disturbo bipolare, anche affetta da forme gravi, può raggiungere un ottimo livello di stabilizzazione della malattia e condurre una vita normale. Poiché il disturbo bipolare è una malattia ricorrente, è quasi sempre è indicato un trattamento di lunga durata, anche life time.

  • Un trattamento che combini insieme farmacoterapia e il trattamento psicosociale (psicoterapia e igiene di vita) è ottimale per il controllo e la stabilizzazione del disturbo nel tempo.
  • Nella maggior parte dei casi, il disturbo bipolare risponde meglio a trattamenti continui piuttosto che intermittenti.

A volte, però, anche senza interrompere il trattamento, possono verificarsi dei cambiamenti di umore, che dovrebbero essere segnalati immediatamente al proprio medico. Il concetto importante per il trattamento di questa patologia è che non deve essere trattato l’episodio (depressivo o maniacale) ma deve essere trattata la malattia.

  • il valproato sodico (Depakin, Depamag), efficace nel trattamento della mania e degli stati misti;
  • la carbamazepina (Tegretol), efficace nel trattamento della mania;
  • la lamotrigina (Lamictal), efficace nella prevenzione delle ricadute depressive.
  • Anche gli antipsicotici atipici hanno un enorme effetto sulla stabilizzazione del tono dell’umore; tra questi ci sono: l’ olanzapina (Zyprexa), il risperidone (Risperdal), la quetiapina (Seroquel) e la clozapina (Leponex).
  • Il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva evita sempre di somministrare antidepressivi a chi soffre di disturbo bipolare per prevenire gli switch nello stato maniacale o danni iatrogeni.

In aggiunta alla terapia farmacologica, la psicoterapia può essere molto di aiuto a chi soffre di tale disturbo. E’ bene precisare che la psicoterapia non può sostituire i farmaci e non è efficace da sola nella prevenzione delle ricadute e nel trattamento del disturbo.

  1. Il trattamento cognitivo-comportamentale
  2. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è tra i trattamenti più utilizzati e si dimostra molto efficace nella cura di questo disturbo.
  3. Gli interventi psicoterapeutici sono finalizzati ad aiutare il paziente a conoscere meglio il proprio funzionamento e ad accettarlo, a distinguere se stesso e la propria personalità dalla malattia, a migliorare la gestione dello stress e indirettamente, quindi, a ridurre i fattori di rischio di ricaduta.

Il protocollo cognitivo-comportamentale prevede, inoltre, la compilazione sistematica di una tabella dei sintomi quotidiani dell’umore, della quantità e qualità del sonno e del trattamento farmacologico assunto dal soggetto. Questa strumento può essere d’aiuto sia al paziente per aumentare la consapevolezza e la capacità di gestione del proprio disturbo, sia al medico per comprendere meglio l’andamento della sintomatologia e per impostare un trattamento più efficace.

  1. L’approccio cognitivo-comportamentale prevede, infine, un trattamento psicoeducativo per il paziente ed i suoi familiari perché comprendano meglio le fasi della malattia.
  2. Presso il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva la cura del disturbo bipolare comprende un trattamento psichiatrico e psicoterapeutico con costante reperibilità di un sanitario e/o di un suo sostituto.

: Disturbo Bipolare

Come si toglie l olanzapina?

Se interrompe il trattamento con OLANZAPINA PENSA Il medico può consigliarle di ridurre gradualmente la dose prima di cessare il trattamento. Se ha qualsiasi dubbio sull’uso di questo medicinale, si rivolga al medico o al farmacista.

Quanto si aumenta di peso con la olanzapina?

Olanzapina, svelato possibile meccanismo alla base dell’aumento di peso L’antipsicotico atipico olanzapina può innescare l’attivazione dialcune zone cerebrali coinvolte nella sensazioni piacevoli ricavate dal cibo, il che potrebbe spiegare l’effetto collaterale comune del farmaco consistente in un significativo aumento di peso.

A mostrarlo è uno studio di imaging pubblicato di recente sugli Archives of General Psychiatry.La ricerca, condotta su 25 volontari sani, evidenzia “attivazioni aumentate nella corteccia frontale inferiore, nello striato e nella corteccia cingolata anteriore in previsione di una ricompensa alimentare” dopo solo una settimana di trattamento con olanzapina.

Quando i soggetti venivano “premiati”, cioè si offriva loro del cibo, si osservava un aumento delle risposte anche nel caudato e nel putamen.Inoltre, i partecipanti hanno mostrato una diminuzione della responsività alla ricompensa nella corteccia orbitofrontale laterale, un’area associata al controllo inibitorio dell’assunzione di cibo.Questi risultati suggeriscono “un aumento del desiderio anticipatorio del cibo, un aumento della sensazione di gratificazione nel consumare il cibo mostrato e una compromissione del meccanismo legato alla sazietà” scrivono gli autori, coordinati da Jose Mathews, del Dipartimento di Psichiatria della Washington University di St.

  • Louis, nel Missouri.”Questo modello di cambiamento,
  • Fornisce un insieme di meccanismi plausibili che potrebbero contribuire all’aumento di peso comunemente associato all’assunzione di questo farmaco” aggiungono i ricercatori, sottolineando anche che sono ora necessari studi controllati con placebo sufficientemente ampi per verificare questi risultati.”Questo potrebbe aprire la strada a trattamenti mirati che possono contribuire a smorzare l’effetto di gratificazione del cibo e a rafforzare i circuiti inibitori che ne controllano l’assunzione “.Anche se olanzapina è un farmaco ampiamente usato per il trattamento della schizofrenia e del disturbo bipolare, l’aumento di peso che si verifica spesso nei pazienti come effetto collaterale della terapia è motivo di preoccupazione, soprattutto perché l’obesità è un fattore di rischio noto di malattie cardiache, che rappresentano la prima causa di morte per le persone con malattie mentali”Per quanto ne sappiamo, i correlati neurali di questo aumento di peso non sono stati adeguatamente studiati sugli esseri umani” scrivono Mathews e i suoi collaboratori.Per saperne di più, i reciercatori hanno coinvolto 25 volontari adulti sani (di cui il 53% uomini, con un’età media di 27,5 anni e un indice medio di massa corporea, BMI, pari a 25,78) e li hanno sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI) presso il centro di neuroimaging della Washington University.La fMRIs è stati utilizzata per valutare le possibili interruzioni dell’attività neurale quando ai volontari venivano mostrati e poi affettivamente dati del cioccolato al latte e/o del succo di pomodoro prima e dopo aver effettuato una settimana di trattamento con 5-6 mg di olanzapina.I partecipanti hanno inoltre compilato il Patient Rated Inventory of Side Effects, per la valutazione degli effetti collaterali, e il Three-Factor Eating Questionnaire, una scala per la valutazione del comportamento alimentare nei pazienti obesi.Oltre ai dati di fMRI, che mostrano un aumento della risposta anticipatoria, della sensazione di ricompensa e della diminuzione del controllo inibitorio, si è visto che i partecipanti sono aumentati in media di 1,1 kg alla fine del trattamento.

Sia l’aumento di peso sia il conseguente aumento del BMI sono risultati statisticamente significativi (rispettivamente P = 0,02 e P = 0,01). Non si è invece registrato un aumento significativo della pressione arteriosa o della frequenza cardiaca.Due dei partecipanti hanno abbandonato lo studio a causa di eventi avversi correlati al trattamento “intollerabili”.

Uno ha riferito di avere sonnolenza e stanchezza, l’altro mal di testa.Altri effetti indesiderati segnalati dai soggetti che hanno portato a termine lo studio sono l’eccesso di sonno, un calo di energia, secchezza delle fauci e vertigini.”Il nostro studio ci ha permesso di valutare l’impatto di olanzapina sia sugli aspetti anticipatori sia su quelli esperienziali di una gratificazione gustativa”, scrivono i ricercatori, aggiungendo che i risultati offrono una spiegazione plausibile per l’ aumento di peso associato al trattamento con olanzapina.”La comprensione di questo comune effetto avverso potrà essere migliorata facendo ampi studi controllati con placebo sui pazienti nei quali si utilizzino farmaci antipsicotici di confronto che provocano aumenti di peso limitati, si registrino in modo continuativo l’assunzione di cibo e l’attività fisica e si esaminino le interazioni con altri tipi di malfunzionamento del sistema di ricompensa, come l’abuso di sostanze” aggiungono gli autori.J.

Mathews, et al. Neural Correlates of Weight Gain With Olanzapine. Arch Gen Psychiatry 2012; doi:10.1001/archgenpsychiatry.2012.934, : Olanzapina, svelato possibile meccanismo alla base dell’aumento di peso

A cosa servono i farmaci antipsicotici?

Farmaci antipsicotici: a cosa servono, informazioni utili Dettagli Pubblicato: 26 Maggio 2020

  • Gli antipsicotici sono utilizzati nella cura di varie condizioni psicopatologiche, tra cui i disturbi psicotici, i gravi disturbi dell’umore, come la mania e la depressione delirante, gli stati di agitazione psicomotoria e di psicosi indotti da sostanze e i disturbi del comportamento nella,
  • Il meccanismo d’azione comune a tutti i farmaci di questa classe è il blocco degli effetti della dopamina, una sostanza che regola la comunicazione tra le cellule di varie aree del cervello.
  • Gli antipsicotici hanno un rapido effetto, entro poche ore dall’assunzione, sull’agitazione e sull’ansia, mentre la loro azione nei confronti dei disturbi (sintomi) psicotici, che si esercita soprattutto sulle e i deliri, richiede periodi più lunghi, in genere 2-4 settimane.

Gli antipsicotici possono essere presi per via orale (in compresse o capsule) o tramite iniezione. Esistono anche antipsicotici a rilascio lento che grazie al loro effetto prolungato possono essere presi a intervalli di tempo molto lunghi (da una somministrazione a settimana a una ogni quattro settimane).

  • Gli effetti collaterali (reazioni avverse) sono molto variabili da persona a persona.
  • In particolare, gli antipsicotici richiedono uno stretto controllo nelle persone che soffrono di, una malattia che può provocare convulsioni.
  • Anche le persone che soffrono di malattie cardiovascolari (malattie che interessano cuore, vasi sanguigni, circolazione) devono essere seguite attentamente.

In genere l’obiettivo del medico è ottenere il controllo dei disturbi (sintomi) con la più bassa dose possibile di farmaco. Per raggiungere questo risultato, può prescrivere differenti farmaci, a varie dosi e intervalli di assunzione. Gli antipsicotici di prima generazione (ossia quelli prodotti per primi) sono chiamati anche antipsicotici tipici o neurolettici,

  • mancanza di forza e di volontà (la cosiddetta sindrome negativa da antipsicotici)
  • irrequietezza
  • disturbi del movimento
  • sedazione
  • aumento di peso
  • bocca secca
  • ritenzione urinaria
  1. Effetti avversi meno comuni riguardano la pelle, la sfera sessuale e il sangue.
  2. Un effetto avverso raro, ma grave, che richiede un intervento medico urgente, è la cosiddetta sindrome maligna da antipsicotici, caratterizzata da alta, rigidità e alterazione del tono muscolare, riduzione della capacità di muoversi, mutismo, confusione, agitazione o sedazione, tremore, aumento della frequenza cardiaca, e aumento/oscillazioni della pressione arteriosa.
  3. Gli antipsicotici di prima generazione includono:
  • clorpromazina
  • flufenazina
  • aloperidolo
  • perfenazina
  • clotiapina
  • promazina
  • trifluperazina
  • tioridazina

Questi antipsicotici sono meno costosi rispetto a quelli di seconda generazione, specialmente nella versione generica, fattore che può divenire più significativo nei casi che richiedono trattamenti di lungo periodo. Gli antipsicotici di seconda generazione, detti anche antipsicotici atipici, agiscono bloccando sia gli effetti della dopamina, sia della serotonina, sostanza che regola numerose funzioni dell’organismo.

Questi farmaci sono efficaci sul delirio e sulle e uno di questi farmaci, la clozapina, è dotato di un’efficacia particolare nelle persone con, Rispetto agli antipsicotici tipici, o di prima generazione, gli antipsicotici atipici sono spesso meglio tollerati, non inducono mancanza di forza e di volontà, causano più raramente disturbi del movimento, se non alle dosi più elevate, mentre permane il rischio di sindrome maligna da antipsicotici.

In virtù dei minori effetti avversi, questi farmaci vengono di solito preferiti a quelli di prima generazione. Vi sono tuttavia anche per questi farmaci alcuni aspetti critici sul piano della tollerabilità. Varie molecole, soprattutto clozapina e olanzapina, si associano ad aumento di peso corporeo e ad alterazioni del metabolismo del glucosio e dei, con conseguente aumento dei livelli di tali sostanze.

  • aripiprazolo
  • asenapina
  • brexpiprazolo
  • cariprazina
  • clozapina
  • iloperidone
  • lurasidone
  • olanzapina
  • paliperidone
  • quetiapina
  • risperidone
  • ziprasidone

Come accennato, gli antipsicotici possono essere somministrati anche tramite iniezione sottocutanea o intramuscolare. A seconda del farmaco prescritto, le persone possono ricevere le iniezioni una volta ogni 2/4 settimane. Questo tipo di soluzione può essere preferibile qualora la somministrazione per bocca risulti poco pratica e per assicurare l’aderenza alla terapia.

  • aripiprazolo
  • flufenazina decanoato
  • aloperidolo decanoato
  • paliperidone
  • risperidone

Gli antipsicotici possono provocare svariati effetti collaterali (reazioni avverse), sebbene non uguali per tutti e con intensità variabili da persona a persona. In caso si presentino effetti avversi, specie se questi diventano molto fastidiosi, è bene rivolgersi allo specialista che li ha prescritti, che potrà consigliare un diverso tipo di terapia antipsicotica (leggi la ).

È di estrema importanza non interrompere mai il trattamento di propria iniziativa. Una brusca interruzione della terapia prescritta comporta, infatti, un rischio molto alto di aggravamento dei disturbi (sintomi) o di una loro ricomparsa, nel caso non fossero più presenti. La sospensione dell’assunzione di questo tipo di farmaci deve sempre avvenire su indicazione dello specialista, ed essere effettuata in maniera graduale e sotto attento controllo medico.

Prossimo aggiornamento: 26 Maggio 2022 : Farmaci antipsicotici: a cosa servono, informazioni utili

Quanti tipi di olanzapina ci sono?

Che cos’è Olanzapina Teva? – Olanzapina Teva è un farmaco contenente il principio attivo olanzapina, ed è disponibile in compresse (bianche e rotonde: 2,5, 5, 7,5 e 10 mg; blu e ovali: 15 mg; rosa e ovali: 20mg e in compresse orodispersibili rotonde (gialle: 5 e 10; arancione: 15; verdi 20 mg).

Cosa succede se non si prendono gli psicofarmaci?

I fenomeni di astinenza – ” Non dobbiamo andare a confondere questi effetti con quelli di astinenza, perché sono di qualità notevolmente diversa e riguardano alcuni farmaci in particolare, anche se oggi si tende a rendere più labile il confine classificatorio tra astinenza e rebound in questi casi” specifica lo psichiatra.

  • Questi fenomeni di astinenza hanno un nucleo comune in una sindrome vegetativa con ansia, tensione, tremori, ipertensione, crampi muscolari, sudorazione e nei casi più gravi anche sindromi confusionali con aspetti cognitivi e neurologici.
  • Tale presentazione, variabile da soggetto a soggetto e da sostanza a sostanza, ha un nucleo comune a tutte le astinenze dall’alcool agli oppiacei alle benzodiazepine in particolare tra i farmaci psicotropi e declinazioni diverse a secondo della sostanza.

“Esistono poi rarissimi casi di sindromi causate dalla sospensione brusca come la sindrome serotoninergica per gli antidepressivi, con peculiare attività sulla serotonina e la sindrome neurolettica maligna da sospensione di antipsicotici che costituiscono, nei casi più gravi, un’emergenza in cui il quadro clinico talvolta deve essere gestito con supporto medico ospedaliero per le conseguenze fisiche che possono avere”, aggiunge il Professore.

Quando gli antipsicotici non funzionano?

Si chiama Dysbindin il gene coinvolto nella risposta agli antipsicotici. Non tutti infatti rispondono allo stesso modo e se i farmaci per la schizofrenia non funzionano, la colpa sembrerebbe essere di una variante genetica associata al gene. A identificarlo un gruppo internazionale di ricerca coordinato dall’Iit-Istituto italiano di tecnologia.

La scoperta è stata realizzata grazie allo studio di un campione di pazienti adulti con schizofrenia e di adolescenti ai primi esordi, e dell’analisi di tessuti cerebrali post-mortem. Potrebbe permettere di definire trattamenti farmacologici personalizzati in campo psichiatrico, con particolare attenzione ai disturbi cognitivi.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications, è stato coordinato da Francesco Papaleo, responsabile del laboratorio di Genetics of Cognition dell’Iit a Genova, con il sostegno della Compagnia di San Paolo.

A cosa serve olanzapina 2 5?

Come si usa Olanzapina Sandoz ? Dosi e modo d’uso – Adulti Schizofrenia : Il dosaggio iniziale raccomandato di olanzapina è 10 mg al giorno. Episodi di mania : Il dosaggio iniziale è 15 mg, da somministrarsi in dose singola giornaliera in monoterapia, o 10 mg al giorno nell’ambito di una terapia combinata (vedere paragrafo 5.1).

  • Prevenzione della recidiva nel disturbo bipolare : Il dosaggio iniziale raccomandato è 10 mg al giorno.
  • Nei pazienti che stanno ricevendo olanzapina per il trattamento degli episodi maniacali, continuare la terapia al medesimo dosaggio per prevenire la recidiva della malattia.
  • Se si verifica un nuovo episodio maniacale, misto o depressivo, il trattamento con olanzapina deve essere continuato (ottimizzando la dose in base alle necessità), con una terapia supplementare per il trattamento dei sintomi dell’umore, come clinicamente indicato.

Durante il trattamento della schizofrenia, degli episodi di mania e della prevenzione della recidiva nel disturbo bipolare, in funzione della condizione clinica del singolo paziente, il dosaggio quotidiano può essere successivamente aggiustato entro intervalli di dose di 5-20 mg al giorno.

  • L’incremento di dose rispetto a quella iniziale raccomandata è consigliato solo sulla base di un’adeguata valutazione clinica e deve generalmente essere effettuato a intervalli di tempo non inferiori alle 24 ore.
  • Olanzapina può essere somministrata indipendentemente dai pasti, poichè il suo assorbimento non è influenzato dal cibo.

Quando si sospende il trattamento con olanzapina è necessario prendere in considerazione una riduzione graduale della dose.

  1. Popolazioni speciali
  2. Pazienti anziani
  3. Pazienti con compromissione della funzionalità renale e/o epatica
  4. Fumatori
  5. Popolazione pediatrica
  6. SOVRADOSAGGIO

In genere non è necessario adottare un dosaggio iniziale più basso (5 mg/die), ma nei pazienti di età pari o superiore ai 65 anni, esso deve essere preso in considerazione quando i fattori clinici lo richiedano (vedere paragrafo 4.4).In questi pazienti si deve prendere in considerazione un dosaggio iniziale più basso (5 mg).

Nei casi di insufficienza epatica di entità moderata (cirrosi di classe A o B, secondo la classificazione di Child-Pugh), il dosaggio iniziale deve essere pari a 5 mg e gli incrementi devono essere effettuati con cautela.In genere nei fumatori, rispetto ai non fumatori, non è necessario apportare alcuna variazione al dosaggio iniziale né all’intervallo di dosaggio.Il metabolismo di olanzapina può essere accelerato dal fumo.

È raccomandato il monitoraggio clinico e può essere preso in considerazione un aumento della dose di olanzapina, se necessario (vedere paragrafo 4.5).Quando è presente più di un fattore che induce un rallentamento del metabolismo (paziente di sesso femminile, età avanzata, non fumatore), è necessario considerare la possibilità di diminuire la dose iniziale.

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A cosa serve l olanzapina Lilly?

OLANZAPINA LILLY fa parte di un gruppo di farmaci detti antipsicotici ed è usato per curare le seguenti condizioni: la schizofrenia, una malattia con sintomi come udire, vedere o provare cose che non esistono, convinzioni errate, sospettosità ingiustificata e ritiro sociale.

Cos’è la quetiapina a cosa serve?

La quetiapina è un farmaco indicato nella terapia della schizofrenia e del disturbo bipolare (episodi maniacali da moderati a gravi associati al disturbo bipolare; episodi depressivi maggiori associati al disturbo bipolare; prevenzione delle ricadute associate al disturbo bipolare in pazienti i cui episodi maniacali o depressivi hanno risposto al trattamento con quetiapina).

Chi prende psicofarmaci vive meno?

L’assunzione di sostanze psicoattive raddoppia la mortalità di chi è affetto da disturbi mentali, demenze escluse. Il ritardo nella cura adeguata si rivela deleterio, mentre se presi in carico all’inizio della malattia i miglioramenti possono essere impressionanti.

Cosa non si può mangiare quando si assume antidepressivi?

I formaggi stagionati, gli insaccati, il vino e la birra non devono mai essere consumati in concomitanza con alcuni farmaci antidepressivi e per il morbo di Parkinson (i cosiddetti MAO-inibitori).

Cosa mangiare quando si assumono psicofarmaci?

Frutta: è ricca di antiossidanti, in particolare il mirtillo, le more, i lamponi possono aiutare a migliorare i sintomi depressivi; Cacao e cioccolato fondente: considerati come dei veri e propri antidepressivi naturali.

Cos’è la schizofrenia affettiva con disturbo bipolare?

Disturbo Bipolare Che cos’è il disturbo bipolare Il disturbo bipolare, anche conosciuto come malattia maniaco depressiva o come psicosi maniaco depressiva, è un disturbo caratterizzato da oscillazioni insolite del tono dell’umore e della capacità di funzionamento della persona.

Per comprendere meglio la variabilità del tono dell’umore, possiamo pensare al termostato di un’abitazione: il compito del termostato è quello di mantenere la temperatura stabile e regolare e di rispondere ai cambiamenti dell’ambiente circostante. Il sistema limbico del nostro cervello rappresenta il termostato dello stato d’animo ed è incaricato di mantenerlo stabile e regolare, facendo sì che risponda adeguatamente a stimoli e cambiamenti dell’ambiente.

Nel disturbo bipolare il sistema limbico non funziona correttamente e questo fa sì che il tono dell’umore diventi variabile, instabile e indipendente dall’ambiente. Il disturbo bipolare è caratterizzato, infatti, dall’alternanza di uno stato depressivo e di uno maniacale (o ipomaniacale); quando c’è una compresenza di sintomi depressivi e sintomi maniacali (cioè non si è né completamente depressi, né completamente in mania), con il predominio di irritabilità, ansia e irrequietezza, si può presentare invece, lo stato misto Non bisogna, però, confondere quelli che comunemente sono definiti “alti e bassi” dell’umore, che ognuno di noi può avere nel corso della propria vita quotidiana, con le severe manifestazioni del disturbo bipolare, che possono, invece, rovinare i rapporti interpersonali, causare la perdita del lavoro e, in casi estremi, esitare in comportamenti suicidari.

  • Il disturbo bipolare può essere curato; la cura del disturbo deve essere condotta da specialisti che conoscono bene tale malattia.
  • Questa malattia è totalmente compatibile con una vita normale, brillante e produttiva, ma le cure cui ci si sottopone molto frequentemente durano per tutta la vita.
  • Alla stessa stregua delle malattie cardiologiche e del diabete, infatti, il disturbo bipolare è una malattia di lunga durata che deve essere controllata costantemente durante tutta la vita del paziente.

Nella gran parte dei casi la malattia non viene riconosciuta con facilità e le persone possono star male per anni prima di ricevere una corretta diagnosi e un adeguato trattamento. Circa il 4% della popolazione ha un disturbo bipolare. Di solito questo disturbo si manifesta per la prima volta prima dei 30 anni e il primo episodio può essere sia maniacale che misto.

  • E’ leggermente più frequente nelle donne.
  • Come si manifesta il disturbo bipolare Nel disturbo bipolare sono presenti episodi depressivi e maniacali (o ipomaniacali).
  • Sintomi della fase depressiva I sintomi della depressione sono molto noti e conosciuti: umore depresso, pensieri orientati verso la depressione (es.

“Non ce la farò mai!”;”Non c’è più speranza!”), sensazione di fatica e mancanza di energia, agitazione o rallentamento psicomotorio, ansia,,), disturbi del sonno (eccesso di sonno, difficoltà ad addormentarsi, risvegli notturni con difficoltà a riprendere sonno), idee di morte, mancanza di speranza, inappetenza o -in rari casi- iperfagia, incapacità a trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia e soddisfazione, sensazione che gli altri possano non comprendere tale situazione e che siano ottimisti inutilmente, ridotto desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione e attenzione, sentimenti di colpa e inferiorità, irritabilità.

  1. E’ molto importante non confondere la depressione con un normale sentimento di tristezza o con la fisiologica e naturale depressione successiva a un lutto o a una perdita.
  2. Si può parlare di episodio depressivo se i sintomi persistono per un periodo di almeno 2 settimane.
  3. Sintomi della fase maniacale La mania, invece, si manifesta in modo abbastanza eclatante, anche se con gradazioni diverse.

I sintomi principali sono: buon umore eccessivo e percepito dagli altri come inusuale, comportamenti molto disinibiti, facilità estrema a spendere del denaro, a fare acquisti, sensazione di energia quanto mai intensa e di senso di infaticabilità, allegria, iper-attenzione ma con distraibilità, capacità di iniziare contemporaneamente tante attività ma con scarsa capacità di portarle a termine, comportamenti aggressivi e impulsivi con gravi conseguenze sia lavorative che personali, incremento della irrequietezza,,, estrema irritabilità, aumento della velocità dei pensieri,, enorme distraibilità, ridotto bisogno di sonno, fiducia non realistica nelle proprie capacità, diminuzione della capacità di giudizio,, aumento del desiderio sessuale, abuso di droghe(specialmente cocaina, alcool e farmaci), atteggiamenti provocatori, modifica del proprio modo di truccarsi o vestirsi per utilizzare uno stile più appariscente e seduttivo (a volte inappropriato).

Si parla di episodio maniacale se i sintomi persistono per più di settimana. L’ipomania L’ipomania, è uno stato alterato dell’umore meno intenso rispetto alla mania. E’ necessario, tuttavia, differenziare l’ ipomania dalla felicità, in quanto la prima non ha una causa precisa, è percepita dagli altri come inusuale,, si presenta con instabilità del tono dell’umore ed in genere è preceduta da una fase depressiva.

Comunemente si distinguono due forme di disturbo bipolare:

  • il disturbo bipolare di tipo I, caratterizzato da episodi depressivi e episodi maniacali.
  • il disturbo bipolare di tipo II, caratterizzato da episodi depressivi e episodi ipomaniacali.

La ciclotimia viene considerata una variante minore del disturbo bipolare, che spesso evolve verso il disturbo bipolare di tipo II, o con minor frequenza, verso il tipo I. E’ caratterizzata da episodi di lieve intensità ma con elevata frequenza di presentazione e con cambiamenti comportamentali che provocano notevoli complicazioni a livello psicosociale.

  • A volte, gli episodi severi di mania o di depressione includono i sintomi psicotici.
  • Tra questi i più comuni sono le allucinazioni (es.
  • Udire delle voci che nessuno sente, sentire degli odori che nessuno sente) e i deliri.
  • I sintomi psicotici nel disordine bipolare tendono a riflettere la fase dell’umore.

Per esempio, i deliri di grandezza, come, per esempio, credere uno di essere un personaggio importante, possono verificarsi durante la mania; i deliri di colpa, come, per esempio, credere di aver commesso un crimine terribile, possono comparire durante la depressione.

  1. Alcuni pazienti con disturbo bipolare, inoltre, possono mettere in atto dei tentativi di suicidio.
  2. Chiunque stia pensando al suicidio deve rivolgersi immediatamente all’attenzione di un sanitario, preferibilmente un medico psichiatra o uno psicologo.
  3. E’ importante ricordare che chi parla di suicidio dovrebbe essere preso seriamente in considerazione.

Il rischio di suicidio è più alto all’inizio della malattia quando ancora il soggetto non ha chiaro di cosa soffra e come affrontare la malattia. Quindi prima si riconosce il disturbo bipolare prima si imparerà a gestirlo e a chiedere aiuto nel momento giusto.

  1. Come sapere se si soffre di disturbo bipolare Di solito chi soffre di disturbo bipolare si rivolge al medico o allo psicologo quando è in fase depressiva e molto frequentemente omette di riferire di avere avuto delle fasi di malattia caratterizzate da umore elevato o mania.
  2. Per tale ragione è molto opportuno che chi si rivolge ad un professionista per la prima volta e si trovi in una severa fase di depressione possa avvalersi dell’aiuto di un familiare per ricostruire le eventuali varie fasi della patologia (quando il soggetto ha un episodio di mania la diagnosi è estremamente facile).

Per fare una corretta diagnosi è importante prestare attenzione ai sintomi, in quanto è possibile che una persona soffra di depressione senza fasi di eccitamento; tale tipo di depressione è definita depressione monopolare o depressione maggiore. Ci sono alcuni indizi che possono essere di aiuto per capire se si tratta di disturbo bipolare: avere un familiare affetto da disturbo bipolare o da disturbi dell’umore, avere una depressione caratterizzata da sintomi molto gravi come deliri, avere avuto nella propria vita un temperamento sempre molto brillante e una capacità di lavoro straordinaria, con poca suscettibilità alla fatica, prima dell’episodio di depressione.

Chi soffre di disturbo bipolare e ha sintomi psicotici riceve a volte, in modo errato, la diagnosi di schizofrenia, un’altra malattia mentale severa, e quindi può essere sottoposto anche a trattamenti sbagliati. Possiamo, tuttavia, riconoscere se i sintomi psicotici sono la conseguenza di un disturbo bipolare o se indicano la presenza di un disturbo psicotico (es.

schizofrenia), in quanto nel disturbo bipolare i deliri e le allucinazioni, come precedentemente detto, tendono a riflettere la fase dell’umore. E’ possibile, anche se molto raramente, porre diagnosi di disturbo bipolare anche in età pediatrica: in questi casi è necessaria un’accurata valutazione per distinguere tale condizione dal disturbo da deficit di attenzione e iperattività, o da altre patologie dell’infanzia.

Cause del disturbo bipolare Attualmente sappiamo che la genetica svolge un ruolo fondamentale nella genesi del disturbo bipolare. Il disturbo bipolare, infatti, è una malattia ereditaria che possiede una base biologica e viene trasmessa geneticamente. Hanno quindi peso forza le teorie che sostenevano che diversi fattori psicologici o sociali fossero la causa della malattia bipolare.

Oggi si ritiene che tutti questi fattori possano scatenare o aggravare il disturbo, ma non causarlo. QUESTA PARTE, MOLTO CORRETTA ALLA LUCE DELLA LETTERATURA, VA MESSO PERò CON ALTRA COSTRUZIONE OVVERO DIRE: FINORA LE TEORIA RITENEVANO CHE INVECE ADESSO HA ASSUNTO UN RUOLO MAGGIORE ECC Nonostante sia una malattia ereditaria è bene precisare che il figlio di una persona affetta da disturbo bipolare non abbia il 100% delle possibilità di essere malato: di fatto le probabilità di non esserne affetto sono maggiori di quelle di esserne affetto.

La malattia bipolare infine è cronica e ricorrente ma con i trattamenti psicofarmacologici adeguati il rischio di ricadute diventa sempre meno frequente e sempre più breve. Si deve iniziare a pensare che avere un disturbo bipolare non è di per sé più o meno grave che soffrire di altre patologie croniche, come l’asma o il diabete, e che nella maggior parte dei casi può essere mantenuto compensato grazie ad una terapia adeguata e attenendosi ad una serie di regole di comportamento.

Differenti tipi di trattamento La maggior parte delle persone con disturbo bipolare, anche affetta da forme gravi, può raggiungere un ottimo livello di stabilizzazione della malattia e condurre una vita normale. Poiché il disturbo bipolare è una malattia ricorrente, è quasi sempre è indicato un trattamento di lunga durata, anche life time.

  1. Un trattamento che combini insieme farmacoterapia e il trattamento psicosociale (psicoterapia e igiene di vita) è ottimale per il controllo e la stabilizzazione del disturbo nel tempo.
  2. Nella maggior parte dei casi, il disturbo bipolare risponde meglio a trattamenti continui piuttosto che intermittenti.

A volte, però, anche senza interrompere il trattamento, possono verificarsi dei cambiamenti di umore, che dovrebbero essere segnalati immediatamente al proprio medico. Il concetto importante per il trattamento di questa patologia è che non deve essere trattato l’episodio (depressivo o maniacale) ma deve essere trattata la malattia.

  • il valproato sodico (Depakin, Depamag), efficace nel trattamento della mania e degli stati misti;
  • la carbamazepina (Tegretol), efficace nel trattamento della mania;
  • la lamotrigina (Lamictal), efficace nella prevenzione delle ricadute depressive.
  • Anche gli antipsicotici atipici hanno un enorme effetto sulla stabilizzazione del tono dell’umore; tra questi ci sono: l’ olanzapina (Zyprexa), il risperidone (Risperdal), la quetiapina (Seroquel) e la clozapina (Leponex).
  • Il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva evita sempre di somministrare antidepressivi a chi soffre di disturbo bipolare per prevenire gli switch nello stato maniacale o danni iatrogeni.

In aggiunta alla terapia farmacologica, la psicoterapia può essere molto di aiuto a chi soffre di tale disturbo. E’ bene precisare che la psicoterapia non può sostituire i farmaci e non è efficace da sola nella prevenzione delle ricadute e nel trattamento del disturbo.

  1. Il trattamento cognitivo-comportamentale
  2. La psicoterapia cognitivo-comportamentale è tra i trattamenti più utilizzati e si dimostra molto efficace nella cura di questo disturbo.
  3. Gli interventi psicoterapeutici sono finalizzati ad aiutare il paziente a conoscere meglio il proprio funzionamento e ad accettarlo, a distinguere se stesso e la propria personalità dalla malattia, a migliorare la gestione dello stress e indirettamente, quindi, a ridurre i fattori di rischio di ricaduta.

Il protocollo cognitivo-comportamentale prevede, inoltre, la compilazione sistematica di una tabella dei sintomi quotidiani dell’umore, della quantità e qualità del sonno e del trattamento farmacologico assunto dal soggetto. Questa strumento può essere d’aiuto sia al paziente per aumentare la consapevolezza e la capacità di gestione del proprio disturbo, sia al medico per comprendere meglio l’andamento della sintomatologia e per impostare un trattamento più efficace.

L’approccio cognitivo-comportamentale prevede, infine, un trattamento psicoeducativo per il paziente ed i suoi familiari perché comprendano meglio le fasi della malattia. Presso il Terzo Centro di Psicoterapia Cognitiva la cura del disturbo bipolare comprende un trattamento psichiatrico e psicoterapeutico con costante reperibilità di un sanitario e/o di un suo sostituto.

: Disturbo Bipolare

Quanto ci mettono gli antipsicotici a fare effetto?

Farmaci antipsicotici: a cosa servono, informazioni utili – ISSalute Dettagli Pubblicato: 26 Maggio 2020

  • Gli antipsicotici sono utilizzati nella cura di varie condizioni psicopatologiche, tra cui i disturbi psicotici, i gravi disturbi dell’umore, come la mania e la depressione delirante, gli stati di agitazione psicomotoria e di psicosi indotti da sostanze e i disturbi del comportamento nella,
  • Il meccanismo d’azione comune a tutti i farmaci di questa classe è il blocco degli effetti della dopamina, una sostanza che regola la comunicazione tra le cellule di varie aree del cervello.
  • Gli antipsicotici hanno un rapido effetto, entro poche ore dall’assunzione, sull’agitazione e sull’ansia, mentre la loro azione nei confronti dei disturbi (sintomi) psicotici, che si esercita soprattutto sulle e i deliri, richiede periodi più lunghi, in genere 2-4 settimane.

Gli antipsicotici possono essere presi per via orale (in compresse o capsule) o tramite iniezione. Esistono anche antipsicotici a rilascio lento che grazie al loro effetto prolungato possono essere presi a intervalli di tempo molto lunghi (da una somministrazione a settimana a una ogni quattro settimane).

  1. Gli effetti collaterali (reazioni avverse) sono molto variabili da persona a persona.
  2. In particolare, gli antipsicotici richiedono uno stretto controllo nelle persone che soffrono di, una malattia che può provocare convulsioni.
  3. Anche le persone che soffrono di malattie cardiovascolari (malattie che interessano cuore, vasi sanguigni, circolazione) devono essere seguite attentamente.

In genere l’obiettivo del medico è ottenere il controllo dei disturbi (sintomi) con la più bassa dose possibile di farmaco. Per raggiungere questo risultato, può prescrivere differenti farmaci, a varie dosi e intervalli di assunzione. Gli antipsicotici di prima generazione (ossia quelli prodotti per primi) sono chiamati anche antipsicotici tipici o neurolettici,

  • mancanza di forza e di volontà (la cosiddetta sindrome negativa da antipsicotici)
  • irrequietezza
  • disturbi del movimento
  • sedazione
  • aumento di peso
  • bocca secca
  • ritenzione urinaria
  1. Effetti avversi meno comuni riguardano la pelle, la sfera sessuale e il sangue.
  2. Un effetto avverso raro, ma grave, che richiede un intervento medico urgente, è la cosiddetta sindrome maligna da antipsicotici, caratterizzata da alta, rigidità e alterazione del tono muscolare, riduzione della capacità di muoversi, mutismo, confusione, agitazione o sedazione, tremore, aumento della frequenza cardiaca, e aumento/oscillazioni della pressione arteriosa.
  3. Gli antipsicotici di prima generazione includono:
  • clorpromazina
  • flufenazina
  • aloperidolo
  • perfenazina
  • clotiapina
  • promazina
  • trifluperazina
  • tioridazina

Questi antipsicotici sono meno costosi rispetto a quelli di seconda generazione, specialmente nella versione generica, fattore che può divenire più significativo nei casi che richiedono trattamenti di lungo periodo. Gli antipsicotici di seconda generazione, detti anche antipsicotici atipici, agiscono bloccando sia gli effetti della dopamina, sia della serotonina, sostanza che regola numerose funzioni dell’organismo.

  1. Questi farmaci sono efficaci sul delirio e sulle e uno di questi farmaci, la clozapina, è dotato di un’efficacia particolare nelle persone con,
  2. Rispetto agli antipsicotici tipici, o di prima generazione, gli antipsicotici atipici sono spesso meglio tollerati, non inducono mancanza di forza e di volontà, causano più raramente disturbi del movimento, se non alle dosi più elevate, mentre permane il rischio di sindrome maligna da antipsicotici.

In virtù dei minori effetti avversi, questi farmaci vengono di solito preferiti a quelli di prima generazione. Vi sono tuttavia anche per questi farmaci alcuni aspetti critici sul piano della tollerabilità. Varie molecole, soprattutto clozapina e olanzapina, si associano ad aumento di peso corporeo e ad alterazioni del metabolismo del glucosio e dei, con conseguente aumento dei livelli di tali sostanze.

  • aripiprazolo
  • asenapina
  • brexpiprazolo
  • cariprazina
  • clozapina
  • iloperidone
  • lurasidone
  • olanzapina
  • paliperidone
  • quetiapina
  • risperidone
  • ziprasidone

Come accennato, gli antipsicotici possono essere somministrati anche tramite iniezione sottocutanea o intramuscolare. A seconda del farmaco prescritto, le persone possono ricevere le iniezioni una volta ogni 2/4 settimane. Questo tipo di soluzione può essere preferibile qualora la somministrazione per bocca risulti poco pratica e per assicurare l’aderenza alla terapia.

  • aripiprazolo
  • flufenazina decanoato
  • aloperidolo decanoato
  • paliperidone
  • risperidone

Gli antipsicotici possono provocare svariati effetti collaterali (reazioni avverse), sebbene non uguali per tutti e con intensità variabili da persona a persona. In caso si presentino effetti avversi, specie se questi diventano molto fastidiosi, è bene rivolgersi allo specialista che li ha prescritti, che potrà consigliare un diverso tipo di terapia antipsicotica (leggi la ).

È di estrema importanza non interrompere mai il trattamento di propria iniziativa. Una brusca interruzione della terapia prescritta comporta, infatti, un rischio molto alto di aggravamento dei disturbi (sintomi) o di una loro ricomparsa, nel caso non fossero più presenti. La sospensione dell’assunzione di questo tipo di farmaci deve sempre avvenire su indicazione dello specialista, ed essere effettuata in maniera graduale e sotto attento controllo medico.

Prossimo aggiornamento: 26 Maggio 2022 : Farmaci antipsicotici: a cosa servono, informazioni utili – ISSalute

A cosa serve olanzapina 2 5?

Come si usa Olanzapina Sandoz ? Dosi e modo d’uso – Adulti Schizofrenia : Il dosaggio iniziale raccomandato di olanzapina è 10 mg al giorno. Episodi di mania : Il dosaggio iniziale è 15 mg, da somministrarsi in dose singola giornaliera in monoterapia, o 10 mg al giorno nell’ambito di una terapia combinata (vedere paragrafo 5.1).

Prevenzione della recidiva nel disturbo bipolare : Il dosaggio iniziale raccomandato è 10 mg al giorno. Nei pazienti che stanno ricevendo olanzapina per il trattamento degli episodi maniacali, continuare la terapia al medesimo dosaggio per prevenire la recidiva della malattia. Se si verifica un nuovo episodio maniacale, misto o depressivo, il trattamento con olanzapina deve essere continuato (ottimizzando la dose in base alle necessità), con una terapia supplementare per il trattamento dei sintomi dell’umore, come clinicamente indicato.

Durante il trattamento della schizofrenia, degli episodi di mania e della prevenzione della recidiva nel disturbo bipolare, in funzione della condizione clinica del singolo paziente, il dosaggio quotidiano può essere successivamente aggiustato entro intervalli di dose di 5-20 mg al giorno.

L’incremento di dose rispetto a quella iniziale raccomandata è consigliato solo sulla base di un’adeguata valutazione clinica e deve generalmente essere effettuato a intervalli di tempo non inferiori alle 24 ore. Olanzapina può essere somministrata indipendentemente dai pasti, poichè il suo assorbimento non è influenzato dal cibo.

Quando si sospende il trattamento con olanzapina è necessario prendere in considerazione una riduzione graduale della dose.

  1. Popolazioni speciali
  2. Pazienti anziani
  3. Pazienti con compromissione della funzionalità renale e/o epatica
  4. Fumatori
  5. Popolazione pediatrica
  6. SOVRADOSAGGIO

In genere non è necessario adottare un dosaggio iniziale più basso (5 mg/die), ma nei pazienti di età pari o superiore ai 65 anni, esso deve essere preso in considerazione quando i fattori clinici lo richiedano (vedere paragrafo 4.4).In questi pazienti si deve prendere in considerazione un dosaggio iniziale più basso (5 mg).

Nei casi di insufficienza epatica di entità moderata (cirrosi di classe A o B, secondo la classificazione di Child-Pugh), il dosaggio iniziale deve essere pari a 5 mg e gli incrementi devono essere effettuati con cautela.In genere nei fumatori, rispetto ai non fumatori, non è necessario apportare alcuna variazione al dosaggio iniziale né all’intervallo di dosaggio.Il metabolismo di olanzapina può essere accelerato dal fumo.

È raccomandato il monitoraggio clinico e può essere preso in considerazione un aumento della dose di olanzapina, se necessario (vedere paragrafo 4.5).Quando è presente più di un fattore che induce un rallentamento del metabolismo (paziente di sesso femminile, età avanzata, non fumatore), è necessario considerare la possibilità di diminuire la dose iniziale.

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